L’anno zero del nuovo secolo, anzi millennio, coincise con l’ingresso di Valentino Rossi nella classe regina. Cioè l’elite del motociclismo, dove il campione uscente della 250 - titolo conquistato a 20 anni nel 1999, due stagioni dopo il trionfo in 125 - iniziò subito con la moto più ambita: la Honda NSR. 

Già nell’estate precedente, dopo l’incidente che mise fine alla carriera di Mick Doohan, la Casa di Tokyo si era mossa per ingaggiare Rossi, il giovane più promettente del panorama iridato. Ma il pesarese preferì prendere tempo: "Voglio prima vincere il titolo della 250, poi penserò al resto" disse dopo il successo in Repubblica Ceca. Poche settimane dopo, Valentino replicò il concetto agli uomini Honda che incontrò in un hotel di Imola. Emissari che erano intenzionati a uscire da quel meeting con una firma sul contratto.

"Non riuscivo a immaginarmi lontano dal team di Rossano Brazzi, che era diventato una sorta di famiglia" disse ripensando all’esperienza con l’Aprilia. Ma il genio di Tavullia già sapeva che il futuro sarebbe stato con la Honda. Cioè la Casa con la moto e il budget migliori, e di molto rispetto alla concorrenza.

Nonostante un’allettante offerta proprio dell’Aprilia, intenzionata a trattenere Rossi per un anno - e nel frattempo sarebbe stato sviluppato un motore V4 da 500 di cilindrata - il giorno dopo il successo a Rio de Janeiro, con titolo della 250 annesso, il 25 ottobre 1999 Valentino definì gli ultimi dettagli del contratto con la Honda. Un accordo biennale che prevedeva per Rossi una struttura separata dal team ufficiale. "Con Nastro Azzurro posso realizzare il mio sogno: correre in 500 con una moto gialla" disse.

Escludendo livree e colori, l’approdo di Rossi in 500 coincise però con l’unico anno in cui la Honda non vinse il titolo in un arco di dieci stagioni: con Doohan (campione ininterrottamente tra 1994 e 1998) uscito di scena, gli ingegneri seguirono le indicazioni di Alex Criville (iridato nel 1999), che chiedeva più potenza. Valentino, che avrebbe fatto tris tra 2001 e 2003, tra la 500 e la neonata MotoGP, scoprì quanto fosse difficile guidare la NSR 500 del 2000. E lo fece nel modo consueto per i piloti di quegli anni della classe regina: con gli avvertimenti dati dalle cadute.

Per spiegare quanto fosse un po’ disorientato all’inizio, Rossi ha ricordato di recente anche il primo impatto con la Honda e il nuovo team: "La NSR 500 era la moto più famosa, iconica e desiderata, ricordo la mia prima uscita, nell’autunno 1999 a Jerez: c’erano Jeremy Burgess e Bernard (Ansiau, uno dei meccanici poi diventato suo fedelissimo, nde) in borghese, con i maglioni a rombi, jeans a vita alta e un furgone a noleggio, all’interno del quale c’era lei, la Honda. Non esattamente il primo impatto che mi ero immaginato. Poi, in pista, sì, andò come pensavo: una moto brutale, si faticava a rimanere dritti persino in rettilineo".

Rossi iniziò il percorso nella 500 con due cadute nei primi due GP, in Sud Africa e Malesia, dove vinsero rispettivamente Garry Mc Coy e Kenny Roberts jr. In Giappone, dove trionfò l’idolo di casa Norick Abe, Rossi fu undicesimo in casa Honda. A ricordare quel periodo fu Burgess, al primo dei suoi 14 anni (con sette titoli) da capotecnico di Valentino: "Il talento di Vale era evidente - disse in una delle biografie del pesarese - e il nostro lavoro era quello di aiutarlo a essere felice e mantenere il nostro rapporto al massimo. In questo sport, il 20% della responsabilità ricade sulla moto e sulla parte tecnica, l’80% sul pilota".

Il calvario finì con l’arrivo in Europa: a Jerez, Rossi ricevette pezzi nuovi direttamente dal Giappone, o più probabilmente gli ingegneri recuperarono alcune specifiche della NSR del 1999. E Rossi si ritrovò: prima fila in qualifica e primo podio in 500, terzo dietro Roberts e la Suzuki e Carlos Checa sulla Yamaha (la cui prima guida Max Biaggi aveva firmato la pole, per poi cadere nel giro di ricognizione). Quindici giorni dopo, a Le Mans, Rossi replicò il terzo posto ma per la prima volta a vincere fu una Honda, quella di Criville, davanti ad Abe.

Poi arrivò il giorno più atteso, quello del Mugello. E le grandi aspettative del pubblico italiano non vennero tradite, con la battaglia tra Loris Capirossi, Rossi e Biaggi. Una pentola a pressione dalla quale il primo a uscire fu il rookie: Valentino cadde al Correntaio a pochi giri dalla fine, poi toccò a Biaggi scivolare, lasciando campo libero a Capirossi, vincitore di una gara della quale si parla ancora oggi, a 20 anni di distanza.

Dopo quel GP ne arrivarono tre corsi sul bagnato - Barcellona, Assen e Donington - situazione nella quale in precedenza Rossi non si era sentito a proprio agio. Se in Catalogna vinse Roberts con Rossi terzo, e in Olanda la spuntò Alex Barros con Valentino sesto, in Gran Bretagna arrivò la prima delle 89 vittorie del pesarese nella top class.

Anche in quel caso fu una gara epica, nella quale Rossi rimontò dalla tredicesima posizione per poi battere in volata Roberts e il sorprendente Jeremy McWilliams sulla bicilindrica Aprilia 400.

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In Germania, al Sachsenring, Valentino fu costretto a un’altra rimonta, dopo essere transitato 16° alla fine del primo giro. Rossi riuscì a compiere l’impresa – su un circuito nemico dei sorpassi - quasi fino in fondo chiudendo al secondo posto, a meno di un decimo di secondo dal vincitore Barros. "In 125 e 250 ero abituato a partire male" commentò Valentino. "Grazie a quelle esperienze ho imparato a sorpassare senza farmi troppe domande. Poi, è vero, sorpassare al Sachsenring non è facile, ma non se non ci provi, non ci riesci". Parole che mandarono in vacanza il Circus. Con un interrogativo: Rossi, sarebbe riuscito a confermarsi dopo la pausa?

Come tutti sanno, la risposta è affermativa. Alla ripresa del Mondiale, dopo una 8 Ore di Suzuka senza successo in coppia con Colin Edwards (il riscatto sarebbe arrivato nel 2001), Rossi salì sul podio a Brno, secondo dietro Biaggi, e all’Estoril, terzo nel GP vinto da Mc Coy, salendo a -46 da Roberts, con quattro gare e 100 punti ancora in palio. 

Tuttavia le speranze di Rossi si infransero nel GP successivo, a Valencia, pista storicamente nemica del pesarese: Valentino perse il controllo della sua Honda e cadde. "In quel GP compresi quanto ancora fossi lontano dalla perfetta guida di una 500" avrebbe ammesso successivamente. "Guidavo in “stile 250”, con traiettorie rotonde, cercando la velocità di percorrenza in curva. E fu proprio questo a farmi cadere due volte a Valencia. Quando iniziai a spigolare di più, compresi quanto fosse superiore l’efficacia". 

A nulla, se non a chiudere il Mondiale al secondo posto, servirono il successo a Rio de Janeiro, il secondo posto a Motegi dietro Roberts e il terzo a Phillip Island, teatro di un’altra battaglia italiana, con Biaggi vincitore, Capirossi secondo e Valentino terzo, tutti racchiusi in tre decimi. 

Rossi fu vice campione del Mondo da rookie, nonostante i tre “zero” (al Mugello fu classificato 12°) e un avvio complicato: dopo tre GP aveva 5 punti, contro i 55 di Roberts jr, ma da Jerez in poi il pesarese ottenne un punto in più del californiano.

Anche per questo, Valentino chiuse l’anno con la sensazione di aver lasciato sul piatto un’occasione. "Ho iniziato senza crederci abbastanza, non pensavo che il titolo potesse essere alla portata". 

Così si preparò a fondo per il 2001, per non ripetere la falsa partenza. E non replicò l’errore, dominando le successive cinque stagioni, anche in mezzo a cambi di categoria - dalla 500 due tempi alla MotoGP con la 1000 quattro tempi - e moto, con lo storico trasferimento dalla Honda alla Yamaha.

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