Jonathan Rea è incredibile. A 33 anni, dopo aver vinto cinque titoli mondiali consecutivi, non ha nessuna intenzione di cedere il passo. Ogni volta trova nuovi stimoli in sella alla sua Kawasaki, alzando l’asticella del limite sempre più in alto. La scorsa stagione ha faticato non poco all’inizio contro la storica rivale Ducati e la novità Alvaro Bautista. Ma, grazie a una lucidità mai persa, nemmeno nei momenti peggiori, e a una seconda parte di annata da fuoriclasse, ha rimesso le cose a posto. Quest’anno sta mettendo in scena un gran duello con un altro esordiente di lusso, Scott Redding, alternando sconfitte a vittorie perentorie. Le ultime due domenica scorsa, ad Aragón, dopo aver “preso paga” il sabato dall’accoppiata Ducati.

Un uno-due Redding-Davies che avrebbe steso chiunque, a livello mentale. Non Jonathan, che si è andato a riprendere per ben due volte il gradino più alto del podio. Su una pista storicamente amica della Ducati. Una dimostrazione di forza pazzesca e un segnale forte a Redding. Questo 2020 potrebbe anche finire con la consegna del numero uno a Scott, ciò che non finirà è la voglia di Rea di essere il numero uno di un campionato che, forse per il suo carattere schivo, non riesce ancora ad amarlo fino in fondo. 


 
Celebrandolo con questo editoriale, evitiamo anche di porci una domanda che ormai puzza di stantio (“Cosa avrebbe potuto fare se avesse corso in MotoGP?”), godendoci semplicemente la grandezza di un pilota che le generazioni future dovrebbero prendere come esempio.  
 
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