La gara di Phillip Island, per chi ha vissuto davanti alla TV o sulle tribune gli ultimi 30 anni del Motomondiale, ha regalato un tuffo al cuore. Rivedere l’Aprilia davanti a tutti, anche se per pochi secondi, è stata una bella emozione. Di quelle che, smaltita l’adrenalina del momento, ti fanno tornare in mente i trionfi di Gramigni, Sakata, Biaggi, Rossi e Capirossi con un pizzico di malinconia per i tempi che furono e con la speranza di un gradito (e auspicabile) ritorno.

Diciamoci la verità: negli ultimi anni, vedere l’Aprilia sul tetto del Mondo è diventato difficile, se non impossibile: i regolamenti delle categorie minori, dove la Casa di Noale dominava spesso o dove comunque teneva testa a Honda e Yamaha, non danno più spazio alla genialità veneta (anche se un’eredità è stata raccolta dalla Speed Up di Luca Boscoscuro, di cui parliamo in questo numero). Se ci mettiamo anche la scelta, personalmente poco condivisibile, di abbandonare il campionato più vicino agli appassionati (dal punto di vista del contatto e dell’appartenenza), cioè la Superbike, dopo tre Mondiali piloti vinti in cinque anni, rimane il sogno di vederla protagonista, per davvero, nella MotoGP.

Scontrarsi con i colossi giapponesi e con gli altri costruttori europei (in primis Ducati) capaci mettere sul tavolo budget importanti è la sfida più difficile da affrontare, oggi, nel mondo delle due ruote sportive. L’impegno, la passione e l’estro tipici della Bella Italia possono fare la differenza, colmando anche in MotoGP un gap che a oggi sembra irrecuperabile. Massimo Rivola e Romano Albesiano sono chiamati a fare da direttori di un coro che speriamo possa cantare, prima o poi, l’inno più bello del Mondo.