È raro che Carmelo Ezpeleta, il manager che all’inizio del nuovo millennio ha ideato il mondiale Velocità moderno – cioè il format MotoGP-Moto2-Moto3 – portando questo sport a livelli di popolarità planetaria mai visti prima, parli a vanvera. Così quando ha iniziato, già diversi anni fa, a pronunciare questo ritornello – «Mi fa piacere per il mio Paese e per l’Italia, che amo moltissimo, ma io voglio veder vincere anche piloti di altre nazionalità. Ne abbiamo bisogno tutti quanti» – un motivo c’era. Per la Dorna è fondamentale il processo di internazionalizzazione di un campionato che è mondiale, perché si svolge in quattro continenti ed è animato da personalità di svariate nazionalità, ma resta sport latino. «It’s an European stuff», una cosa europea, come dicevano i grandi americani degli anni ‘80 e ’90, che si sono sempre sentiti stranieri. Anche quando dominavano loro. Ezpeleta fa un discorso semplice – «Se vincono soltanto gli spagnoli e gli italiani, non è una cosa che fa bene a questo ambiente» – e dal punto di vista del management è ineccepibile. Infatti la Dorna promuove campionati e iniziative in Asia e in Sud America, per allevare giovani piloti locali che possano trascinare un nuovo pubblico. In nuovi mercati. Il mondiale Velocità è forse l’unico sport di livello mondiale in cui non è fondamentale sapere bene l’inglese, ma puoi lavorare anche se conosci soltanto l’italiano e lo spagnolo. Queste due lingue le senti parlare ovunque: nei box e in sala stampa, tra i meccanici e i piloti, tra i manager e gli ingegneri, dagli uffici degli investitori fino a quelli della Dorna e della Federazione Internazionale. 

ANCHE quest’anno, in pista, sarà Italia-Spagna. Come è stato negli ultimi anni, e come sarà ancora per diverso tempo.  
In questo 2018 Spagna e Italia difendono, insieme, tutti i titoli. E anche se gli avversari non mancano, sulla carta sono sempre i piloti iberici e tricolori a essere favoriti per la conquista dei tre Mondiali. Nella classe regina, la MotoGP, nel 2017 è finita 11-7 per la Spagna, a livello di GP vinti, con gli iberici che hanno portato a casa anche il titolo grazie a Marc Marquez; Andrea Dovizioso ha chiuso in seconda posizione. Nella classe di mezzo, la Moto2, Franco Morbidelli ha fatto suo il titolo. Nella entry class, la Moto3, c’è stata un’autentica dominazione di Joan Mir, con il nostro Romano Fenati nel ruolo di vice campione. 

SETTANTASEI titoli iridati con ventisette piloti differenti mantengono l’Italia sulla vetta della storia del mondiale Velocità ma la Spagna, che insegue con quarantotto titoli conquistati con diciannove piloti, sta vivendo un trend così positivo da rappresentare una minaccia al nostro primato. Ci vorranno anni, ma se la situazione non cambierà i cugini iberici sono destinati ad agguantarci e poi a superarci. Entro due o tre anni dovrebbero scavalcare la Gran Bretagna – oggi seconda, con 53 titoli mondiali – ma il loro mirino è puntato sul nostro Paese.
Noi italiani veniamo da un 2017 positivo perché, al di là del fatto che abbiamo avuto almeno un nostro rappresentante nelle prime due posizioni di ogni Mondiale, il nostro movimento non conquistava un titolo iridato dall’ormai lontano 2009, cioè dall’ultima impresa di Valentino Rossi. Morbidelli, dunque, ha messo fine a un’astinenza inusuale per il nostro Paese, anzi la più lunga nella storia del Motomondiale. 
Il 2009 è anche l’ultima stagione in cui l’Italia ha vinto più della Spagna. Successivamente, i cugini iberici ci hanno surclassato sempre. Imponendo al Mondo un nuovo modo di fare il motociclismo, cioè il Sistema Spagna. 
Già dal 2008 gli spagnoli sono diventati incredibilmente aggressivi, infatti dal 2008 al 2017 la Spagna ha vinto 110 gare in MotoGP, l’Italia 36, cioè un terzo. Nelle ultime cinque stagioni la Spagna vanta 144 gare vinte, l’Italia 44. Se si considera soltanto l’era della MotoGP, iniziata nel 2002 con la nuova generazione dei motori a quattro tempi, poi estesi anche alle classi inferiori (Moto2 al posto della 250, Moto3 al posto della 125) la Spagna ha conquistato 23 titoli sui 48 disponibili, mentre l’Italia ne ha incamerati 10. E gli spagnoli sono più avanti anche nel conto delle singole vittorie di GP: sempre dal 2002, i loro successi nelle tre classi sono stati 368, contro i 202 per l’Italia. 

IL NOSTRO Paese è impegnato nella riattivazione di un sistema efficace, dopo la grande crisi iniziata nel biennio 2011-2012, il periodo in cui sono avvenuti almeno due episodi determinanti. In primo luogo, il fallimento del dream team italiano, composto da Rossi e dalla Ducati (soltanto tre podi in 35 GP corsi, mai una vittoria). E poi la scomparsa di Marco Simoncelli, che a 24 anni era in forte crescita. Abbiamo pagato subito le conseguenze di quei due eventi: Valentino ha perso “feeling” con la vittoria e ha dovuto impiegare due anni per tornare forte, la Ducati è sprofondata nella crisi tecnica e organizzativa più pesante nella sua storia in MotoGP. 
Senza Simoncelli si creato un vuoto, nel senso che la sua tragica fine ha tolto al nostro Paese colui che avrebbe raccolto il testimone da Valentino, perché era il più veloce e il più carismatico dei piloti italiani della nuova generazione; dunque si è interrotto il collegamento tra due generazioni di piloti, non a caso ci sono voluti sei anni per riattivare quel ponte tra Valentino, che è sempre stato la nostra locomotiva, e lo sblocco di Andrea Dovizioso (rallentato dal 2013 al 2016 dalle difficoltà Ducati) rivale di Simoncelli già ai tempi delle Minimoto. 
Lo scenario che si prospettò all’Italia della Velocità all’inizio del 2013 apparve realmente desolante: non c’era più Simoncelli, Valentino era in grande crisi dopo il biennio con la Ducati, e Dovizioso era sotto shock dopo essere salito sulla Ducati lasciata da Rossi (tornato in Yamaha) e l’ingegner Preziosi (che pagò quel fallimento con le dimissioni). Per la Spagna, invece, soltanto successi e gloria. È proprio la stagione 2013, quella dei grandi record spagnoli, forse imbattibili: 47 vittorie di piloti iberici su 52 Gran Premi disputati (in tre classi), e la conquista di tutti e tre i titoli in palio. L’Italia in quella stagione ha vinto una sola gara, con Rossi in MotoGP. Non c’è bisogno di aggiungere altro…
Gli spagnoli stavano ormai prendendo in mano la leadership della MotoGP, anche perché si stava ritirando Casey Stoner – l’unico davvero capace di inserirsi nel duello italo-iberico – e stava crescendo a grandi falcate il fenomeno Marc Marquez, che aveva dominato le classi minori. Per noi, meno male che c’era Valentino, ma nemmeno lui è riuscito a fermare l’ascesa della Spagna nella classe regina. La situazione sembrò disperata, nel 2016, quando però avvenne un fatto inatteso: l’ascesa di Andrea Dovizioso, arrivata anche grazie alla ripresa della Ducati. Nel 2017 Dovi è diventato l’italiano più brillante, chiudendo alla fine come vice campione, alle spalle di Marquez, con sei vittorie, due delle quali conquistate battendo proprio Marc nel duello corpo a corpo. Un’impresa quasi impossibile. 

L’ITALIA è in testa a tutte le classifiche del Mondiale, però sta vivendo di rendita: ha costruito infatti la sua posizione grazie al dominio esercitato nella prima parte della storia della Velocità. Oggi l’Italia, già al vertice per numero di titoli (76), è leader anche nel campo delle singole vittorie: 789 GP vinti, contro i 579 della Spagna. Il nostro Paese vanta anche i due piloti più vincenti della storia, cioè Giacomo Agostini e Valentino Rossi (rispettivamente 122 e 115 successi, il terzo è lo spagnolo Angel Nieto a quota 90). 
All’inizio gli italiani si battevano soprattutto con inglesi e tedeschi. Poi alla fine degli anni ’70 si è presentata una nuova generazione di americani e australiani, ed è così cominciato il periodo di predominio anglosassone. In quell’era, però, stava sviluppandosi il movimento spagnolo in un Paese che aveva scoperto le due ruote grazie principalmente alle imprese di Angel Nieto; il cui primo titolo, nonché il primo per la Spagna, è datato 1969, quando l’Italia aveva già 24 Mondiali all’attivo. Negli anni ‘80 e ‘90, gli italiani non erano scomparsi: avevano trovato rifugio nelle classi minori (infatti l’Italia detiene il record di vittorie in 125 e 250) cioè le categorie in cui si stavano impegnando gli spagnoli. 
Italia e Spagna proprio in quel periodo sono riuscite a formare talenti che poi hanno dato vita alla dominazione dei latini. Lo spagnolo Alex Criville ha vinto il Mondiale 500 nel 1999 e poi, dopo la meteora americana Kenny Roberts Junior, Valentino Rossi ha iniziato la propria epopea nella classe regina. A cui è seguita quella spagnola. E così siamo ai giorni nostri. 
Dal 2002 in poi sono stati gli italiani e gli spagnoli, i mattatori, con due brevi intermezzi: lo statunitense Nicky Hayden nel 2006, l’australiano Casey Stoner nel 2007 e 2011. Valentino Rossi ha infilato titoli dal 2001 al 2005, poi nel 2008 e 2009. Quindi è stato il turno degli iberici: Jorge Lorenzo nel 2010 e nel 2012, Marquez nel 2013 e 2014, di nuovo Lorenzo nel 2015, ancora Marc nel 2016 e 2017.  

SI TORNA al discorso centrale: oggi la Spagna si gode i frutti degli enormi investimenti fatti quando gli italiani vincevano. Se oggi lo stato iberico è il Paese che vanta il presente più brillante, al tempo stesso ha già impostato anche il futuro, per merito del suo vivaio, cioè di un sistema in grado di produrre talenti a getto continuo; è la conseguenza dei progetti avviati negli anni ’80 e protrattisi per tutto il decennio successivo. 
Cioè, guarda caso, quando la spagnola Dorna ha iniziato a gestire il Mondiale GP (dal 1992): è in quel momento che la Spagna ha cominciato a consolidare il suo sistema caratterizzato da investimenti diversificati su circuiti, scuole di guida sportiva per ragazzini, squadre corse e strutture organizzate, sempre con il sostegno di sponsor molto spesso munifici. E appena si è formata una nuova generazione di piloti fortissimi, si è scatenato anche lo spirito di emulazione che ha fatto sì che i bambini individuassero nei piloti di moto nuovi modelli da imitare. 
Ecco il Sistema Spagna: dopo le generazioni dei Nieto, Aspar Martinez, Sito Pons, Criville, Emilio Alzamora e Sete Gibernau, ha conquistato tutto con una formidabile ondata di talenti come Pedrosa, Lorenzo, Marquez, Viñales (tutte star della MotoGP odierna, dove l’emergente è un altro spagnolo, Rins). E i Joan Mir, cioè i baby fenomeni del momento, sono sempre il prodotto del sistema che non si blocca mai, proprio perché i vincenti di oggi aiutano a formare chi verrà domani.  

È QUELLO che si sta cercando di fare anche da noi, in questo periodo. Si sono formate organizzazioni professionali che vanno a caccia di talenti. La VR46 di Valentino, ma anche le strutture di Fausto Gresini, Paolo Simoncelli, o quella di Max Biaggi. E c’è un legame, una collaborazione, con la Federazione. Ma anche la stessa FMI è operativa: collabora con le varie strutture, organizza essa stessa corsi per i piccoli appassionati, e sostiene anche a livello economico coloro i quali mostrano talento. Se negli anni ’80 e ’90 in Italia le Minimoto e le 125 Sport Production si rivelarono strumenti eccezionali per allevare talenti, oggi si sta potenziando di nuovo il settore delle Minimoto, e il CIV (Campionato Italiano Velocità) deve diventare ciò che è stata la Sport Production. 
Guarda caso, è ciò che si fa in Spagna: strutture, squadre, scuole dirette da ex campioni, sponsor, Federazione, la Dorna (il CEV, il prolifico campionato di Spagna, è gestito dalla stessa organizzazione che si occupa della MotoGP e per la Moto3 ha il titolo di Mondiale Junior che l’Italia ha vinto negli ultimi tre anni con Bulega, Dalla Porta e Foggia) mettono a disposizione professionalità ed esperienze, e i mezzi economici, inseguendo l’obiettivo comune: garantire un futuro alla Spagna della moto. E visti i risultati, è innegabile che questo sia il format a cui ispirarsi. Quindi, se proprio dobbiamo copiare, almeno facciamolo dai più bravi.