Una persona limpida, che viveva la propria fama con la massima semplicità. Un ragazzo con valori come quello – sottovalutatissimo al giorno d'oggi – dell'autoironia. Un pilota che, chissà, sarebbe diventato campione del Mondo della MotoGP, di certo la Honda credeva fortemente in lui. E che sicuramente non si sarebbe tirato indietro nei duelli con Marc Marquez. È questo ciò che l'Italia, il movimento sportivo tricolore e la MotoGP persero sette anni fa a Sepang, per un incidente dalla dinamica assurda che si portò via Marco Simoncelli. La cui morte in diretta TV, in mondovisione, è diventata indelebile per una generazione di appassionati del Motorsport: come era avvenuto nel 1994 per Ayrton Senna e ancora prima, nel 1982, per Gilles Villeneuve. A testimoniarlo fu anche un fatto soltanto apparentemente trascurabile: i funerali nella sua Coriano, nella chiesa in cima alla lunga scalinata circondata dagli alberi, furono quasi a reti unificate in Italia, quattro giorni più tardi, dopo che nel frattempo 20.000 persone avevano omaggiato Marco presso il teatro della cittadina romagnola, dove era stata allestita la camera ardente. 

Il campione: è una contraddizione, utilizzare i numeri per illustrare la portata di un personaggio tutto cuore, che aveva superato i limiti della MotoGP e dello sport, e che con la sua spontaneità – senza mai essere banale – era entrato nelle case degli italiani. Un percorso che seguiva quello compiuto da Valentino Rossi, l'amico che per un tragico scherzo del destino è rimasto coinvolto nell'incidente fatale al SIC. Vittima anche di altre coincidenze incredibili: SIC, soprannome di Simoncelli, è anche l'acronimo di Sepang International Circuit, dove il ragazzo di Coriano conquistò il proprio Mondiale nel 2008, quando fu l'ultimo italiano a trionfare in 250. Quel 2008 rimane anche l'ultimo anno in cui l'Italia ha firmato una doppietta iridata, con il SIC – a festeggiare sulla sua Gilera a braccia aperte e senza casco, come un angelo – e Rossi iridati. Oggi, a un decennio di distanza, l'Italia cerca di ripetere una doppietta iridata con Pecco Bagnaia e Marco Bezzecchi. 

L'eredità: non è casuale, il riferimento. Dopo la scomparsa di Simoncelli, l'Italia ha vissuto un paio di stagioni di paurosa flessione, con il famigerato 2013 in cui il nostro movimento vinse un solo GP nell'arco delle tre classi. Mancò il vivaio, ridestatosi nell'ultimo lustro, ma mancarono anche l'impulso e l'entusiasmo (oltre alla velocità) del ragazzo che costituiva l'autentica forza emergente in una MotoGP che stava diventando spagnola. Con gli iberici, Marco era arrivato ai ferri corti, dall'incidente di Le Mans con Dani Pedrosa alle accuse di Jorge Lorenzo, del resto il suo modo di correre – impetuoso, esuberante e senza paura – prestava il fianco a critiche. Ma era genuino, quello di un cavaliere senza macchia. Che infatti, quella domenica di sette anni fa a Sepang, fino all'ultimo cercò di mantenere le redini del cavallo. Per fortuna il Mondiale non ha perso l'impronta dei Simoncelli: papà Paolo ha deciso di dare vita al team in onore di suo figlio, con il quale coltiva i giovani talenti alla sua maniera. Bastone e carota, «Mica pugnette» come avrebbe detto Marco, e la testimonianza è negli articoli post-GP che Paolo firma per raccontare il weekend di gara appena vissuto. Tratti in cui emergono bontà, affetto, l'attenzione alle regole (soprattutto quelle non scritte), autoironia e magari qualche scambio di vedute. Fa tutto parte del "programma". «Quando Paolo e il SIC litigavano c'era da scappare via» ricordava Rossi. «Ci dicevamo quello che ci dovevamo dire, poi dopo cinque minuti tutto tornava come prima» diceva Paolo. Il tutto, oggi come allora, è con all'orizzonte il grande sogno di un giovane pilota, ieri Marco, ora i ragazzi della SIC58. Articoli con momenti esilaranti e altri profondissimi, in grado di strappare prima un sorriso e poi una lacrima. L'essenza del SIC, un quadro che Paolo Simoncelli ridipinge dopo ogni Gran Premio.