Carattere e determinazione sono le qualità che hanno marcato il percorso di Lucio Cecchinello. Sin da quando decise che, a tutti i costi, quello dei motori sarebbe stato il suo mondo. E non soltanto come pilota, dato che nel 1996 divenne un rarissimo caso di pilota e fondatore di un team, LCR (Lucio Cecchinello Racing), con cui gareggiò in 125, e con cui dieci anni dopo è approdato in MotoGP. Dove lo troviamo tutt’ora con due moto e il binomio indissolubile con la Honda. 

Quanto è stato difficile portare avanti il doppio ruolo di pilota e manager?

"La mia fu una mossa obbligata. Iniziai a correre molto tardi perché i miei genitori non volevano, arrivai nel Mondiale a 23 anni, guidando moto discrete ma non competitive. Quando nel ‘95 vinsi l’Europeo (precedendo nientemeno che Valentino Rossi, nde) avrei avuto la possibilità di tornare nel Mondiale con moto private oppure con un’avventura nuova e tutta mia, nella speranza di riuscire ad avere qualche pezzo buono. E così fu".

Come furono gli inizi?

"Partimmo in tre: io e due meccanici con un furgone. E lo rifarei, perché mi ha dato la possibilità di imparare un mestiere nuovo e restare nell’ambiente che amo. È altrettanto vero che il manager ha 'tolto' al pilota tantissime energie psicofisiche e anche concentrazione".

I tuoi genitori poi cosa ti hanno detto?

"Inizialmente erano assolutamente contrari, impauriti dalle conseguenze di eventuali incidenti. All’epoca avevano la percezione del motociclismo degli anni ‘60 e ‘70 che era molto pericoloso. Non mi diedero nessun tipo di aiuto, e non mancarono le divergenze. Quando iniziarono ad arrivare i primi risultati, si rasserenarono. Anzi, il titolo europeo li rese orgogliosi". 

Sei stato un po’ il padre sportivo di Casey Stoner e siete stati anche compagni di squadra, cosa ti aveva colpito di lui?

"La naturalezza con cui riusciva a essere subito veloce su una moto, senza doversi applicare, studiare la telemetria o discutere con i tecnici. Ricordo che nei primi test invernali sulla 250, a Jerez, girava a sette decimi da Melandri che aveva una moto ufficiale ed era estremamente competitivo. Casey era un ragazzo di poche parole, tanto gas, uno dei più grandi talenti degli ultimi vent’anni». Hai un aneddoto con lui che ti piace ricordare? «Era il 2006, il suo secondo GP in MotoGP. Chiese di arrivare in Qatar il giovedì mattina per stare più tempo possibile con la sua ragazza in Australia. Gli avevamo organizzato tutto, ma durante il viaggio ebbe diverse peripezie e atterrò in Qatar soltanto il venerdì alle 9.35. Le prove iniziavano alle 10. Mi fiondai in aeroporto, lo portai in circuito e, mentre indossava la tuta, Elisa (Pavan, storico membro del team, nde) gli fece bere un caffè. Si mise il casco, entrò nel box e, senza neanche guardare i meccanici, salì sulla moto alle 10.02...".

Risultato?

"Dopo tre minuti aveva già firmato il miglior tempo, migliorato dopo dieci minuti, mezz’ora e alla fine del turno. Il giorno dopo firmò la pole position davanti a Loris Capirossi. Meraviglioso. All’epoca c’erano piloti come Valentino Rossi nel pieno del successo, o Dani Pedrosa con la Honda ufficiale. Casey era così, estremamente dotato dal punto di vista naturale".

Con quale pilota condividevi il modo di intendere le corse?

"Noboru Ueda. Abbiamo sempre avuto un ottimo rapporto. Era dedito al lavoro e capiva l’importanza di essere molto collaborativo con gli sponsor. Quando correvamo assieme e c’era la pausa non andavamo mai in vacanza. Ricordo che un anno il 15 agosto eravamo in ufficio a lavorare, ma ci divertivamo. Passavamo ore a studiare la telemetria, a parlare di come poter modificare il telaio, ci scambiavamo le forcelle nei turni di prove. Le tre stagioni con lui me le ricorderò per tutta la vita, mi hanno aiutato tantissimo a diventare competitivo. A differenza di Stoner avevo poco talento. Però avevo enorme voglia di lavorare".

C’è un pilota con cui avresti voluto lavorare?

"Mi sarebbe piaciuto lavorare con Nicky (Hayden). L’ho sempre considerato un pilota veloce. Il suo livello di talento non era pari a quello di Stoner, ma aveva una grandissima voglia di arrivare. Nel mio piccolo mi riconoscevo in lui. Quando non rinnovò con la Ducati, a fine 2013, prima che andasse nel team di Martinez, ci parlammo. Io quell’anno ero già legato contrattualmente a Stefan Bradl, ma per qualche settimana avevamo sognato la possibilità di avere due piloti".

Bradl ti portò sul podio, nel 2013, poi hai vinto tre GP con Cal Crutchlow, pilota con cui il rapporto dura da oltre cinque anni.

"Dal punto di vista personale Cal è eccezionale con le persone che entrano nella sua cerchia. È premuroso, gentile, educato, disponibile, scherzoso, goliardico, è una persona veramente bella. Se però non rientri nella sua cerchia, tiene le distanze, sembra freddo, indisponibile, poco affabile, potrebbe anche apparire sbruffone. Ci mette un po’ a darti confidenza. Con tutta la squadra ha un rapporto molto bello. D’altro canto è anche un ragazzino pestifero, ti “tira scemo” perché gli piace farlo, e poi perché tutto quello che può evitare di fare non lo fa, come magari la sessione di autografi pubblica. Parlo al di fuori, ovviamente, di quello che è il suo lavoro. Nel box svolge un lavoro egregio per l’HRC, siamo molto contenti di come sviluppa la moto e di come fa i test. Non a caso l’HRC gli ha offerto, in tutti questi anni, la possibilità di rinnovare il contratto con la moto ufficiale".

Crutchlow svela i trucchi di Marc Marquez

Da anni la Honda lotta per il titolo soltanto con Marc Marquez, cosa serve per far digerire la RC213V anche agli altri piloti?

"Si parla molto della difficoltà nel guidare la Honda, ma accade perché si fanno i paragoni con altre moto, in particolare la Yamaha e più recentemente la Suzuki. Si tratta di due scuole di pensiero diverse. Yamaha e Suzuki hanno un motore a quattro cilindri in linea, attorno al quale si riesce a costruire una ciclistica e a gestire, in una determinata maniera, tutto l’effetto giroscopico delle masse rotanti. Invece, nel motore a configurazione a V che hanno Honda, Ducati, KTM e Aprilia, non si può costruire lo stesso telaio e quindi non si ha lo stesso effetto a livello dinamico. I costruttori che utilizzano i motori a V prediligono la potenza massima, a scapito di quella che può essere la guidabilità della moto. La Honda in questi anni ha fatto un gran lavoro, soprattutto sulla parte motoristica, adesso dobbiamo operare di più sulla ciclistica, e abbiamo alcune idee".

La MotoGP non è ancora iniziata, secondo te cosa ci siamo persi nei GP non disputati fin qui?

"Avremmo potuto vedere delle belle cose. Come un grande avvio di Quartararo e le sue bellissime battaglie con Marquez. E poi Rins e Viñales a lottare per le prime tre posizioni. Poi Dovizioso, Rossi e mi auguro anche Cal a salire sul podio nelle prime cinque gare. Con Cal in Argentina e Texas avremmo potuto avere buone sensazioni".

Da team manager su quali giovani italiani scommetteresti? 

"Mi piacciono Lorenzo Baldassarri, che va molto forte, e Andrea Migno, che ha molto carattere. Luca Marini mi ha sorpreso, è un altro ragazzo che a mio avviso non è nato con il talento di suo fratello, ma sta dimostrando che con impegno, passione e una grandissima dose di lavoro si possono colmare certe lacune. Presto, Baldassarri e Marini potranno essere presi in considerazione per la MotoGP. Ma in generale di italiani interessanti ce ne sono parecchi".

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