“Non mi sono mai chiesto se sono un mito o meno, e perché. Non mi interessa. Però, se mi chiedete il motivo per il quale la gente si ricorda di me, mi piace pensare che sia per l’approccio che ho avuto da sempre con il mondo della moto. Quando correvo mettevo tutto me stesso nelle gare, lo facevo con passione, in maniera trasparente. Credo che essere fedele al proprio modo di essere quando si fanno le cose, sia un valore aggiunto che si nota”.
È un Freddie Spencer maturo e filosofico, quello che abbiamo avuto l’onore di ospitare a Motodays presso lo stand per un incontro con i visitatori tenuto dal nostro Federico Porrozzi insieme a Riccardo Matesic e Giangi di Netbikers. Un campione simpatico e disponibile, sorridente e disposto al dialogo. Tanto da lasciare stupefatto il pubblico numeroso che si è assiepato intorno al nostro stand.

- Dunque, uno Spencer filosofico oggi, al quale abbiamo chiesto di parlarci del suo libro, Feel (guarda caso un titolo che rimanda alle emozioni), al quale sta per fare seguito un secondo volume.
“Da sempre sono tantissime le persone che mi hanno chiesto di raccontare la mia esperienza nei gran premi. E forse anche io sentivo l’esigenza di tirare i fili di ciò che ho fatto fino a oggi. Perché quello che siamo è il risultato di ciò che abbiamo vissuto; dei momenti positivi come di quelli negativi. Anzi, sono proprio questi ultimi quelli nei quali si cresce di più. Perché è nei momenti negativi che ci si migliora. Ed è importante avere la mentalità aperta per continuare sempre a imparare. Non parlo solo di tecnica di guida. Ogni persona ha qualcosa da insegnare. Essere qui in questo momento, ad esempio, significa tantissimo per me, perché mi permette di condividere con voi; e allo stesso tempo vedo le vostre idee, che mi arricchiscono”.

- Freddie, hai ancora una mentalità competitiva? Ti abbiamo seguito lo scorso anno a Glemseck, nella gara di accelerazione, dove c’era anche Kevin Schwantz. Sei andato fortissimo.
“Il fatto è che mi diverto molto in quello che faccio. Anche in questo caso, più che competizione è arricchirti e vivere nel momento”.

- Veniamo al 1985, l’anno della tua storica doppietta. Due titoli mondiali, e 14 gran premi vinti. Dal punto di vista psicologico, ma anche per l’oggettività di dover guidare due moto differenti, quali sono state le difficoltà che hai dovuto affrontare?
“Il problema più grosso è stata la mancanza di tempo per mettere a punto entrambe le moto. Non avevamo pensato al fatto che non avremmo potuto lavorare con le consuete modalità e tempistiche. Perché in prova scendevo da una moto e dovevo subito salire sull’altra. Ed erano moto profondamente diverse. La 250, richiedeva una guida più aggressiva e pulita, dovevi cercare di non perdere mai velocità, perché altrimenti era difficile recuperare. Rispetto alla 500 voleva traiettorie diverse, altri punti di staccata e di riapertura del gas. La 500 aveva più coppia, e richiedeva una guida più morbida. Dovevo cambiare mentalità ogni volta che mi alternavo fra una e l’altra. Cosa che ovviamente mi ha creato difficoltà. Poi, come dicevo, non c’era tempo. E dovevo fare i due turni di prova uno dopo l’altro, tenendo bene a mente le informazioni da trasferire ai tecnici. Alla fine facevamo un debriefing unico, molto lungo, nel quale analizzavamo entrambe le moto. È stata una cosa molto difficile anche per loro; ma ho lavorato con grandissimi professionisti: Erv Kanemoto, Jeremy Burgess...”.

- Si possono sintetizzare le differenze fra i gran premi della tua epoca e quelli odierni?
“Il modo di fare il pilota è grosso modo uguale. Io ho iniziato con il dirt track, e ancora oggi vedo che i piloti odierni si allenano con quel tipo di moto. Quello che è cambiato sono le moto. Tanto per cominciare, ora ci sono i sistemi di acquisizione dati, che consentono al team di studiare molto più approfonditamente i parametri di funzionamento del mezzo in pista. Una volta la telemetria eravamo noi piloti, e se non sapevamo trasferire bene ai tecnici le nostre sensazioni rischiavamo di non riuscire a trovare il setup giusto della moto. Quindi c’erano dei debrief più lunghi, avevamo più da parlare. Poi non c’era l’elettronica, e il controllo del mezzo era difficoltoso e stancante. Ora moto e pilota costituiscono un pacchetto che consente una guida più rilassata. Il risultato è una prestazione più costante e protratta nel tempo”.

- Per te è sempre stato importante creare una routine di approccio alla moto per entrare in pista. E quella di liberarsi la testa prima di guidare. Perché bisogna per forza di cose essere sgombri dai pensieri. Cosa si può consigliare ai motociclisti che ogni giorno affrontano la strada sue due ruote?
“La routine di approccio alla moto è molto importante. Ti aiuta a creare la consistenza nelle tue condizioni di guida. Ti mette nella situazione migliore per rendere al massimo. Io ad esempio salgo sempre da sinistra, prendo sempre per prima la manopola sinistra. E raccomando un tocco leggero delle manopole, con lo sguardo che deve andare lontano, mai davanti alla ruota. Crearsi una routine aiuta soprattutto i piloti più emotivi a rilassarsi, agevola la respirazione. In strada invece sono molto tranquillo, e dedico le mie energie a guardarmi intorno. Temo sempre che qualcuno non mi veda, e  cerco di tenere sotto controllo gli imprevisti”.