Con Marc Marquez e Jorge Lorenzo è diventata la Nazione del monopolio in MotoGP, ma non è grazie a loro – né a Maverick Viñales o Dani Pedrosa, Joan Mir o Jorge Martin – che nel weekend la Spagna ha festeggiato due titoli mondiali destinati a lasciare il segno nel motociclismo. Già, perché mentre il Paese celebrava il trionfo di Alejandro Valverde ai Mondiali di ciclismo dopo sei tentativi andati a vuoto, Ana Carrasco diventava la prima donna a mettere in fila gli uomini in un Mondiale delle due ruote, la Supersport 300. Il tutto mentre Jorge Prado metteva il timbro al primo titolo iridato in MX2 – la cui certezza era arrivata già a metà settimana con il forfait di Pauls Jonass – conquistato da un pilota nato nel terzo millennio. E così Marquez, per una volta, ha svestito i panni del festeggiato (pronto a indossarli nuovamente fra qualche settimana…) per complimentarsi con i colleghi. 

Primi in tutto: la prima donna e il primo Millennial iridati. Non è un caso che due imprese del genere siano state firmate da un Paese che negli ultimi tre lustri ha primeggiato in ogni sport. Calcio, basket, tennis, ciclismo, Formula 1, MotoGP – soltanto per citare gli esempi più eclatanti – ma qui si va oltre la pur straordinaria scuola sportiva spagnola, che si è concentrata tanto sui giovani e le strutture e poco sulle chiacchiere. Tenacia, coraggio, mentalità sono il filo conduttore che unisce Ana e Jorge agli altri grandi iberici dello sport, poi loro due ci hanno messo del proprio. Carrasco ha trovato dentro di sé quella forza per sconfiggere avversari e scettici che nessuna scuola può trasmettere. La famiglia di Prado ha avuto il coraggio di emigrare in Belgio, il regno del Cross, quando Jorge aveva 11 anni, scegliendo la via più complicata per emergere. Una scelta che troppe volte nello sport italiano non si è verificata. 

Carrasco per Salom: il thriller di Magny-Cours ha premiato Ana per un punto, grazie alla propria rimonta dal 25° al 13° posto, ma anche al ritiro di Scott Deroue e al sorpasso di Daniel Valle su Mika Perez. Fatti che hanno restituito una logica a un campionato, quello della Supersport 300, che per larghi tratti era stato dominato dalla ventunenne di Murcia. La quale ha dedicato il titolo a un altro ragazzo cresciuto nel florido vivaio spagnolo, lo sfortunato Luis Salom, cugino di David, oggi capotecnico di Ana: «Ho sempre detto che, qualora avessi vinto un Mondiale, sarebbe stato per Luis». Prima di aggiungere: «Sono felice come pilota, senza distinzione di genere». Già, ma nel frattempo la “Million dollar baby” del motociclismo spagnolo è già nella storia, con i messaggi ricevuti da Marquez, Viñales e dal premier Pedro Sanchez. 

Dal Belgio all'Italia: le lacrime della prima donna capace di mettere in riga gli uomini hanno fatto da contraltare alla gioia esuberante, tipicamente da teenager, del diciassettenne Jorge Prado sul circuito di Imola. Nato il 5 gennaio 2001, per intenderci quando Valentino Rossi aveva già vinto due Mondiali e Tony Cairoli conquistava il primo trofeo significativo (l'Italiano Cadetti), Prado ha lasciato la natia Galizia per formarsi in Belgio. Del resto la Spagna non è una culla del Cross – un solo titolo iridato prima della scorsa settimana e soltanto 88 piloti con licenza internazionale, un quarto rispetto alla Svezia – e per ottenere l'appellativo di “Marquez del Cross” Jorge ha fatto tanta strada. «Quegli anni furono duri per la mia famiglia, ma ora abbiamo ottenuto una ricompensa» ha detto commentando il titolo MX2, mantenendo i caratteri del “nomade”. «Vincere il titolo in Spagna sarebbe stato incredibile, ma va bene anche festeggiare in Italia, è un po' la mia seconda casa». Già, perché Jorge corre per il Team De Carli, lo stesso di Cairoli. Perché dopo essere andato a scuola in Belgio, si è laureato in Italia.