L’irlanda del Nord ha regalato al motociclismo grandi campioni ma, fatta eccezione per Jonathan Rea ed Eugene Laverty, molti di loro hanno mostrato il proprio valore sui circuiti stradali: da Joey Dunlop al nipote Michael, passando per Phillip McCallen e Ryan Farquhar. Un caso è parte è Jeremy McWilliams che per una dozzina di stagioni ha frequentato il Mondiale, alternandosi tra 500, 250 e MotoGP, e più vicino ai 50 anni che non ai 40 si è tolto grandi soddisfazioni nelle road races. E forse non è un caso che il suo unico successo nel Mondiale l’abbia colto ad Assen, in un evento chiamato Dutch TT, aggiudicandosi la 250 a 37 anni. Ma l’età non è mai stata un problema per un pilota che, a 50 anni, ha corso per l’ultima volta nel Mondiale, con una wild card in Moto2.

Se dico 30 giugno 2001 cosa ti viene in mente?

"Una bella giornata ad Assen, un ricordo lontano e immagino che con il passare del tempo l’entusiasmo svanisca". 

Iniziasti subito forte: miglior tempo nelle FP1.

"Sono sempre stato veloce al Circuit van Drenthe, in precedenza vi ero salito sul podio con una moto non ufficiale nel 1999, quando fui terzo sempre in 250 lottando con Capirossi e Rossi, e ci avevo corso anche nell’Europeo".

Quarto in qualifica, a mezzo secondo da Tetsuya Harada: a cosa miravi?

"La pole è bella da conquistare e ti dà un po’ più di fiducia per la gara, anche se non è così importante".

Avevi una strategia per la gara?

"No, sapevo che avrei potuto giocarmela con tutti gli altri della prima fila, quindi avrei cercato di andare in testa e se non l’avessi fatto, avrei lasciato a loro il lavoro e sarei rimasto vicino". 

Eri già salito sul podio quattro volte nel Mondiale, ma senza vincere. Cosa ti era mancato?

"Erano state stagioni positive e non ho rimpianti, le mie erano moto 'clienti' e non completamente supportate dalla Casa. Era buono rimanere nel gruppo dei migliori se guidavi al limite, ma è difficile mantenere un vantaggio senza sostegno del Costruttore". 

Pensavi di poter vincere facilmente, con 16 secondi di vantaggio sul secondo, Emilio Alzamora?

"Quando arrivai in griglia, controllai le gomme dei miei rivali ed ebbi un’ottima sensazione, ma non pensavo di poter vincere una gara del Mondiale".

In gara, su asfalto non completamente asciutto, andasti subito in testa e gli altri ti videro soltanto al traguardo.

"Feci soltanto la scelta giusta per le gomme: sapevo che se non fosse tornata la pioggia, la prima fila non avrebbe avuto la possibilità di scegliere i pneumatici da bagnato, però non conoscevo le scelte dei piloti dietro. Ma dopo 4-5 giri avevo già un buon margine (tredici secondi di vantaggio, nde)".

Rifilasti quasi 40 secondi alla seconda Aprilia, di Sylvain Guintoli, quarto al traguardo.

"Non mi dispiaceva guidare mentre l’asfalto si stava asciugando, richiedeva molta precisione per rimanere sulla linea asciutta, e spinsi per creare il gap".

Vincesti a 37 anni e al tuo 119° GP: ci speravi ancora?

"Ho sempre dato il massimo, avevo trascorso molto tempo sulla Yamaha 500, dal 1993 al 1996, una moto non competitiva, prima di passare alla classe 250 e diventare subito abbastanza competitivo finendo tra i primi 10 nella classifica generale dal 1997 al 1999".

Cosa provasti sul podio?

"Ero molto felice, perché un britannico non vinceva in Olanda dal 1977 (Mick Grant, nde), un grosso traguardo". 

Come si festeggiò?

"Con qualche birra, poi ricordo di aver dormito come un bambino. Quindi andai a Bournemouth, nel sud dell’Inghilterra, spensi il telefono e mi rilassai una settimana sulla spiaggia". 

Ti regalasti qualcosa per quella vittoria?

"Ho sempre comprato cose che non mi servivano, penso di aver regalato a mia moglie un paio di scarpe di Christian Louboutin!". 

Sembrava l’inizio di una nuova era, invece poi arrivarono tre ritiri di fila. 

"L’Aprilia fu così gentile da offrirmi un motore 'factory' per la gara successiva, a Donington, ma mi schiantai mentre ero terzo e mi ruppi la clavicola". 

Com’era la tua Aprilia?

"Se non avevi un ingegnere italiano nella squadra, la moto non era veloce. Avevamo un ottimo team che aveva molta esperienza con l’Aprilia. Quando guidai per la prima volta un’Aprilia con il QUB Team Optimum nel 1999, non riuscivamo a capire perché la nostra moto non fosse così competitiva e ci consigliarono di impiegare alcuni dei loro ragazzi fidati. Lo facemmo e diventammo veloci ma si dovette spendere tanto per nuovi pistoni e parti del motore dopo ogni sessione. Io non potevo guidare parzializzando l’acceleratore per evitare la rottura del motore. Il team del 2001 aveva già queste informazioni".

Quali erano le figure chiave?

"Dieter Stappert era il proprietario, molto rispettato, con Aprilia Germany aveva ottenuto molte vittorie con Ralf Waldmann, ma comunicavamo in inglese. Il team manager era Mike Leitner".

Nell’inverno successivo andasti in MotoGP: pentito della scelta?

"Niente affatto, correre nella classe regina è sempre il top e con il team KR ci furono anche buoni momenti".

Cosa mancava alla Proton KR (con cui nel 2002 in Australia firmasti l’ultima pole di una moto due tempi nella classe regina) per stare con i big?

"La moto era molto buona, contro le 500 ufficiali a quattro cilindri mancava poco. La KR3 500 detiene ancora i record sul giro e in gara per le due tempi, stabiliti nel 2003 quando la KR migliorò, tuttavia le squadre ufficiali erano passate alle 1000 quattro tempi. Il guaio era la velocità massima: a volte mancavano anche 35 km/h". 

Con il Mondiale hai chiuso nel 2004, salvo un paio di wild card. Ma nel 2012 a 48 anni hai iniziato con le gare stradali. Perché?

"Ero annoiato e abbastanza sicuro di poter imparare velocemente la North West 200". 

Cosa ti piace di quella gara?

"È la mia gara di casa, sono sempre andato a vederla, sin da ragazzino, e ne ero incuriosito. Raduna ogni anno una grande folla e si trova sulla costa più bella del Regno Unito e d’Irlanda".

Però il TT non l’hai mai corso.

"Non ho avuto modo di imparare il Tourist Trophy: serve tempo per diventare veloci su un circuito di 37 miglia". 

Cosa ti è mancato per raccogliere risultati migliori? 

"Un passaporto italiano o spagnolo sarebbe stato il modo più semplice per avere una moto factory...". 

Meglio la vittoria al GP Olanda o i tre successi alla NW 200?

"Man mano che invecchi le priorità cambiano, penso che le vittorie alla North West 200 mi abbiano dato tanta adrenalina quanto il GP vinto nel Mondiale". 

E il film con Scarlett Johansson?

"Quattro mesi strani della mia vita. Il film era Under the Skin: mi chiamò il regista Jonathan Glazer, voleva qualcuno che guidasse una moto molto velocemente in condizioni insidiose e che sembrasse un 'cattivo'”.

Che voto dai alla tua carriera?

"Fantastico, ho lasciato il mio lavoro di ingegnere elettrico per un cammino che potevo soltanto sognare. È stata una grande scommessa e mi sono goduto tutto, il bene e il male, gli infortuni sono una parte. Ora sono test rider per la KTM, sono coinvolto nello sviluppo della maggior parte delle moto stradali e lavoro con un grande team di ricerca e sviluppo. Viaggio più ora di quando correvo nel Mondiale, ma quando vedo i clienti soddisfatti non potrei essere più felice".