"E dire che non amavo l’Estoril...". Le snervanti curve dell’Estoril non sono mai piaciute troppo a Marco Melandri. Il dolore all’avambraccio che aveva nell’affrontare i tornanti veloci, le staccate e le rapide riprese, non gli consentivano di amare il circuito portoghese. Eppure è proprio lì che il 3 settembre 2000, poche settimane dopo aver compiuto 18 anni, Melandri impreziosì l’anno d’esordio in 250 con il primo podio nella categoria di mezzo.

Una categoria ricca di protagonisti quell’anno, sebbene fossero saliti in 500 Valentino Rossi e Loris Capirossi, campioni dei due anni precedenti: nel 2000 la quarto di litro era la classe di Olivier Jacque e Shinya Nakano (i piloti della Yamaha Tech 3 che si contesero il titolo, vinto dal francese), del sensazionale debuttante Daijiro Kato, per la prima volta impegnato in tutto il Mondiale e non soltanto nelle wild card, poi Tohru Ukawa e Ralf Waldmann. Fu in tale contesto che si ritrovò a lottare Melandri, arrivato alla classe di mezzo dopo due anni interi in 125, contrassegnati da sette successi e altri dieci podi, con il titolo mondiale perso un punto contro quell’Emilio Alzamora iridato senza vincere un GP. 

Melandri approdò ancora minorenne alla 250, categoria che nel decennio precedente era stata a forte impronta italiana, con otto Mondiali vinti da Luca Cadalora, Max Biaggi, Capirossi e Rossi. Un’eredità doppiamente pesante visto che Melandri saliva sulla moto, l’Aprilia, che aveva vinto cinque volte nei precedenti sei anni, sempre con piloti italiani. 

"Quando nel 2000 arrivai all’Aprilia - racconta - mi accolsero molto bene, ma al tempo stesso fu un anno complicato perché arrivai subito dopo Valentino e nel team erano tutti innamorati di lui. Per loro gli aspetti che funzionavano nella moto erano quelli che avevano conosciuto con Rossi. Io però avevo necessità completamente diverse perché ero più basso e più minuto, e perché guidavo in modo diverso. Per me, quindi, il primo anno fu difficile".  

L’esordio in 250 non sortì l’effetto desiderato: Marco ottenne un tredicesimo posto in Sud Africa a un minuto e mezzo da Nakano, per poi arrivare a sfiorare il terzo posto al Mugello, preceduto di pochi millesimi da Kato, e a Brno. "La voglia di ottenere il podio - prosegue Melandri rituffandosi nei ricordi di quel periodo - era veramente tanta". E infatti, di lì a poco, il risultato arrivò, inevitabile per una combinazione come quella formata dal talento del romagnolo e dalla qualità tecnica dell’Aprilia.

Il GP del Portogallo del 2000 fu la dodicesima tappa del calendario e fu ricca di sorprese. Melandri partiva dalla sesta posizione in griglia; la pole position era stata di Jacque, davanti ai giapponesi Kato, Nakano e Ukawa. Melandri, invece, aveva alla sua sinistra il tedesco Waldmann, a destra c’era David Checa e poco più in là Klaus Nöhles. 

La battaglia fu subito serrata: Kato balzò al comando di una gara che avrebbe vinto di larga misura, seguito nei primi giri da Ukawa, Melandri e Nakano. La corsa dei due giapponesi inseguitori, però, finì al quarto giro. Se Ukawa scivolò in modo innocuo, Nakano che si trovava in scia e con il gas spalancato non fece neppure in tempo a frenare centrando in pieno la Honda NSR ufficiale che fece da trampolino. Nonostante la dinamica spaventosa, Nakano riportò una ferita al gomito destro, senza fratture, ma quell’unico “zero” stagionale fu fatale per le sue chance di titolo. 

Ad approfittare della doppia uscita di scena furono Melandri e Jacque con il francese che andò a prendersi la seconda posizione e “Macio” che per il resto della gara cercò di rimanere aggrappato al suo codone, fino a mollare un po’ il gas una volta consapevole che il terzo gradino del podio sarebbe stato suo. 

Melandri su Rossi: “Più difficile ritirarsi che continuare andando male”

Marco, in quell’occasione, diventò il pilota più giovane a salire sul podio della 250 superando il primato che fino a quel momento era del leggendario Mike Hailwood: Melandri aveva 18 anni e 27 giorni, contro i 18 anni e 63 giorni di "Mike the Bike", quando fu terzo al terribile Tourist Trophy del 1958.

"Fu una gara difficile per me - racconta oggi Melandri - su un circuito che non amavo e quindi le aspettative a inizio weekend non contemplavano il podio. Sicuramente fui fortunato perché ci fu la caduta di Ukawa e Nakano all’uscita dal tornantino. Diedero una bella botta. In ogni caso, me la sarei potuta comunque giocare con loro perché in gara, rispetto alle prove, stavo meglio a livello di braccia". 

Il ricordo va quindi all’ultimo giro quando, di norma, la saliva è a zero e la voglia di aggiudicarsi un piazzamento accostabile a una vittoria è immensa: "Pensavo a un sacco di cose - dice - a tutte le difficoltà che avevo incontrato nella prima parte della stagione, al fatto che non riuscivo mai ad avvicinare il podio, così come non riuscivo a trovare il giusto feeling con la moto. Soltanto dopo avrei realizzato che con un piccolo salto di qualità avrei potuto giocarmi anche la vittoria".  E infatti, nelle dichiarazioni che “Macio” rilasciò quel giorno, a fine GP, spiegò di non essere del tutto soddisfatto: "Dissi certe cose, perché sapevo che avrei potuto fare di più ed essere più veloce". 

Quel podio in Portogallo sbloccò Melandri, che ripeté il terzo posto anche nei tre GP successivi: a Valencia, dove si classificò dietro Nakano e Jacque, ma superò Ukawa in volata, poi a Rio venne regolato in volata dalle Honda di Kato e dello stesso Ukawa, mentre a Motegi fu terzo alle spalle di Kato e Nakano. 

A fine campionato ottenne il quinto posto nella classifica generale con 159 punti: "Quando arrivai all’Aprilia - ammette - puntavo a qualcosa di diverso ma incappai in un sacco di cadute molto pesanti durante l’inverno. A inizio stagione avrei voluto cercare di cambiare qualcosa, avrei dovuto essere più calmo e rischiare di meno". 

Di quell’anno in particolare, inoltre, Melandri ricorda bene gli avversari e le moto rivali: "Le Yamaha erano veramente veloci, Nakano era forte e nel 2000 guidò meglio di Jacque anche se poi il titolo andò al francese. In Aprilia c’era anche Waldmann e per me lui fu il riferimento più importante". 

Quel 2000 fu un prezioso anno di scuola per Melandri, che dopo una stagione senza successi si riscattò l’anno successivo, vincendo il GP Germania e conquistando nove podi, buoni per il terzo posto dietro il dominatore Kato e Tetsuya Harada.  

Il trionfo sarebbe arrivato nel 2002, con nove successi che lo resero il più giovane campione del Mondo della 250, superato poi da Dani Pedrosa e Jorge Lorenzo. Ma quel titolo, che garantì il salto alla MotoGP nel 2003, fu la “missione compiuta” per Melandri, capace di ottenere lo stesso risultato di Rossi - e sulla stessa moto - ma con qualche mese in meno sulla carta d’identità.  

Del resto, Melandri è sempre stato enfant prodige: debuttò nel Motomondiale a soli 15 anni e 24 giorni in 125, categoria nella quale il primo successo arrivò a 15 anni, dieci mesi e 20 giorni, primato che nel 2008 è stato battuto da Scott Redding. Anche se a firmare il record assoluto, nel 2018, è stato il turco Can Öncü (in Moto3). 

Melandri, che a fine stagione 2019 ha annunciato il suo ritiro dal mondo delle competizioni, è anche il pilota italiano con più vittorie in Superbike, 22, le stesse ottenute nei GP. Anche se 20 anni fa, un terzo posto fu grande quasi quanto una vittoria e regalò un record – insidiato ma soltanto sfiorato da Lorenzo, sul podio a 18 anni e 33 giorni – che nessuno potrà cancellare, visto che la 250 è andata in pensione...

Melandri e Fabrizio si sfidano a suon di “lato B” - FOTO