"È strano, ma ognuno di noi nella propria vita tocca un apice. Una volta raggiunto, non si può che scendere. Nessuno però sa dove sia il proprio apice. La linea di confine può presentarsi all’improvviso, quando si crede di essere ancora al sicuro". Questa citazione dello scrittore giapponese Haruki Murakami sembra scritta apposta per Freddie Spencer.

Dopo avere vinto il Mondiale della 500 nel 1983, a soli 21 anni, lo statunitense andò incontro a una stagione iellata. In Olanda, dopo avere fronteggiato l’ennesimo imprevisto – il motore girava a tre cilindri perché il cappuccio della candela si era staccato – iniziò a discutere con la Honda della possibilità di correre nel 1985 in due classi: "Quando decisi di disputare le due categorie non sapevo che nessuno era riuscito a vincerle entrambe, 250 e 500, nello stesso anno. Le motivazioni furono altre, in realtà: l’ambizione di misurarmi in una categoria che era la più combattuta e creare una possibilità di sviluppo più accelerato per la 500".
 
Per mettersi alla prova, a marzo Spencer partecipò alla 44° edizione della Speed Week di Daytona vincendo la Superbike, Formula 1 (500 GP) e Formula 2 (250 GP), impresa senza precedenti che gli fruttò 30.000 dollari. "I want it all", dichiarò al termine delle sue fatiche. Lo fece anticipando di un quadriennio l’altra icona degli anni Ottanta di nome Freddie, cioè Freddie Mercury che con i Queen nel 1989 fece uscire il singolo “I want it all” in cui, guarda il destino, c’è la strofa: "I want it all, and I want it now, I’m a man with a one-track mind, So much to do in one lifetime, Not a man for compromise". Un uomo senza compromessi con molto da conquistare nella propria vita.

All’inizio del Mondiale 1985, in Sud Africa, Spencer si presentò tirato a lucido, deciso a non lasciare nulla al caso: nei primi nove GP (18 gare) salì sul gradino più alto del podio 12 volte. A Silverstone, con due GP ancora da correre, grazie al quarto posto si prese il titolo della 250. La settimana seguente, ad Anderstorp in Svezia, avrebbe potuto fare il bis in 500 con un terzo posto.

Anziché amministrare, Fast Freddie stabilì la pole precedendo Eddie Lawson, il solo che poteva scavalcarlo in classifica. Superati in un giro e mezzo Ron Haslam e Didier De Radigues, partiti meglio (con il via ancora a spinta), iniziò la fuga. Dopo sei giri Lawson lamentava due secondi di ritardo, raddoppiati alla fine dell’ottavo giro. Al traguardo Spencer trionfò con quasi 23 secondi su Lawson e più di un minuto sul quinto, Randy Mamola. Per Freddie era la quattordicesima vittoria stagionale, la 27ª in carriera. "Nessuno può fermare la mano del destino" spiegò ai giornalisti, con riferimento alla stagione che si stava lasciando alle spalle, non immaginando però ciò che il destino avrebbe avuto in serbo per lui. Proprio Mamola, dopo le premiazioni, si caricò il connazionale sulle spalle (a differenza di Randy, ancora in tuta) per l’ormai tradizionale tuffo in piscina del campione.

Dopo essersi prosciugato di ogni energia mentale, Spencer ritornò alla vita sociale bagnandosi da cima a fondo. Tre settimane dopo, a Misano, nel GP conclusivo dell’anno, però non si fece vedere. Si era fratturato un pollice facendo pesi, così dissero. Non mancò invece a Suzuka, al GP Giappone dell’8 ottobre, gara extra mondiale: una caduta in prova gli costò lo strappo dei legamenti e profondi tagli a un ginocchio. Fu soltanto l’inizio di un calvario che gli impedì di risalire in sella per oltre sei mesi. Quando lo fece, al GP Spagna, prima gara del Mondiale 1986, nulla sembrava cambiato.

Ma al 15° giro, dopo essere andato in testa con un grande vantaggio, rientrò ai box. Non riusciva più ad azionare il freno anteriore, vittima della sindrome del tunnel carpale, all’epoca ignota ai piloti e non curata in modo adeguato. L’abbandono della Dea Bendata e lo stress esagerato a cui aveva sottoposto il corpo nel 1985 gli presentarono in conto. Dopo Anderstorp, giorno del terzo titolo, non è più salito sul podio iridato.