Genesio Bevilacqua è impegnato nel mondiale Superbike ma sia le moto, sia le corse, per lui sono un meraviglioso hobby, dato che nella quotidianità di Genesio c’è una importante attività commerciale che non è collegata al mondo dei motori. Bevilacqua ha sempre investito sui giovani e continua a farlo, nel CIV, dove ha creato una struttura gestita nel 2017 da Michel Fabrizio. 

Perché hai deciso di investire nel CIV, oltre che nel mondiale? 
«Ho deciso di partecipare al CIV col Team Althea, perché mi sono accorto che abbiamo bisogno di talenti giovani nel mondiale, dove troppo spesso si riciclano gli stessi nomi. L’unico sistema per trovarli è crescerli nei campionati nazionali». 

Secondo te perché manca ricambio generazionale, nelle mondiale delle derivate dalla serie? 
«È un discorso molto complesso e non c’è un solo motivo. Diciamo che oggi la Moto3 viene vista come un trampolino di lancio verso il mondiale prototipi ma questo trampolino è corto, quindi i piloti passano velocemente dalle Moto3 nazionali, non acquisiscono esperienza e a volte rovinano le loro carriere. Dovrebbero fermarsi di più in Moto3 ma è il regolamento che dovrebbe imporlo, perché, correre costa tempo e denaro, pertanto molti cercano di debuttare nel mondiale presto, prima di finire i fondi. Inoltre, nei campionati nazionali manca un “classe di mezzo” e mancherà sempre di più, perché i Costruttori non investono più nelle Supersport. La Superbike, invece, funziona, perché le moto sono davvero simili a quelle di serie, però vincere il CIV SBK non crea molti sbocchi professionali, anche a causa della eccessiva “varietà regolamentare” della categoria a livello internazionale». 

Che differenza c’è tra CIV e CEV? 
«Lo scorso anno ho portato Spinelli al CEV e mi sono accorto della eccessiva permissività regolamentare che c’è. La Honda, ad esempio, col Team Asia, nel CEV sviluppa le moto che poi utilizza col mondiale. Questo fa lievitare i costi dei privati e genera molta differenza tra le moto di “Serie A” e le altre. Per vincere, bisogna spendere moltissimo e c’è poco tempo per emergere. C’è fretta di arrivare al CEV ma se il pilota non ha accumulato sufficiente esperienza nel CIV, il rischio di fallire è alto. Inoltre, dati alla mano, oggi nel mondiale ci sono piloti provenienti dal CIV che stanno ottenendo risultati importanti...». 

Come risolveresti il problema della scomparsa della classe di mezzo? 
«Bisognerebbe innanzitutto smetterla di fare passare il messaggio che a 18 anni un pilota è già vecchio. Escludendo i fenomeni, molti di quelli “costruiti” vengono male, perché hanno avuto fretta di crescere professionalmente e magari non sono ancora formati fisicamente. Gestire un pilota nel mondiale ha un costo importante e se i risultati tardano ad arrivare diventa spesso impossibile dargli il tempo di crescere. Con questo sistema, può accadere che un pilota venga scartato quando ancora avrebbe molto da dare e la sua carriera termina prematuramente. Invece, bisognerebbe creare un regolamento per mantenere più a lungo i piloti nei campionati nazionali, a costi sostenibili. Così, ad esempio, il livello qualitativo di un CIV si alzerebbe, i team del mondiale sarebbero interessati ad investire anche a livello nazionale e i piloti avrebbero tempo di crescere e magari di capire che ci sono possibilità di carriera anche nelle derivate dalla serie. A quel punto, la Superbike, con un regolamento internazionale adeguato, potrebbe diventare un obiettivo. Se nel CIV iniziasse ad esserci una griglia della Superbike piena di diciottenni, grintosi e maturati con i tempi giusti, molti giovani arriverebbero anche nel mondiale delle derivate dalla serie. Chiaro che per fare questo servirebbe un impegno maggiore delle federazioni, oltre a team strutturati. Se la politica mi desse una mano, io sono disposto ad investire in un progetto di questo tipo».
 
Qual è il tuo sogno? 
«Trovare un giovane, crescerlo nel CIV fino alla Superbike, portarlo nel mondiale e farglielo vincere, con i tempi giusti. Se mi riuscisse un’impresa del genere, potrei anche smettere!».