Nessuna faccia rossa paonazza, nessun urlo “animalesco” per evidenziare la raggiunta supremazia, nessuna vena gonfia sotto il casco. E, probabilmente anche a causa della mancanza di pubblico sugli spalti, nessuna scenetta comica preconfezionata alla Rossi, Marquez o Lorenzo.  Il titolo di Joan Mir, di Davide Brivio e della Suzuki, il primo dell’era MotoGP per la Casa di Hamamatsu, è un titolo sobrio. Elegante. Assolutamente coerente e in linea con il comportamento tenuto durante tutta la stagione dai componenti del box azzurro: tecnici, piloti e responsabili.

Una vittoria che coincide con i 100 anni di vita dell’azienda e i 60 anni di presenza della stessa nel mondo delle corse. Il modo migliore per festeggiare e celebrare il traguardo raggiunto. 

Un titolo che fa bene a tutti. Al movimento, perché rappresenta una ventata di novità rispetto agli ultimi campionati vinti dalle “solite” Honda e Yamaha. E anche alla nostra Italia, grazie a Davide e Roberto Brivio, e a tante persone della struttura. La squadra è stata costruita a immagine e somiglianza di Davide, team manager educato, esperto e gentile. E preparatissimo. Tutto, nel box, rispecchia il suo modo di essere e di affrontare le corse. Le sue lacrime emozionano. E anche il suo non riuscire a spiegare cosa si prova nel momento in cui si raggiunge il traguardo di una vita. A volte, troppe parole non servono. 
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La sua è stata una scommessa vinta. E quella del ventitreenne Mir è una vittoria mondiale a tutti gli effetti. Nessuno si permetta di mettere in mezzo l’infortunio di Marc Marquez, il Covid, le gomme, i problemi della Yamaha o il calendario pazzo, affermando il contrario. I titoli si vincono così, dimostrandosi più forti, costanti, resistenti, versatili e fortunati degli altri. Complimenti, Suzuki!

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