Da qualunque lato ci si giri nel paddock del Motomondiale, tra box, camion e hospitality, è facile imbattersi nella scritta “Gresini Racing”, l’unico team presente in tutte le quattro classi. Uno status di polivalente, come si direbbe nello sci, che ha regalato all’imolese titoli in tante categorie: in 125 da pilota, due volte nel 1985 e 1987, poi da manager in Moto3 (Jorge Martin), 250 (Daijiro Kato), Moto2 (Toni Elias) fino alla MotoE (Matteo Ferrari), vinta nella sua prima edizione, come fu per la Moto2. Alla lista mancherebbe la MotoGP, ma il destino ha voluto diversamente, fermando nel modo più tragico i due piloti in grado di puntare a quel traguardo, Kato e Marco Simoncelli.

6 aprile 2003: l’incidente di Kato

Ferite indelebili per il manager e imprenditore, la cui azienda conta 65 persone, ed è presente in Moto3, in Moto2, in MotoE e, grazie al sodalizio con l’Aprilia, in MotoGP. Ma è anche nel CEV e nel CIV, dove è alla costante ricerca di nuovi talenti da far crescere (in quest’ottica si spiega l’arrivo dell’ex campione tricolore Kevin Zannoni). Per questo definire Gresini un’istituzione è tutt’altro che fuorviante. "Vorrei continuare ancora per un po’ - dice il cinquantanovenne imolese - a volte dico che un giorno dovrò smettere di fare questo mestiere, perché divento troppo grande, ma se penso a quel giorno divento triste. Quindi lo voglio allontanare e godermi questo mondo, e contribuire a farlo crescere, per lasciarlo ancora migliore". 

Se pensi a tutti i fronti in cui sei impegnato, come ti definiresti? 

"Un pazzo (sorride), sono appassionato di ciò che faccio. Mi piace così tanto che mi incasino la vita. La mia vita è sempre stata con le moto e le competizioni, prima da pilota e dopo da team manager e cercare nuovi talenti mi appassiona molto. Non sempre ci riesci, in quei casi magari ci rimani male, ma poi ci riprovi. Ho costruito la Gresini Racing, un’azienda a tutti gli effetti che ogni giorno lavora per le competizioni e per fare risultati e dare servizi ai nostri partner, ne vado orgoglioso. Al centro c’è la competizione, ma è anche una piattaforma da utilizzare per poter sviluppare il business. L’abbiamo pensata a 360 gradi". 

Gresini: “La MotoE può convivere benissimo con i motori a scoppio”

Tu che sei diventato iridato nella classe minore del Motomondiale, che ai tempi era la 125, come racconti la Moto3?

"In questa classe si guarda con attenzione ai giovani per dare loro un futuro. Sarebbe bello avere la possibilità di portarli successivamente nelle categorie superiori, ma per ora noi non ci siamo ancora riusciti in maniera diretta. Abbiamo lanciato tanti piloti italiani, da Niccolò Antonelli a Lorenzo Baldassarri, poi Enea Bastianini che con noi ha vinto le prime gare, abbiamo scoperto Fabio Di Giannantonio. E poi abbiamo vinto con Jorge Martin. Per tutti, la Moto3 è di passaggio, ma vale anche per la Moto2".  

Nel 2020, senza Riccardo Rossi sostituito da Jeremy Alcoba, non ci sarà la bandiera italiana. 

"Abbiamo puntato su Alcoba accanto a Gabriel Rodrigo, pilota che ha un grande potenziale ma che nel 2019 è stato particolarmente sfortunato. In generale siamo stati nulli e da campioni in carica siamo rimasti molto amareggiati. Nel 2020 vogliamo tornare a essere competitivi, lottare con i migliori della classe. Credo che abbiamo una squadra che se lo potrà permettere".  

La Moto2 con il motore unico è invece una classe a sé.  

"È una categoria molto più simile alla MotoGP, con una moto decisamente più potente. Anche se i mezzi sono tutti uguali, si tratta comunque di una moto competitiva che forma i ragazzi verso il grande salto". 

Raddoppi le selle, con Nicolò Bulega e Edgar Pons: cosa ti aspetti? 

"Bulega è arrivato propositivo, con grande voglia di iniziare questa nuova avventura. Credo che avesse bisogno di cambiare team, semplicemente per fare una nuova esperienza. Arriva con entusiasmo, e noi siamo contenti di avere in Moto2 un pilota italiano. Al suo fianco ci sarà Pons, che ha vinto il CEV. È una squadra giovane e forte".

Bulega e Gresini: “Tornare in pista sarà un sospiro di sollievo”

E siete presenti anche nella categoria regina con l’Aprilia. 

"Questo progetto mi ha sempre reso molto orgoglioso. Se vogliamo, siamo il primo “independent team” che rappresenta una Casa e saremo assieme anche nel 2021, come minimo. Non è come quando eravamo con Honda, che eravamo un team satellite con moto anche ufficiali, qui c’è una nostra gestione più diretta, anche con la supervisione della Casa. L’impegno è a metà. Quest’anno arriva una moto nuova, c’è tanta voglia di essere competitivi. Speriamo di poter raccogliere i frutti di questo lavoro".

A fine 2021, saranno sette gli anni di coabitazione Aprilia-Gresini in MotoGP: cosa prevedi? 

"L’Aprilia ha il desiderio di entrare direttamente come Casa, vedremo se continuare insieme o se le nostre strade si divideranno. Noi continueremo a fare la MotoGP e questa per me è la cosa più importante".

Sei un ex pilota, questo ti ha aiutato nel tuo lavoro? 

"Moltissimo, perché comprendo tante cose che altri non possono capire. Un meccanico o un capotecnico magari non sono mai saliti su queste moto, quindi non sanno cosa significa affrontare un tratto di pista con una moto con cui non riesci a fare ciò che vorresti. È vero che oggi rispetto ad allora l’elettronica, i telemetristi e gli ingegneri ti aiutano, ma la mia esperienza conta. Nei momenti difficili posso avvicinarmi ai piloti e parlare la “loro” lingua. La chiamo il “pilotesco”. So esattamente cosa succede in quei momenti. Non entro però nel merito delle decisioni tecniche, soltanto in alcuni casi dico la mia, e con i piloti faccio altrettanto. Cerco di accompagnarli senza essere di troppo". 

Cosa ti ha insegnato a livello umano il Motomondiale? 

"A essere una persona tutta d’un pezzo, seria, che prende gli impegni quando sa che li può mantenere. Dico sempre ai ragazzi che lo sport è una palestra di vita molto importante e che ti fa apprendere un sacco di cose, su come si vive, e su quanto sia importante il rispetto. Tanti valori che ho acquisito in questo sport me li sono portati dietro nella vita". 

Hai un rimpianto? 

"Se ne hanno sempre. Da pilota è stato quello di non aver battuto Luca Cadalora quando ne ho avuto la possibilità, nel 1986, e poi di non aver corso nella 250". 

Il ricordo più bello? 

"Ne ho tanti bellissimi e tanti bruttissimi. Le moto mi hanno dato e mi hanno anche tolto tanto. Un ricordo molto bello è quando ho vinto il primo GP da manager in 250 con Loris Capirossi, nel 1999, quella è stata una grande soddisfazione. A questo aggiungo il primo podio nella 500 con Alex Barros e il primo Mondiale vinto con Daijiro Kato".

Uno più recente invece?

"Il 2018, quando abbiamo fatto primo e secondo nel Mondiale della Moto3 con Martin e Di Giannantonio. Un campionato che ho voluto con tutte le mie forze, dato che io vengo un po’ da quella categoria. Vincere quel titolo mi mancava, lo volevo, quell’anno ho vinto tutto quello che c’era da vincere. Tanta roba!".  

La tua carriera da team manager si è incrociata con quella di Simoncelli. Quando si parla di te, è inevitabile pensare a lui. 

"Il suo sorriso, la sua voce, i suoi capelli, la sua spensieratezza, il suo modo di gareggiare… tutto assieme. Lui era un vero guerriero, gli piaceva lottare, gli piaceva il corpo a corpo, non si tirava mai indietro. Godeva di queste cose, anche se prendeva la sportellata, non si arrabbiava, rideva. Diceva: “Oh, l’ho presa, domani gliela do indietro”. Era uno molto combattivo e piaceva alla gente per questo. Poi era molto spontaneo... era forte".

Quale aneddoto ti viene in mente con lui? 

"Nel 2011 dopo l’incidente con Dani Pedrosa in Francia ricevette minacce di morte, così andammo a Montmeló con la scorta. Il sabato conquistò la sua prima pole position in MotoGP. Dopo ci ritrovammo e guardando la TV disse: 'Oh, là qualcuno mi vorrà sparare!'. Ci scherzava, gli sembrava impossibile. È stato sempre sicuro di sé e questo mi trasmetteva sicurezza. Quando è mancato... mi sembrava quasi impossibile. Invece purtroppo il nostro mondo è fatto anche di questi brutti incidenti. Devo dire che si è fatto molto per la sicurezza e certamente quello di Marco è stato un incidente non dovuto a una pista non sicura. Purtroppo dove c’è il fattore velocità c’è anche il fattore rischio, e alcuni rischi non li puoi evitare".  

In poche parole come descrivi la tua carriera? 

"Mi definisco un diversamente giovane. Sempre all’attacco, sempre in prima linea, sempre con nuovi progetti. Sempre con qualche sogno nel cassetto. Dico sempre che quando in quel cassetto non ci sarà più nulla, dovrò cambiare mestiere. Per me questo non è un lavoro, è un piacere. Credo di aver avuto una grande fortuna in questo. Una persona che fa della passione il proprio mestiere è fortunata. Ho cominciato a correre a 17 anni, oggi ne ho 59 e tutta la mia vita è stata qui".  

In quel cassetto quali altri sogni ci sono? 

"Mi piacerebbe molto riuscire in questi anni ad arrivare sul podio con l’Aprilia. Sarebbe un bel traguardo. Lo spirito mi porta anche a dire che mi piacerebbe vincere anche in altre categorie, abbiamo i numeri per farlo".  

Chi è Fausto Gresini? 

"Mi ritengo una persona semplice, che conosce il significato della parola “rispetto”, che non vuole mai smettere di sognare e alla fine dentro sono rimasto un bambino. Sono felice di avere una famiglia e dei figli che a volte ho sacrificato per le corse. Insomma, sono un uomo realizzato".

Gresini: “Sulla stagione MotoGP non ci sono certezze”