Gli appassionati di corse su strada lo sanno bene: l'Isola di Man regala sempre grandi emozioni. Giri su giri vissuti con il fiato in gola, mentre i piloti sfrecciano composti tra marciapiedi e muretti. E chi non ha la fortuna di essere lì a osservare, guarda trepidante il monitor dei tempi, mentre le parole dei commentatori vengono intervallate dai motori che rombano in sottofondo.

Storie scandite da colpi di settori viola, guasti tecnici, e a volte bandiere rosse, che in mezzo a qualche tragedia sanno regalare imprese degne di una favola. Proprio come quella che ha scritto Bruce Anstey nel Classic TT del 2019.

Il ritorno del neozelandese dopo la malattia


L'edizione del ritorno al Mountain del "Flying Kiwi", che per quasi due stagioni era rimasto a guardare, mentre cercava di vincere una battaglia ben più importante: quella contro il tumore che nei primi mesi del 2018 era tornato a tormentarlo, dopo aver già tentato di piegare il neozelandese nel 1990, anno in cui al 25enne Bruce era stato diagnosticato un cancro ai testicoli.

Una malattia che non aveva impedito ad Anstey di ritornare in sella allora e che non gli ha tolto la voglia di tornare in moto, nemmeno dopo aver sconfitto il nemico per la seconda volta, alla "tenera età" di cinquant'anni. Un sogno che Bruce ha saputo tramutare in realtà con tanta grinta e determinazione, ma anche con l'affetto di chi lo ha sempre sostenuto. A iniziare dalla compagna Anny, per arrivare a Clive Padgett, che ha sempre tenuto una moto pronta per lui. Passando per i tanti tifosi che hanno aiutato Adam Child a raccogliere i fondi, per riportare Anstey in griglia di partenza.

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Il successo nella Lightweight


Ma se a scaldare il cuore di qualunque appassionato sarebbe bastato soltanto vedere Bruce montare di nuovo in sella, ciò che il neozelandese e la sua Honda RS250 sono riusciti a fare, è andato ben al di là di qualunque aspettativa.

Partito subito a razzo, Bruce ha dimostrato sin dalle prove libere di poter dire la sua nella classe Lightweight. Ma a fare da contraltare alle prestazioni del kiwi c'era un'incognita non da poco: la tenuta fisica del cinquantenne, appena ripresosi dalle cure contro il cancro e a secco di competizioni da quasi due stagioni. Un dettaglio non da poco su un circuito da 60,761 km come quello del Mountain. Tanto è vero che lo stesso boss del team Padgett's Motorcycles, commosso e incredulo per il miglior tempo firmato da Anstey, aveva ammesso di aver "detto a Bruce, prima del giro, se non te la senti, ti verremo a prendere a Ballacraine".

Uno scenario prontamente spazzato via dall'indomabile Bruce, che in gara non si è limitato a ripetere quanto fatto in prova, ma è andato a prendersi con forza l’attesa rivincita sull’inferno che aveva vissuto, scrivendo una pagina di storia delle corse su strada con un dominio netto: una cavalcata solitaria che lo ha portato a transitare sotto la bandiera a scacchi con un margine di 1’10”245 sul compagno di squadra Davey Todd, tallonato dall'arrembante James Hind.

Ma nemmeno la splendida rimonta del giovane britannico, nono dopo una sanzione in fase di pit stop, è bastata a distogliere l'attenzione da Anstey: le lacrime e gli applausi, in quel giorno d'agosto, erano tutti per Bruce e per il suo grande ritorno.

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