Partiamo da un presupposto imprescindibile del nostro sport: il coefficiente di rischio è più elevato rispetto ad altre discipline. E per quanti passi da gigante si possano fare per cercare di minimizzarlo, bisogna sempre considerarlo come variabile. E ricordarlo sempre a noi stessi, Quando le cose vanno male ma anche, come la scorsa settimana a Misano, quando vanno bene e ci permettono di vivere emozioni indimenticabili. Ciò che è successo domenica a Dean Berta Viñales ha suscitato reazioni diverse di molti addetti ai lavori ed è l’ultimo di tre episodi tragici che ci hanno portato via ragazzi giovanissimi impegnati a fare ciò che più li faceva sentire bene.

Dopo aver scritto dell’importanza di una mano più ferma di FIM e Dorna riguardo alcune manovre da parte di chi corre nelle categorie propedeutiche, forse è arrivato il momento di fare tutti una riflessione più profonda. È vero che i circuiti sono sempre più sicuri e che oggi gli incidenti più pericolosi in pista si creano quasi esclusivamente in situazioni come l’investimento, difficilmente controllabili. Ma probabilmente, per limitare ancora di più il coefficiente di rischio di cui sopra, dobbiamo valutare se è un bene continuare a riempire griglie da 42 partenti (se per spettacolo, per business o per dare a tanti l’occasione di farsi vedere, a questo punto non fa differenza) con il rischio di creare “serpentoni” troppo lunghi per tutta la durata della gara. E anche se è un bene continuare a seguire la filosofia dei baby piloti da lanciare il prima possibile, tutti insieme, sul palcoscenico internazionale. Con il rischio che possano pagare l’inesperienza nella gestione di alcune situazioni o la fretta di dover dimostrare a tutti i costi il loro valore per arrivare subito al top. Sono soltanto due spunti di una riflessione ampia ma, credo, necessaria.

Dottor Costa: “Molte volte ho perduto piloti in pista, erano miei figli”