«Cosa ti rimproveri se ripensi al 2017?». Enea Bastianini non ha bisogno di addetti stampa che scandiscono il tempo e rivolgono occhiatacce all’intervistatore se le domande si fanno scomode: a metà tra curiosità e affetto intervengono Fendi, un alano di 50 chili che crescerà fino a 70, e Ringo, il Pincer toy che fa sentire la propria voce. «In realtà il vero comandante è lì» ammette Enea indicando il pappagallo Kiki, dominatore della casa di Riccione che concede poco spazio a trofei e vessilli, fatta eccezione per una bandiera numero 33 nel giardino. È qui, nell’ambiente familiare, che Bastianini vive la “calma prima della tempesta”, e prepara il 2018 che rappresenta l’anno spartiacque. Perché dopo il passo indietro, a livello di risultati, compiuto con la Honda di Emilio Alzamora arriva la chance con il Team Leopard, un’occasione d’oro che deve essere colta. Perché con sé porta la moto lasciata in eredità da Joan Mir, mattatore dell’ultima annata della Moto3. «Effettivamente è una situazione da “ora o mai più”, con Leopard e Honda hanno vinto tutti e se non vinco io sono un patacca...».  
 
Reduce da due salti indietro a livello di punti ottenuti, perché dopo i 207 ottenuti nel 2015 e i 177 del 2016 – quando fu penalizzato da due gare saltate per infortunio ma fu comunque vice campione del Mondo – nell’ultima annata il ventenne romagnolo è stato sesto in classifica con 141.  
 
- Come procede l’avvicinamento alla quinta stagione nel Mondiale Moto3, che nelle intenzioni deve coincidere con il definitivo salto di qualità? 
 «L’inverno sta filando via liscio, a differenza di un anno fa, quando fui costretto a fare i conti con il recupero dall’intervento al polso destro. E poi, pur nell’ambito di un anno che non è andato secondo gli auspici, sono stato rinfrancato dal finale in crescendo, ha aiutato il morale. Però, effettivamente, non siamo stati competitivi per vincere».  

- Mir era davvero un passo avanti a tutti? 
«Sì, per meriti suoi ma anche della moto, lo si vedeva chiaramente dalla tranquillità con cui gestiva i finali, aveva sempre un po’ di margine sugli altri e i suoi sorpassi non erano mai azzardati».  

- Lo spagnolo è stato l’avversario più duro affrontato nei tuoi anni nel Mondiale? 
«Non saprei, ho avuto a che fare anche con Alex Rins, e poi il Brad Binder del 2016 era davvero impressionante. Di sicuro, Mir ha vinto con merito, di testa era una spanna sopra tutti, era convinto di poter vincere sempre. Poi è vero che ha avuto la sorte dalla sua, e questo in Moto3 conta, perché parliamo di una categoria imprevedibile, nella quale basta un attimo per finire nel posto sbagliato al momento sbagliato».  

- Quando lo abbiamo premiato con il nostro Casco d’Oro, Romano Fenati ha definito certe battaglie della Moto3 il «Gran Premio del Bronx».  
«Non ha tutti i torti, anzi. Qualche pilota spegne il cervello e alle volte le gare somigliano a una carneficina, e si è un po’ tutti spinti ad andare fuori dalle righe». 

- Secondo la tua descrizione, il pacchetto di Mir sembrava circondato da un alone di magia: a te è mai capitato di sentirti così? 
 «Soltanto in qualche occasione, come nel finale del 2016, con la vittoria a Motegi in volata su Binder, che in quel momento sembrava imbattibile. Purtroppo non sono mai riuscito a trovare il giusto equilibrio per periodi più lunghi, e infatti ora lavoro per evitare gli alti e bassi nel corso dei weekend».  

- Cambiare team per il secondo inverno consecutivo (prima da Gresini ad Alzamora, ora da Alzamora a Leopard) può complicare questo percorso? 
«Non credo. Anzi, ho già affrontato un cambio di team e quindi so cosa aspettarmi e come approcciarmi per entrare in sintonia con nuove persone. L’anno scorso non ero riuscito a esprimermi subito e all’inizio mi ero sentito a disagio. C’è stato un periodo in cui la fiducia tra me e il team era scesa ai minimi».  

- Qual è stato il punto più basso? 
«Senza dubbio il Mugello. Sono stato 17° in qualifica e 11° gara, ma soprattutto ho vissuto un weekend come quello del GP Italia, sempre ricco di aspettative, pressioni e anche di stress, in tensione con il team e soprattutto senza sapere per quale obiettivo avrei corso. Anzi, forse quel in quel GP non ho corso per nessun obiettivo, ed è la cosa peggiore per un pilota. Lì ho pronunciato il fatidico “Peggio di così non può andare...”. Per fortuna ho avuto ragione, quello è stato il momento più duro. Ho reagito e anche il team ha compreso che probabilmente dovevo essere trattato in un altro modo».  

- Visto il tuo carattere, sei stato assalito dai dubbi? 
«Quando le cose vanno male, gli interrogativi emergono, è inevitabile. Per fortuna sono circondato da persone che mi spingono, la loro forza è la mia forza: penso alla famiglia e agli amici, che sanno dire la parola giusta al momento giusto, a rasserenarmi è stato anche l’arrivo di Carlo Pernat come mio manager. Carlo mi ha dato buoni consigli, sa come risolvere certe situazioni».  

- Nel rapporto con il Team Alzamora, quali errori imputi alla squadra e cosa, invece, non rifaresti? 
«All’inizio loro sono stati rigidi, severi, e questo atteggiamento di solito ha un effetto negativo su di me, perché quando capisco di non essere seguito, tendo a chiudermi in me stesso, mentre quando sento il supporto rendo meglio. Ci siamo capiti soltanto dopo un po’ di tempo. Il paradosso è che quando ho firmato con Leopard, in estate, ci siamo quasi rilassati, siamo andati meglio e abbiamo trovato un metodo. Peccato che a Misano sia piovuto il giorno della gara: avevo fatto il miglior tempo in qualifica sull’asciutto (1’42”147, nuovo record del circuito Marco Simoncelli con la Moto3, ndr) e mi sentivo forte, senza pioggia avrei vinto e forse la mia annata avrebbe avuto un aspetto differente».  

- Al culmine della cattiva sorte c’è stato anche l’incidente in scooter, con le ferite al viso: non ti sei fatto mancare nulla.  
«Non so nemmeno io come ho fatto. Guidavo un SH 125, il passeggero si è impigliato in un filo elettrico e siamo caduti...».  

- Se è vero che nelle annate negative si impara di più, quanto ti sarà utile l’esperienza dello scorso anno? 
«Tanto, tantissimo. Ho raccolto parecchi spunti buoni per il mio lavoro: Monlau è una scuola, a livello di comportamento e regolarità, e ci sono tanti dettagli – come la puntualità – che sembrano banali ma possono fare la differenza, perché ti danno la forma mentale della continuità. Ho modellato anche l’alimentazione e il mio allenamento: cardio e palestra sono alternati alla moto, al fuoristrada e al kart, che è utilissimo per i riflessi e per gli occhi».  
 
- Le lezioni che hai appreso in questi anni sono indirizzate verso un obiettivo: il 2018 è l’anno giusto per inseguire il Mondiale? 
 «Penso sia arrivato il momento di dimostrare di essere competitivi e costanti in tutte le gare».  

Dopo il passo indietro nell’annata con Alzamora approdi al Team Leopard, che con la Honda ha vinto due titoli su due con Danny Kent e Joan Mir: anche se hai soltanto 20 anni, lo senti come un treno che potrebbe non ripassare? 
«La situazione è da “Ora o mai più”. Nel paddock vengo visto come un pilota forte ma non vincente. Voglio dimostrare che sono anche vincente. Quindi non vedo l’ora di buttarmi nella mischia e cominciare forte la stagione».  

- Il tuo approccio con Leopard ti è bastato per capire il motivo principale del loro successo? 
«Il team lavora molto bene, e questo non lo scopro io, mi è piaciuto anche il loro approccio, di chi ti supporta senza impuntarsi. In poche parole, sanno lavorare sodo e tenerti sul pezzo, ma anche alleggerire e sdrammatizzare, quando serve. Il loro passato trasmette fiducia ma al tempo stesso pressione, non voglio certo essere ricordato come il pilota che ha steccato con il binomio Leopard-Honda».  

I due Mondiali del team portano la firma di Christian Lundberg, considerato il mago della Honda Moto3.  
«Non so se sia un mago, di sicuro è bravo e lo capisci sin dal momento in cui gli stringi la mano per presentarti. Lavora tanto e parla poco e il passato dice che è capace di mettere i piloti nelle condizioni di vincere».  
 
- Cosa ti ha colpito nei giorni dei test di Valencia? 
«Ho trovato un team in grado di adattare la moto allo stile di guida del pilota, è una bella soddisfazione per chi deve salire in sella, per questo il mio tempo (più rapido di un decimo rispetto al crono di Mir nelle qualifiche del GP, ndr) non è arrivato per caso. E poi vedi l’attenzione di chi ha fiducia in quanto spieghi. Ho cambiato anche un po’ il mio approccio».  

- In che modo? 
«Effettuo meno stint che però sono più lunghi, perché soltanto effettuando parecchi giri consecutivi puoi capire bene pregi e difetti del set up, lavorando bene sul passo e sulla costanza. In passato rientravo dopo uno-due giri credendo di aver già capito cosa avessi sotto il sedere».  

- Definisci con un aggettivo i Team Gresini, Alzamora e Leopard, per come li hai vissuti.  
«Il Team Gresini è una famiglia, lì ti fanno sentire a casa. Estrella Galicia è metodico. Leopard è un bel mix: professionalità e un pizzico di divertimento».  

- Quali saranno i rivali nella corsa al titolo del 2018? 
 «Jorge Martin ha chiuso la scorsa annata alla grande, è rimasto nello stesso team – ed è un eccellente team, Gresini – inoltre è stato l’unico più veloce di me nei test di Valencia. Magari è stato favorito dalla confidenza con quella pista, ma di sicuro Martin è rapido e costante, per questo lo metto in cima alla lista degli antagonisti. Poi vedo il mio ultimo compagno di team, Aron Canet, soprattutto se trova la giusta continuità».  

- Tra gli italiani, chi sarà competitivo? 
«Fabio Di Giannantonio è sempre lì con i migliori, poi mi aspetto il ritorno di Nicolò Bulega, anche perché la KTM sta lavorando sodo per tornare ai livelli del 2016, non credo che vedremo un’altra annata con sette piloti della stessa Casa ai primi sette posti del Mondiale. Mi piace molto Dennis Foggia, è un ragazzo che sa quello che vuole e diventerà presto un pilota da titolo, lui e Jaume Masia sono i Millennial più interessanti. E poi attenzione al mio compagno di team Lorenzo Dalla Porta, è davvero molto bravo».  

- Anche in Moto3 c’è tanta differenza tra le moto di due Case concorrenti? 
«Sono differenze relative, ma si sentono, la Honda è più semplice da portare al limite e chi la guida da tempo è avvantaggiato, perché è una Casa che non compie mai stravolgimenti sulla moto tra un anno e l’altro. Secondo tante opinioni dei piloti, chi ha guidato la KTM l’anno scorso si è trovato di fronte a una moto differente, che doveva essere assecondata».  

- Quando salirai in Moto2, invece, troverai mezzi con lo stesso motore: ci stai già pensando? 
«Ci penso, mi piacerebbe vedermi sulle moto con le ruote più grandi, e poi mi sto già preparando con la mia Honda CBR 600. In realtà non ho fissato scadenze, perché non vorrei vivere il salto di categoria da incompiuto, qui in Moto3 c’è ancora un lavoro da completare. Per salire in Moto2 vorrei prima aver lottato fino all’ultimo per il titolo, e arrivarci da campione del Mondo sarebbe il massimo».  

- Hai debuttato nel Mondiale a 16 anni, in queste quattro stagioni iridate sei cambiato di più come persona o come pilota? 
«L’evoluzione è stata principalmente a livello personale, anche perché si tratta di un’età in cui, inevitabilmente, si cresce parecchio. Il pilota, alla base, è sempre lo stesso. Quando si arriva nel Mondiale e si va subito abbastanza forte, si danno per scontate alcune cose, ma per vincere non basta dare gas. La conferma l’ha offerta Andrea Dovizioso: ha creato un metodo e un ambiente nel box perfetti».  

Studi Dovizioso anche perché caratterialmente ti rivedi un po’ in lui? 
«Studio Dovizioso e Valentino Rossi perché sono i miei preferiti a livello di guida. Ma effettivamente nel caso di Dovi c’è anche questo ulteriore aspetto. Io sono un po’ più istintivo e meno razionale, e come Andrea non amo cercare un sorpasso senza sapere cosa succederà. Ma voglio imparare pure da Franco Morbidelli: la sua serenità nei momenti più complicati va presa come esempio, e poi lo scorso anno non aveva bisogno di pensare sulla moto, le cose gli venivano naturali, il sogno di qualsiasi pilota».  

A livello personale in cosa sei cambiato? 
«Ammetto che credevo di essere più maturo, e invece un paio di “musate” le ho date. Ma servono anche quelle, fanno crescere. Ci penso spesso quando vado a pescare e mi estraneo un po’».  

- Per quanto ti allontani dalle corse? 
«A volte stacco per due-tre giorni, al rientro dai Gran Premi. Vado a pesca di carpe, qualche volta anche di tonni, e capita di incrociare qualche meccanico del Motomondiale, ma non si parla troppo di corse. Penso sia un’esperienza rilassante, e torno a casa più lucido e preparato per le gare».  

- La pesca è l’arma segreta per inseguire il titolo? 
«Sì, ma siamo in tanti ad inseguirlo, credo che anche Martin e Canet abbiano le mie stesse aspirazioni e possibilità. E vedo una quindicina di piloti in grado di vincere una corsa».  

- Cosa chiedi al 2018? 
«Mi piacerebbe lottare per vincere, ho le carte in regola per farlo, tutto qui. Altrimenti a loro (si gira e indica i cani e il pappagallo, ndr) chi glielo spiega?».