«Date una moto competitiva a Marc Marquez, e dominerà il Mondiale senza pietà». Quante volte ci è stato ripetuto in questi anni, soprattutto quando lo spagnolo vinceva mettendoci parecchio del proprio? Il 2018, nel quale la Ducati è stata per larghi tratti superiore ma la stessa Honda non ha creato grattacapi al fenomeno spagnolo, racconta che tale considerazione è la verità. E lo è soprattutto se gli avversari commettono errori – vedi i ducatisti – o entrano nel vortice di una crisi tecnica, e il riferimento è ovviamente alla Yamaha. Dovesse chiudere davanti ad Andrea Dovizioso il GP Giappone, Marquez rispetterà la tradizione degli anni pari vincendo il Mondiale sulla pista dell'HRC. Era avvenuto nel 2014, l'anno delle dieci vittorie iniziali, e nel 2016, quando Yamaha e Ducati avevano vissuto parecchie battute a vuoto tra ritiri (Rossi), idiosincrasia nei confronti della pioggia (Lorenzo) e gli effetti di qualche duello fratricida (Iannone-Dovizioso in Argentina). 

I record di Vale e Mick: Marquez è a +77 sul secondo, Dovizioso, e nell'era dei 25 punti per vittoria – iniziata nel 1993 – può diventare il primo pilota della classe regina a vincere il Mondiale con tre gare d'anticipo per tre volte. Valentino Rossi e Mick Doohan si erano “fermati” a due occasioni, anche se il pesarese può vantare il divario-record con questo format di punteggi: nel 2005, secondo anno sulla Yamaha, il 26enne Valentino conquistò il settimo Mondiale (lo stesso numero che oggi insegue Marquez) con 147 punti di divario su Marco Melandri, quasi sei GP. Doohan ha vinto per due volte con 143 punti sul principale antagonista, nel 1994 e nel 1997, e in entrambi i casi mise al sicuro il titolo con quattro gare d'anticipo. La stessa “precocità” fatta registrare da Rossi nel già citato 2005 e nel 2002, primo anno dell'era MotoGP, ma anche da Johann Zarco nel 2015 (al primo dei due titoli in Moto2) e da Brad Binder l'anno successivo in Moto3. 

Perfetto in gara: si tratta di record inarrivabili persino per il Marquez del 2018. Il primato che il pilota della Honda può battere è però personale, ed è quello del distacco inflitto al primo antagonista. Il tetto massimo è rappresentato dal +67 inflitto a Rossi nel 2014, un dato migliorabile ora che Marc vanta 10 lunghezze in più su Dovizioso. Il distacco non è puramente sinonimo di voracità, ma di regolarità, dunque di maturità. Il Marquez del 2018 ha sbagliato pochissimo in gara – a “zero” soltanto in Argentina e Italia – dove è caduto soltanto una volta, un dato che eguaglia il suo minimo storico del 2013, anno da rookie in cui era comprensibilmente più guardingo. Marquez ha sbagliato nel modo “giusto” in prova, se è vero che rimane pur sempre il pilota che è caduto più spesso nei weekend della MotoGP, con 17 scivolate (peggio di lui soltanto Stefano Manzi e Sam Lowes in Moto2). Il pilota migliore, su una moto competitiva, e che trova anche la regolarità: esistono dubbi su come possa finire una stagione?