Sarà per gli scenari incontaminati tanto da risultare quasi selvaggi, o perché il Paese è un agglomerato di italiani e spagnoli d’origine, ma per i nostri piloti e quelli iberici, l’Argentina è stata spesso il teatro di grandi e discusse battaglie: in anni recenti è avvenuto sul circuito di Termas de Rio Hondo, con i contatti ravvicinati tra Valentino Rossi e Marc Marquez in due edizioni del GP, e con il duello fratricida in casa Ducati con Andrea Iannone a fare strike su Andrea Dovizioso. Ma questa è soltanto la versione “moderna” di una storia sulle due ruote caratterizzata anche dai duelli di Buenos Aires, in particolare quando nella capitale si correva l’ultimo GP stagionale. Come nel 1998 quando Loris Capirossi diventò campione della 250 con un sorpasso al limite (sul compagno di team Tetsuya Harada) e un anno più tardi ci fu il duello in 125 tra Emilio Alzamora - in sella alla Honda del Via Digital Team diretto dalla leggenda Angel Nieto - e Marco Melandri, che non gli rese vita facile con la Honda-Benetton-Playlife. Il pilota spagnolo riuscì a conquistare il titolo, l’unico della sua carriera, in modo insolito, ovvero senza vincere neppure una gara: gli bastarono cinque secondi posti e altrettanti terzi nell’arco delle 16 gare. Prima di lui, l’impresa di un titolo senza GP vinti era riuscita al connazionale Manuel Herreros nel 1989, quando correva nella classe 80 (abolita al termine di quella stagione) con la Derbi.

Il catalano, successivamente mentore dei fratelli Marquez, ebbe una costanza di risultati che fu ripagata a fine stagione, con il vantaggio di un punto su Melandri che invece conquistò cinque primi posti, inutili però per ovviare a una prima parte di campionato in salita a causa di un infortunio. Il romagnolo dovette infatti attendere la quinta gara, al Mugello poche settimane prima del 17° compleanno, per ottenere il primo podio stagionale.

Nella stagione 1999 i piloti al via della 125 furono 33: di questi, ben dieci di scuola italiana, tra loro Marco Melandri, Roberto Locatelli, Lucio Cecchinello e il sammarinese Manuel Poggiali. La Spagna era rappresentata da sei piloti tra cui Emilio Alzamora, Pablo e “Gelete” Nieto, e fu chiaro che nel derby tutto latino si sarebbero potuti inserire soltanto i giapponesi, come Noboru Ueda, Youichi Ui e Masao Azuma.

Quel GP del 31 ottobre fu anche l’ultimo disputato all’autodromo Juan e Oscar Galvez di Buenos Aires. E se nelle altre categorie i titoli erano già stati assegnati, con Valentino Rossi vincitore in 250 e Alex Criville in 500, in 125 quella argentina fu la gara decisiva.

Alzamora, che a Buenos Aires aveva vinto nel ‘95, arrivò all’ultima prova con sei lunghezze di vantaggio su Melandri: gli sarebbe bastato un secondo posto anche in caso di vittoria del giovanissimo italiano, ipotesi tutt’altro che da scartare dato che “Macio” era reduce da quattro successi in sette gare. Un ruolino a conferma del valore del romagnolo, terzo a fine Mondiale 1998, il primo campionato intero, durante il quale compì 16 anni.

Quel terzo posto ben prima di diventare maggiorenne portò grandi aspettative su Melandri nel 1999, ma nelle prove del GP inaugurale in Malesia il pilota della Honda si ruppe il radio sinistro, dovette saltare la gara di Sepang e fu costretto a vedere dalla TV il GP di Motegi, poi cadde nuovamente a Jerez. 

Zero punti nei primi tre GP, con Alzamora invece sempre sul podio. Ma a partire dalla Germania, dove si arrivò con Alzamora a +62 su Melandri, qualcosa cambiò e “Macio” iniziò a mietere risultati, vincendo i GP consecutivi del Sachsenring, di Brno e Imola, per poi trionfare ancora a Phillip Island, nel primo dei quattro GP extra-europei in chiusura della stagione. 

Per laurearsi campione, Melandri avrebbe dovuto vincere in Argentina e avere un alleato capace di precedere Alzamora. Missione non facile ma neppure impossibile. Per ricoprire il ruolo di alleato sembrava perfetto il compagno di team di Melandri, Azuma, che a Buenos Aires conquistò la pole davanti ai due contendenti nella corsa al titolo.

Al semaforo verde Locatelli prese la vetta del gruppo incalzato da Melandri e Alzamora, lì vicino c’era anche Poggiali tallonato da Ueda e Cecchinello. Al contrario, il possibile alleato Azuma perse subito terreno e già al secondo giro cadde e finì fuori dai giochi. Per un po’ i piloti del gruppo di testa si studiarono, presero le misure, c’era da capire chi sarebbe riuscito a restare e chi invece di lì a poco si sarebbe arreso.

Nel corso del sesto giro Melandri ruppe gli indugi, era rimasto a osservare fin troppo. Si portò quindi davanti a Locatelli e Cecchinello con Alzamora quarto. Tutto perfetto, non fosse che Cecchinello - configuratosi come il pilota in grado di staccare Alzamora e quindi aiutare Melandri - cadde a sua volta… Melandri, senza riflettere troppo, continuò la sua cavalcata: si sentiva come un toro nell’arena, vedeva soltanto rosso, anzi a scacchi, tanto che iniziò a girare sempre più forte accumulando prima un secondo, poi due, e arrivando a quasi tre secondi e mezzo sui rivali. Ma non sarebbe bastato, perché Alzamora passò Locatelli e si portò al secondo posto. Un gran bel grattacapo per il ravennate. 

L’enfant prodige romagnolo, allora, iniziò a rallentare vistosamente con l’idea di tornare a fare gruppo con la speranza che lo spagnolo, che a pochi giri dalla fine era ancora secondo, venisse raggiunto e sorpassato.

All’ultimo giro, ecco la manovra che sollevò il polverone: Melandri, senza più armi a disposizione visto che il terzo (Locatelli) era distante, si voltò e vide Alzamora in scia, così lo aspettò, si fece sorpassare e poi provò a spingerlo fuori. E dopo il contatto sfiorato, Melandri tornò a rallentare il ritmo, nell’attesa che da dietro arrivasse Locatelli. Nemmeno quest’ultimo e disperato tentativo funzionò. Melandri riuscì a tagliare il traguardo per primo ma Alzamora, arrivando secondo, andò a vincere il titolo iridato per un punto.

"Venivo da una stagione difficilissima - è il commento di Melandri a distanza di quasi 21 anni - la prima corsa la persi per un infortunio stupido. Quando rientrai alla terza gara, anticipando i tempi, avevo ancora un gran male al polso che mi ero rotto, e poi mi buttarono giù all’ultimo giro mentre ero nono. Quindi mi feci ancora male a metà stagione, fu tutto molto complicato".

Con l’analisi di quel 1999 vivida nella mente di Marco, la gara dell’Argentina continua a essere un ricordo poco piacevole, di quelli che hanno lasciato un segno difficile da cancellare: "A Buenos Aires le cose si erano messe bene - prosegue - ero riuscito ad andare in testa con Cecchinello secondo e avevamo creato un po’ di gap sul terzo. Ero contento e convinto di arrivare al traguardo così ma purtroppo Lucio cadde, e a tre giri dalla fine spensi il cervello. Mi sentivo derubato di un campionato che sentivo mio. L’unica cosa che potevo provare a fare, visto che Alzamora era secondo, era rallentarlo in modo che chi era dietro di lui lo raggiungesse e poi lo superasse. Quindi feci tutto quello che mi veniva in mente. Diciamo che non è stato uno dei gesti più belli. Quando ti succede una cosa del genere impari, ti fa riflettere per gli anni successivi. Di certo, però, a fine gara non andai a complimentarmi con Alzamora, avendo io vinto cinque gare e lui nemmeno una. Ero arrabbiato anche per alcuni fatti che erano accaduti durante la stagione e che lo avevano visto protagonista. La sera, dopo qualche ora, riuscii a sbollire e andai a parlarci un po’". Dal canto suo, Alzamora ricorda questa gara come "Il massimo momento della carriera. Una corsa strana, particolare". 

Il GP Argentina 1999 chiuse la stagione 125 con tanti punti di domanda ma anche con un grande insegnamento: per vincere un campionato servono costanza e un pizzico di fortuna. Quando Melandri rientrò al box indossò mesto la t-shirt “Quasi World Champion” che il suo team aveva preparato per lui. Quel titolo sfiorato, avrebbe potuto davvero vincerlo. Sarebbe stato il primo e l’unico in 125 dato che “Macio” dall’anno successivo passò in 250, dove riuscì poi a conquistare il Mondiale nel 2002. Un balsamo per provare a cancellare quella delusione, anche se quel ‘99, forse, non l’ha ancora digerito.

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