A volte ritornano. E suscitano scalpore. L’hanno fatto Max Biaggi, Troy Bayliss e Noriyuki Haga, tanto per citare solo i primi che vengono in mente. Lo farà anche Michel Fabrizio. Il 33enne romano, a tre anni dal suo addio (forzato) al mondiale Superbike e dopo aver vinto un titolo italiano come team manager, tornerà nel 2018 a fare il pilota a tempo pieno nel CIV Supersport, in sella alla MV Agusta del Team Ellan Vannin. 
Un titolo europeo della Stock 1000, 30 gare nel motomondiale tra 125 GP e MotoGP, due stagioni e cinque podi nella Supersport iridata e soprattutto dieci anni nel mondiale Superbike con 4 vittorie, ben 35 podi e un terzo posto nella classifica finale (nel 2009) come miglior risultato. Dopo un curriculum di questo tipo, cosa porta un pilota alla soglia della maturità a rimettersi in gioco, affrontando il rischio di una sfida difficile come quella del campionato italiano? Michel ne ha parlato in esclusiva con noi di Motosprint al termine di una giornata da “modello” per il servizio fotografico di queste pagine, fatto sulle strade e davanti ai luoghi simbolo della sua Roma. Ecco cosa ci ha raccontato.

- Perché rientrare proprio adesso, dopo tre anni di pausa?
“Perché adesso è arrivato il momento. Mentalmente non ho mai smesso di fare il pilota, anche se tre anni fa ho preso troppe “batoste” da cui è scaturita la scelta di fermarmi perché non avevo proposte serie per continuare a fare il mondiale. Il problema è che quando ti fermi e esci fuori dal sistema, rischi di rimanerci per sempre: il mondo va avanti, i giovani crescono e nessuno ti aspetta”.

- Quando ti è scattata la molla che ti ha fatto decidere di tornare a fare il pilota?
“Negli ultimi tre anni ho fatto da team manager nella PreMoto3 e Moto3 del CIV, una volta ho vinto titolo e due volte sono arrivato secondo. Mi sono tolto molte soddisfazioni anche in questo ruolo. Stare a contatto con i giovani nel box mi ha fatto capire molte cose… anche che non era arrivato il momento di appendere definitivamente il casco al chiodo. A agosto del 2017 mi sono detto: “ho 33 anni, se non lo faccio adesso non lo faccio più”. C’era un progetto per rientrare direttamente nel mondiale Superbike che poi, per motivi di budget, non è andato in porto. Ma ormai il “criceto” nella mia testa era già partito…”

- Qual è il tuo stato d’animo?
“In ogni piccola cosa che faccio in questa mia “seconda vita” da pilota ho la stessa tensione e la stessa ansia di quando avevo quindici anni. Ho una felicità interiore che in questi ultimi tempi, nonostante le grandi soddisfazioni avute da team manager, mi è mancata. Mi ero un po’ spento”.

- Inutile girarci intorno… il CIV sarà un trampolino di lancio che cercherai di sfruttare per tornare al mondiale?
“Il piano è tornare a correre, facendolo al 100% del mio potenziale fisico e mentale e nel frattempo sognare di nuovo il mondiale. Non sarà facile perché nell’italiano ci sono tanti piloti agguerriti, che fanno questa categoria da molti anni e che per questo motivo l’hanno resa una delle più difficili. E in più ci saranno molti giovani che vorranno battermi sin dalla pit-lane. Sarà stimolante ed emozionante”.

- Sogniamo: il 13 maggio ci sarà il round italiano di Imola. Se partecipassi come wild-card come vivresti il tuo rientro nel paddock iridato?
“Sarebbe bellissimo, la vivrei come se fosse la prima volta e non come uno che è stato di “casa”. Mi prenderò dal mercoledì alla domenica per godermela e soprattutto per fare bene”.

- Quale aspetto ti è mancato di più, dell’essere pilota, in questo lungo stop?
“Mi è mancata la moto. Sono nato con una moto tra le mani e mi rendo sempre più conto che è una parte di me. Ho avuto nostalgia di quel tipo di adrenalina. Quando ho smesso pensavo che mi sarebbe mancato di più il non stare sulle pagine dei giornali o la mia assenza dalla tv ma poi, man mano che passavano i mesi, ho capito che più di ogni cosa mi mancava il mezzo meccanico”.

- Come l’hanno presa a casa, questa tua decisione?
“Quando l’ho detto a mia moglie, pensava che giocassi, visto che in questi anni gliel’ho accennato spesso ma poi non l’ho mai fatto. Quando mi ha visto che ero deciso e che mi sono messo sotto con l’allenamento, ha capito ed è stata contenta. Nicholas, il mio figlio più grande che è nato e cresciuto nel paddock, non mi ha detto molto: ha alzato la mano per darmi il “cinque” e questo mi è bastato perché è stato un segnale chiaro. Ho l’appoggio della mia famiglia e sono ancora più contento”.

- Come ti stai preparando per i primi test, in programma ad inizio anno?
“Sono tre mesi che mi alleno duramente. Ho la fortuna di essere seguito da Alfredo Stecchi, che è il mio preparatore dal 2012. Lui ha aperto un centro piloti a Roma, e quando gli ho rivelato il mio progetto mi ha messo subito alla prova. Dopo un primo test di tre settimane mi ha detto: “Stavolta ce la fai”. Stiamo lavorando molto insieme e mi sta molto vicino anche umanamente. Per questo mio rientro ho chiamato i miei partner storici Axo e Nolan e si sono messi subito a disposizione per abbigliamento e casco. Sono piccoli grandi segnali che mi fanno capire che ho seminato bene…”

- Affronterai il CIV con la MV Agusta del Team Ellan Vannin di Goffredo Seppiacci, con Ninetto Suriano responsabile tecnico al box. Un team, romano come te, con cui hai già avuto a che fare…

“Nell’inverno del 2015, l’anno in cui decisi di smettere, Suriano aveva appena preso in mano la MV dopo gli anni con Suzuki e Triumph e mi chiese di fare un test in occasione del Trofeo di Natale di Vallelunga. Era un evento riservato agli amatori ma, visto il periodo,  erano presenti anche piloti forti impegnati a provare le moto per la stagione successiva. Facemmo il primo tempo in qualifica e l’idea era di partecipare la gara ma di ritirarci al penultimo giro, per dare spazio agli altri. Al ristorante, però, Ninetto sentì un pilota dire: “Domani Fabrizio me lo metto dietro”. Non l’avesse mai fatto… mi richiamò subito per dirmi che avremmo dovuto vincerla, altro che ritiro programmato. Lui ha un carattere istrionico, simpatico e accentratore ma professionalmente è molto formativo lavorarci insieme perché sa molte cose. Lo rispetto molto perché è esperto ed è uno degli ultimi veri preparatori rimasti nel paddock: quando passi, sente a orecchio se c’è qualcosa che non va… “.

- La firma, quindi, è arrivata velocemente…
“Goffredo e lui mi volevano da quel momento ma avevo deciso di smettere e quindi non se ne fece nulla. A fine ottobre di quest’anno, invece ci siamo risentiti: io avevo ancora in piedi l’opzione per fare il mondiale Superbike ma poi quando non si è realizzata ho deciso di accettare. E’ la situazione perfetta per rientrare in pista”.

- C’è qualcuno che critica la tua scelta?
“Sento molti che non sono d’accordo sul fatto che io stia rientrando nel CIV. Per me, invece, non è un passo indietro ma due in avanti. Risalire in sella dopo tre anni non è facile e so che ho l’ultima “mano” da giocare sul tavolo della mia carriera. Andrò lì per vincere”.

- Ne troverai, di avversari…
“Uno su tutti il mio ex-compagno di squadra, Haga. Sarà agguerrito e in forma, anche perché non ha mai smesso di correre. Poi ci sarà Roccoli che torna con la Yamaha e lui sarà difficile da battere perché nel CIV è il padrone di casa. Ci sarà Stirpe che è il campione in carica… il primo rivale da battere, però, sarò io”.

- Com’è, da guidare, la F3?
“Quella che provai io nel 2015 aveva ancora poco di una Supersport e non posso fare paragoni. Quando scendi da una 1000 e sali sua 600 sembra che devi ancora partire ma è l’illusione di un attimo. Non è un gioco, devi capire come farla scorrere, è un pizzico più faticosa perché devi “limare” dove invece la 1000 inizia scaricare la potenza”.

- Rientrare nel mondiale con la MV sarebbe un sogno?
“La MV è unica marca con cui non avevo ancora corso un campionato. E’ un marchio prestigioso, ovviamente non mi dispiacerebbe rientrare in SBK con loro. Un italiano su un’italiana, come Agostini… da bambino ho sognato tanto di correre contro Biaggi e l’ho fatto. Ora torno di nuovo a sognare”.

- Oltre alla MV, se potessi scegliere un’altra moto con cui tornare, quale sarebbe?
“Ducati, perché per mille motivi è lì che dal 2011 ho lasciato il cuore, avendo conosciuto tutti, dai dirigenti ai Club che ti fanno sentire la passione che hanno per questo marchio. Diciamo che se dovessi tornare mi piacerebbe farlo con un’italiana”

- Qual è la medicina per far tornare la Superbike ai fasti di un tempo?
“La medicina giusta è… la vecchia Superbike: Superpole da un giro secco, importante anche commercialmente perché gli sponsor di ogni team avevano almeno due minuti di visibilità in ogni round, e soprattutto le due gare la domenica. Per me il venerdì e il sabato sono giornate di prove e domenica è tempo di gara. E’ chiaro che questa formula è forse più spendibile dal punto di vista mediatico ma manca il pubblico sugli spalti: quando finisci una gara e non vedi la gente che ti saluta è un problema. Dal punto di vista dell’appassionato, capisco che mancano le battaglie e poi due giorni sono impegnativi: il sabato molte persone lavorano e spesso non è economicamente possibile stare fuori una notte. Prima del cambio, nell’arco della stessa giornata riuscivi a vederti due gare. Vuoi mettere? Il regolamento sta avvicinando sempre più alla Stock e questo può essere positivo ma adesso deve aumentare la presenza in griglia. Quando eravamo in 30, era bella da vedere dal vivo e in tv anche la battaglia del gruppo che si giocava dal quinto al decimo posto… 


 
- Oggi è più facile correre al top, in Superbike?
“Uno con il talento e la costanza di Rea, arrivato in alto dopo anni di sofferenza e di battaglie nel secondo “gruppo”, adesso sta spopolando. Prima la vittoria dovevi sudartela fino ultima curva con Haga o Bayliss alle spalle mentre ora, se hai i numeri, è forse meno dura stare lì davanti. Per questo ho anche un po’ di rammarico per aver mollato proprio quando c’è stato questo cambio generazionale. Diciamo che rispetto ai miei anni d’oro, il livello mi sembra molto calato. Oggi, il quinto arriva a 15 secondi dal podio. Quando vado a rivedere i risultati delle stagioni “d’oro”, mi accorgo che a 15 secondi dal primo arrivava il… diciottesimo. E il quinto, magari, era uno che aveva vinto qualche titolo mondiale. Forse faccio parte di un’altra generazione ma adesso noto che tanti piloti si concentrano più sul “cinema” che sulla pista. Neanche finiscono le prove che già stanno su Instagram o su Facebook. Quelli che vanno forte, invece, aspettano la sera o la fine del week-end. Ma forse sono io che, da questo punto di vista, non mi sento al passo con i tempi…”

- Nella tua carriera hai “assaggiato” anche la MotoGP. Come ti sembra, quella attuale?
“Servirà ancora un anno per capire i reali valori, perché la Michelin nel 2017 ha avuto qualche problema con la fornitura delle gomme. Ciò che è certo è che Marquez è andato oltre il limite, è il nuovo Valentino. Lui riesce a guidare sopra i problemi in maniera spaventosa. Dovizioso ha fatto un grandissimo campionato ma la Honda ha capito che deve lavorare di più e il prossimo anno capiremo se la Ducati sarà ancora così vicina. Anche se penso proprio di si perché Dall’Igna e i suoi hanno fatto un gran lavoro. Lorenzo già dalla prima gara starà lì davanti. Vinales? E’ un gran talento e mi dispiace che in Yamaha siano andati un po’ fuoristrada con i telai… Valentino sarà sempre un problema per gli altri: non li farà respirare, perché quando hai lui dietro hai una pressione che ti costringe a dare sempre il 110%”.

- Come fa, Marquez, a cadere 27 volte senza… cadere?
“Per me, oltre ad un pizzico di fortuna, fa un allenamento particolare. E il gomito ormai è una seconda “leva” da poter utilizzare in situazioni critiche. Quando sente che la moto sta partendo, punta il gomito e la tira su. Ad aiutarlo molto sono anche le vie di fuga in asfalto, che danno una grossa mano rispetto agli anni della ghiaia”.