Destinato al trionfo sin dall’attesissimo debutto nei GP a 15 anni, Fabio Quartararo ha lasciato lo status di baby prodigio per trasformarsi in una speranza infranta, un pilota con un grande avvenire alle spalle. Un’involuzione che però non influenza le ambizioni del giovane francese, che nel 2018 cercherà la risalita restando in Moto2, con il passaggio alla Speed Up. E il ragazzo di Nizza ci spiega come conta di riannodare il filo.  
 
- Sei sbarcato nel Mondiale nel 2015, a nemmeno 16 anni, forte di due titoli nel CEV. Oggi, soltanto tre anni più tardi, il tuo ruolino di marcia iridato si limita a due podi e due pole. Un po’ poco... 
«Sì, soprattutto perché questi due podi risalgono alla prima parte della stagione 2015. Di sicuro avrei sperato in qualcosa di meglio, e penso che avrei potuto fare di più, in particolare nel 2016, l’anno più difficile della mia carriera. I rimpianti sono legati soprattutto a quell’anno. È stato un periodo di lungo apprendistato, ho imparato tante cose che mi torneranno utili in futuro».  

- In tre stagioni hai lavorato con tre team differenti (Alzamora e Leopard in Moto3, Pons in Moto2) e ora cambi nuovamente: come si può imparare e progredire in certe condizioni? 
«Vivere tanti cambiamenti non è l’ideale, ma il passato è passato. Ho firmato per due anni con il Team Speed Up e sono contento, mi auguro di poter lavorare per qualcosa di stabile».  

- Cosa ha causato tutti questi cambiamenti? 
«Ero andato al Team Leopard perché da loro nel 2015 Danny Kent aveva vinto il titolo. Poi, a fine 2016, ho cambiato categoria perché la mia stazza era diventata un handicap in Moto3. Adesso sono alla Speed Up, anche perché il rinnovo proposto dal Team Pons era al ribasso».  

- Con il senno di poi, non pensi che un debutto così precoce nel Mondiale sia stato controproducente? 
«No, perché avevo vissuto due anni in un campionato come il CEV, vincendo due titoli, e non avrebbe avuto senso continuare lì. E poi avevo l’opportunità di debuttare nel Mondiale con un buon team, perché avrei dovuto rinunciare a un’occasione simile?»

- Il tuo arrivo a 15 anni, con due titoli nel CEV, e l’etichetta di nuovo Marc Marquez ti hanno fatto girare la testa? 
«Effettivamente il paragone con un fenomeno come Marc mi ha messo pressione, e a quell’età non è semplice gestire quel genere di cose. E forse non avevo nemmeno l’entourage ideale, in quel momento».  

- Lasciare così presto il team di Alzamora, con cui avevi vissuto un debutto promettente, non è stato un grosso errore? 
«Avevo un contratto di un solo anno con Alzamora, in più ero rimasto impressionato dalla velocità della Honda Leopard di Kent. Inoltre avevo un buon ricordo di Christian Lundberg, il capo tecnico con cui avevo vinto il mio primo titolo nel CEV, nel 2013. Per questo alla fine ho preferito Leopard».  

- Forse non hai investito abbastanza sull’esperienza con Alzamora? 
«Io ho dato tutto il possibile nel 2015. E infatti la mia prima parte della stagione era stata molto buona, dopo sono stato troppo discontinuo. A Barcellona, per esempio, eravamo a un secondo e mezzo dal tempo dell’anno precedente nel CEV. Al Sachsenring, invece, ero andato bene in prova ma poi in gara non funzionava nulla. Anche per quello ho preferito Leopard, ero convinto che grazie a Lundberg la Honda fosse più performante. E una conferma è arrivata lo scorso anno con Joan Mir, che ha vinto dieci gare».  

- Mir e Kent hanno vinto il titolo con Leopard e la Honda. In mezzo tu hai corso per Leopard ma sulla KTM… 
«Sì, purtroppo l’ho scoperto soltanto nell’ottobre 2015, quando era troppo tardi per fare marcia indietro. Avevo firmato convinto che sarei rimasto con la Honda, moto con cui avevo corso nei tre anni precedenti, vincendo nel CEV e debuttando nel Mondiale, e sono convinto che se nel 2016 avessi avuto una Honda, la storia sarebbe stata differente».  

- Cosa non ha funzionato con la KTM? 
«Non lo so, ci ho riflettuto parecchio ma non ho mai trovato una spiegazione. In alcuni momenti ero veramente al buio, senza via d’uscita».  

- Leopard ha ritrovato la Honda nel 2017, ma tu sei andato in Moto2.  
«Come dicevo, è stata una questione esclusivamente di carattere fisico. Con la mia taglia e il mio peso, non potevo più guidare una Moto3. Gli otto chili in più rispetto a Mir corrispondono a una zavorra del 10%, è troppo a questi livelli. E resto convinto di una cosa: anche se i miei risultati al debutto in Moto2 non sono stati scintillanti, il salto di categoria non è stata una cattiva idea. Poi è chiaro che avrei preferito lasciare la Moto3 dopo qualche podio e magari alcune vittorie, ma purtroppo non è successo».  

- A sentirti sembra colpa della cattiva sorte più che di cattive scelte... 
«Non dico che ho sempre fatto le cose nel modo giusto, però è un dato di fatto che quando optai per il passaggio al Team Leopard, lo feci nella convinzione di guidare una Honda, nessuno mi aveva detto che avrei corso su una KTM. Francamente, questo ha condizionato il seguito della mia carriera».  

- E questo ti ha portato a lasciare Eduardo Martin, il manager che aveva spinto il tuo cammino in Spagna.  
«Sì, perché mi ha lasciato credere che avrei avuto una Honda, al Team Leopard, quando sapeva molto bene che la squadra sarebbe andata con la KTM».  

- Dal tuo lato, cosa pensi che avresti potuto fare diversamente? 
«Non avrei tentato di sorpassare Pecco Bagnaia a qualsiasi costo nel GP Qatar 2015, e sarei salito sul podio già al mio primo Gran Premio. Con più esperienza, avrei ottenuto risultati differenti, ma credo valga per tutti».  

- Mir campione del Mondo con Leopard: è stato difficile da digerire? 
«Un po sì, ma io avevo già preso la mia decisione di partire, e l’ho portata avanti. Joan ha meritato il titolo, ha vissuto una super stagione. Certo, restando con Leopard avrei potuto vincere qualche gara. Ma prendo il lato positivo: quest’anno ho imparato tante cose utili per il futuro. E ho finito in crescendo».  

- Come vivi il passaggio dallo status di stella a quello di pilota che si deve rimettere in discussione? 
«Non mi interessa troppo ciò che si dice fuori, ci sono cose che mi entrano da un orecchio ed escono dall’altro. Io so soltanto che lavoro al massimo per raggiungere i miei obiettivi. Sono uscito da due anni molto difficili, ho bisogno di un po’ tempo».  

- Cosa rappresenta per te Johann Zarco? 
«I suoi due titoli in Moto2 erano già un risultato eccezionale, ma ciò che ha fatto quest’anno, al debutto in MotoGP, è stato semplicemente straordinario. Poi, alla fine, siamo tutti diversi e con il nostro metodo di lavoro. Quello di Johann e di Laurent (Fallon) funziona, nessuno può negarlo, ma io seguo il mio cammino. È ovvio che ci sono cose da migliorare, ma ci sto lavorando».  

- Cosa manca? 
«Penso di dover “fare” più moto. Tutti i top rider, oggi, trascorrono le loro giornate a girare. Si è parlato di Zarco, ma è anche il caso di Valentino Rossi e dei piloti della VR46 Academy, lo stesso vale per i fratelli Marquez. Che sia Flat Track, Motocross, Supermotard, servono almeno due allenamenti in moto a settimana: è ciò che farò anch’io».  

- Se ripensi all’annata da rookie in Moto2, qual è il tuo bilancio? 
«Ci sono state cose buone e altre meno buone. Avevo iniziato bene nei test invernali, mi sentivo a mio agio sulla moto, e avevo fatto segnare tempi da Top 10. In più sono cresciuto sul bagnato, condizione in cui soffrivo spesso in Moto3. Se devo pensare a cosa c’è stato di negativo, ho vissuto gare in cui ho faticato a ritrovare le sensazioni dei test, come a Jerez, perché la temperatura dell’asfalto era molto differente. Fino a metà stagione sono stato in difficoltà nei primi giri, con il serbatoio pieno, e ho avuto problemi anche con le gomme dure, come in Germania e Australia. E ci sono state corse in cui non sono riuscito a risolvere i miei problemi».  

- Hai cambiato squadra e team, come sono andati i primi test a Jerez e Valencia? 
«Abbiamo provato tante cose senza cercare il tempo: forcellone, sospensioni, set up. A Jerez ho girato più forte che con la Kalex, magari è stato merito anche dell’asfalto nuovo, però anche a Valencia – e con un motore standard – ho avuto il passo del weekend di gara».  

- Quali differenze hai avvertito nel passaggio dal telaio Kalex a quello Speed Up? 
«La Speed Up ha un telaio più rigido, e quindi è una moto che richiede una guida più “fisica”. E quindi dovrò rinforzare un po’ le spalle. Però ho anche completato un centinaio di giri sia a Jerez sia a Valencia senza particolari problemi».  

- Dalla Honda alla KTM, da Moto3 a Moto2, dalla Kalex alla Speed Up: ogni inverno hai vissuto un cambiamento. Non ti sei stancato? 
«Questa volta il passo è più breve, non c’è un salto di categoria. C’è meno differenza tra una Speed Up e una Kalex, che tra una Moto3 e una Moto2».  

- Kent, il tuo compagno di squadra, è noto anche per un carattere un po’ “capriccioso”, come va tra voi? 
«La prima presa di contatto è stata positiva, c’è una buona intesa, e anche lui ha girato forte a Jerez. È utile avere un compagno di team che va veloce».  

- In quale aspetto senti di dover migliorare? 
«A Valencia, nell’ultimo GP, ho cercato di essere più aggressivo nei primi giri, ed è ciò che mi era mancato quest’anno, al punto che non avevo mai effettuato un sorpasso al primo giro. A Valencia ho guadagnato quattro posizioni nella prima tornata. È su partenza e primo giro che devo lavorare».  

- E la gestione delle gomme? 
«Non ho mai avuto particolari problemi, anche quest’anno sono sempre andato meglio a fine gara rispetto all’inizio. Non è qui che devo migliorare, penso invece ad aspetti come le curve più lente: quando confrontavo i miei dati con quelli dell’anno precedente di Alex Rins, vedevo che lui aveva più velocità in percorrenza di curva, e grazie a questo accelerava anche meglio».  

- Nel 2018 la Francia sarà rappresentata nel Mondiale soltanto da te, Zarco e Jules Danilo. Senti una responsabilità particolare? 
«Dovremmo tutti prendere esempio da Zarco, perché ha lavorato sodo per diventare due volte iridato della Moto2. Dovrebbe essere d’ispirazione per tutti».  

- Quali sono i tuoi obiettivi per il 2018? 
«Progredire e fare il meglio possibile. Ogni pilota vuole vincere, ma ora farei meglio a pensare alla Top 5, e magari a salire sul podio. Ora mi concentro sul lavoro legato alla guida, se ne vengo a capo, i risultati arriveranno».