L’inizio della stagione 1998 offriva premesse e lanciava promesse davvero interessanti.

La classe 500 aveva ancora in Michael Doohan il dominatore assoluto, tuttavia, l’australiano del team Honda Repsol HRC si apprestava a trascorrere qualche grattacapo in più, nelle sembianze di Max Biaggi.

Con in tasca quattro titoli consecutivi vinti in 250 - tre con l’Aprilia, l’ultimo con una NSR non certo irresistibile, però ben seguita dal manager Erv Kanemoto - il ventiseienne romano debuttava nelle file della Regina in veste di mina vagante, portandosi con sé il nippo - americano che tanto piaceva a Freddie Spencer.

Ed il rookie, minò immediatamente la sicurezza di Mick. Velocissimo nei test invernali, il numero 6 (mai sfoggiato prima) risultava spesso e volentieri in cima alle liste dei cronologici, malgrado Doohan minimizzasse così:Sono solo prove, in gara sarà diverso, Nel frattempo io mi devo ancora abituare alla nuova moto”.

Un dettaglio specifico mutò il carattere del quattro cilindri giapponese: scartato l’utilizzo della benzina rossa - qui da noi chiamata “Super” - in virtù di quella verde, con meno ottani e potere detonante, la NSR risultava meno cattiva, esplosiva, difficile. Michael continuò la sua spiegazione:Se prima sapevo che girando il gas mi sarebbe arrivata una botta violenta di potenza, adesso dico che in accelerazione non succede nulla. Non mi piace guidare in questa maniera, sembra più una dueemmezzo”.

Caratteristica perfetta per chi, con la quarto di litro, aveva sbaragliato la concorrenza: proprio Biaggi, il quale lavorò sì di polso destro, ma anche sulle sospensioni Showa e nella scelta delle giuste gomme Michelin. C’era meno da derapare rispetto al solito e conveniva curvare più tondo e lineare.

Suzuka, il luna park del Corsaro


 A dire il vero, da quelle parti Max si presentò con “solo” una affermazione, colta nel 1996. Suzuka non era Shah Alam e neppure Brno, ma al Corsaro piaceva, perché le pieghe da raccordare in terza marcia calzavano perfettamente con il suo stile e la sua tecnica.

Infatti, a sorpresa ma non più di tanto, ecco per lui la pole position: 2'05”772 il tempo di Biaggi, con il solo locale Namba in grado di infastidirlo. E Doohan, dalla quarta casella:Ma tanto sono solo le qualifiche, in gara sarà diverso” .

Aveva ragione, Mick: lui uscì di scena malamente al quindicesimo passaggio e la NSR privata dell’italiano si involava verso il successo. Ammirare Max era una goduria. Pelava il gas quanto bastava con tocchi delicati, derapando appena appena, sfruttando i regimi medio alti. Senza far urlare il motore, tanto non serviva farlo. Il contrario di Doohan, in pratica.

Ci provarono in diversi a soffiare il primo posto al pilota del team Marlboro Kanemoto. Su tutti Okada, compagno dell’australiano. Anche Haga, asso SBK e a Suzuka da wild card. Tady e Nori finirono sul podio, con ritardi superiori ai cinque secondi.

I quotatissimi Criville, Barros e Checa - esperti e ben conoscitori nell’ambito dell’Ala dorata - impotenti, Abe contro le barriere, Kocinski aveva il suo daffare nel passaggio derivate di serie - prototipi.

Massimiliano, invece, scappava e sembrava sul velluto, Pochi trasferimenti di carico, traiettorie perfette, coperture gestite alla perfezione. Vittoria, che fece il giro del mondo ed arrivò in quel di Roma dove, tra gli altri tifosi, il bravo e giovane Patrizio Cacciari, che tuttora ne conserva un ricordo meraviglioso: “Dedico ai miei fans questa impresa - dichiarò alla TV RAI il primo arrivato - ben sapendo che in un solo Gran Premio abbiamo sovvertito i pronostici del precampionato. Sono qui per battere il campione e ci proverò fino in fondo”

Ricordi meno belli per i rappresentanti di Tokio, i quali avevano scarsi motivi per cui gioire. Nonostante una Honda fosse sul gradino più alto del podio, a loro poco importava: l’adesivo HRC non era appiccicato sulle carene della NSR di Biaggi. Fateci caso.

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