Certe cose le percepisci anche se le guardi passare dal vivo a più di 200 all’ora a 10 metri di distanza. Sono sensazioni, qualcosa che l’occhio trasferisce al cervello anche se non puoi impostare il rallenty sul telecomando. Ad Aragón ho guardato le prove della MotoGP in due punti simbolo del tracciato: il “cavatappi” formato dalle Curve 8 e 9 e la staccata della Curva 16. La rapidità con cui Marc Marquez imposta la frenata, la violenza con cui si spinge dentro la curva aggrappandosi a una moto scomposta ma prigioniera di un binario immaginario e la sicurezza con cui apre il gas: è semplicemente spaventoso. 

Così come la differenza rispetto a tutti gli altri. Marc è un tutt’uno con la sua Honda. Con lui, il concetto di centauro si concretizza, è reale. E, oggi, è superiore anche quando la moto la parcheggia al box e si toglie il casco. Da Valentino Rossi ha imparato a sfruttare al meglio i media e la comunicazione e, ultimamente, è diventato un mago anche di strategia. Togliere Jorge Lorenzo alla Ducati per metterselo in casa, sapendo che guidare al limite una Honda così sarebbe stato difficile anche per Jorge, è l’esempio di quanto sia maturato. 

Ad Aragón, Marc ha raggiunto i 200 GP. Prima di andare in stampa ho visto sui social che tanti amici elogiavano i suoi numeri: 78 vittorie, 129 podi e 3201 punti conquistati. Vale la pena ricordare (e l’abbiamo fatto su questo numero) che i numeri di Rossi, alla stessa quota, erano sensibilmente migliori: 91 vittorie, 142 podi e 3509 punti. Importante farlo, soprattutto quando la memoria di noi addetti ai lavori, di tifosi e appassionati fa cilecca.   Dimenticare la storia è comune a molti, purtroppo. E non soltanto a livello sportivo. Vale la pena ricordare anche che Marquez ha dalla sua l’età e il talento per fare meglio. Non soltanto di Rossi. Angel Nieto e il mito Giacomo Agostini sono nel mirino. A dirla tutta, sportivamente parlando, sarebbe ancora più bello se riuscisse a raggiungerli guidando una Yamaha, una Ducati o una Suzuki. O, perché no, un’Aprilia.