Anche se nessuno lo ammetterà, parecchie persone hanno reagito in maniera stupita di fronte alla notizia della nomina di Puig a team manager della squadra che schiera Marquez e Pedrosa. Questo perché negli anni nel Motomondiale, Puig non ha esattamente mostrato tutte le qualità che – si suppone – dovrebbero appartenere alla figura del team manager della squadra più potente del mondo. Un posto che ora appartiene a un ex-pilota, mentre prima c’era un maestro nel solcare il mare della politica della MotoGP fuori dalla pista, Livio Suppo.  

SUPPO E LE INTUIZIONI VINCENTI - Il manager piemontese poteva piacere o non piacere, ma nessuno poteva discutere i suoi successi professionali in MotoGP. Fu lui, per esempio, a portare la fornitura Bridgestone alla Ducati, quando la Casa bolognese decise di entrare in MotoGP: la scelta regalò un vantaggio alla Ducati, concretizzatosi nell’anno del titolo di Casey Stoner, altro grande acquisto di Suppo per il team italiano. Restando a Stoner, Suppo fu determinante anche per portare l’australiano alla Honda, dove Casey vinse il titolo al primo tentativo. Senza dimenticare che Suppo era al vertice del Team HRC quando Marc Marquez è arrivato in MotoGP, un innesto che ha regalato cinque anni incredibili alla Honda. Per questo è necessario riconoscere a Suppo risultati indiscutibili, pure se la sua maniera di gestire il team non è sempre stata apprezzata da tutti.  

PUIG SENZA PELI SULLA LINGUA - Puig è agli antipodi rispetto al “politico” Suppo. Alberto ha sempre preferito una comunicazione diretta, senza giri di parole. Questo è il modo in cui ha sempre interpretato il ruolo di manager, sin da quando abbandonò la carriera di pilota, una decisione forzata da problemi fisici. Con quel tipo di atteggiamento ha interpretato anche il ruolo di commentatore per la TV spagnola, nel quale ha pure criticato quel Dani Pedrosa del quale era stato devoto uomo-ombra, ancora prima che mentore e manager. Non sono nemmeno sconosciute le differenti vedute rispetto a Emilio Alzamora, mentore di Marquez, quando Alzamora era il responsabile della Honda in Moto3. Eppure, nonostante la pubblica mancanza di empatia degli attuali piloti HRC nei confronti di Puig, in Giappone hanno ugualmente deciso di affidare ad Alberto la gestione della squadra. 

CENTO GIORNI PER CONVINCERE - In tanti Paesi si concede a un politico che assume una determinata carica un periodo di 100 giorni prima di criticarlo. Puig merita lo stesso tipo di trattamento, per dimostrare agli scettici di essersi sbagliati. Ma l’impressione è che per gestire il Team HRC nel modo migliore, Puig dovrà cambiare in parecchi aspetti. Da segnalare che in un discorso molto legato alla Honda, Alberto Puig ha ripetuto più volte nell’occasione della prima intervista come team manager HRC che «Un solo individuo non basta per cambiare un struttura come la HRC». Sorprendente: come descriverebbe però l’effetto di Masao Furusawa in Yamaha e quello di Shuhei Nakamoto nella stessa Honda, oppure l’influenza di “individui” come Casey Stoner e Marc Marquez? Sono state proprio le individualità a marcare la differenza in un ambito ultracompetitivo come la MotoGP. In più, dove sarebbe la Honda con la sua super tecnologia senza un pilota come Marquez?