Poliziotto, tester Ducati, wild card velocissima in MotoGP nonché dominatore della Superbike nel CIV, ma nel 2019 è stato in pista anche nel Mondiale SBK. Tutto questo descrive Michele Pirro da almeno un lustro, ma in precedenza il pugliese aveva corso a tempo pieno nel Mondiale, togliendosi la soddisfazione di vincere un GP in Moto2 con il Team Gresini. Un lampo di luce in una fase terribile per la formazione imolese, che due settimane prima di quel GP Valencia, aveva perso Marco Simoncelli a Sepang.

Se dico 6 novembre 2011 cosa ti viene in mente?

"Uno dei miei giorni più belli dal punto di vista sportivo, due settimane dopo la tristezza e l’angoscia della Malesia. Non dovevamo correre, ma tornare in moto era la cosa giusta. E qualche giorno prima dissi che sarebbe stato bello dedicare una vittoria a Marco". 

Quel weekend malese coincise anche con il terribile incidente di Marc Marquez, costretto a un lungo stop per problemi alla vista. 

"In parte mi è dispiaciuto perché a Valencia sarebbe stato bello confrontarsi con lui che si giocava il Mondiale della Moto2 con Stefan Bradl". 

Nelle terze libere eri settimo a sei decimi dal tedesco ma poi realizzasti la pole. Te l’aspettavi?

"Da alcune gare stavo andando forte, avevamo cambiato il set up delle sospensioni: già in Malesia ero partito dalla prima fila. I ragazzi della Bitubo lavoravano un sacco e avevamo trovato la 'quadra'".

Avevi una strategia per il GP?

"Volevo semplicemente vincere, feci tutto per riuscirci".

Tranne la partenza. Dopo il primo giro eri sesto. Come mai?

"C’erano condizioni particolari, con l’asfalto che non superava i 16 gradi. All’inizio non presi particolari rischi, la gara era molto lunga, 27 giri". 

Ma già al secondo giro effettuasti tre sorpassi. 

"Non volevo far scappare nessuno, avevo il controllo della situazione".

Poi infilasti Dominique Aegerter. Mancava soltanto il tuo compagno Yuki Takahashi, avanti di un secondo. 

"Sì, ma non fu un gran scappare perché al sesto giro si stese e io passai in testa".

Quando realizzasti di poter vincere?

"Soltanto a due giri dalla fine. Restai concentrato, non volevo commettere errori, anche se 20 giri in testa non finiscono mai. Mi dicevo 'Marco stammi vicino', passavo il tempo a cercare di farmi coraggio. Tra le curve 1 e 2 c’era uno striscione con il viso di Marco e quasi a ogni giro lo guardavo". 

Trionfasti con sei secondi su Mika Kallio e scrissero che eri stato aiutato dal Cielo. Che ne pensi?

"Sono situazioni particolari, è difficile da spiegare. Tutto funzionò alla perfezione, fu incredibile".

Credi in Dio?

"Certo, vengo da San Giovanni Rotondo, il paese di Padre Pio".

Sul podio indicasti il Cielo. Cosa accadde dentro di te?

"Provai una liberazione, avevo capito che correndo avevamo fatto la scelta giusta. Eravamo dispiaciuti per aver perso un amico e un pilota, ma non ci eravamo demoralizzati". 

E non si festeggiò. 

"No, quei giorni furono particolari: il rientro dalla Malesia, il funerale a Coriano, la partenza per la Spagna. Venivamo da un anno trascorso con Marco. A volte penso ancora a quegli istanti, è stata tosta". 

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Che differenze presentava la tua Moriwaki rispetto alle Kalex e alle Suter?

"L’anno prima Elias aveva vinto il Mondiale con la Moriwaki: nella prima parte della stagione la moto era molto competitiva, poi gli altri migliorarono. Nel 2011 non ci furono grandi sviluppi sulla Moriwaki mentre le rivali progredirono parecchio". 

In quali aree eravate carenti?

"Il problema era l’aerodinamica, eravamo molto lenti in rettilineo (a Valencia Pirro raggiunse i 256 km/h contro i 266 km/h delle Suter e i 265 km/h delle Tech 3, nde). Ciò nonostante conquistai due podi e conclusi l’annata nella Top 10". 

E gli aspetti positivi?

"La frenata non era male".

Dispiaciuto che fosse l’ultima gara della stagione?

"Sì e no, perché le ultime settimane erano state molto complicate. Anche in Malesia ero nel gruppo che si giocava il podio quando la gara fu interrotta per un incidente. Un’ora dopo accadde la tragedia di Marco. In quel periodo fu dura dormire".

Avevi già scelto di andare in MotoGP?

"No, sarei rimasto ancora in Moto2 ma Fausto aveva perso Marco e la moto ufficiale, quindi aveva bisogno di un pilota che corresse con la CRT. Me lo domandò e accettai".

Sempre a novembre di quell’anno iniziasti il corso in Polizia.

"Fu una bella soddisfazione, ma già prima di Valencia ero entrato nel gruppo sportivo delle Fiamme Oro". 

Com’era la CRT che guidasti nel 2012?

"Immaginate di prendete in concessionaria un motore di serie o poco più, e poi fargli il telaio intorno. Me ne rendo conto soltanto adesso. La cosa deprimente era la fatica a fare un confronto: essendo i soli con telaio FTR e motore Honda non avevamo un termine di paragone, quindi non sapevo se il problema ero io o la moto". 

Eppure a Valencia, sempre lì, firmasti un grande risultato, 5°.

"Avevo già fatto delle belle gare, nono in Olanda e decimo a Misano, e al Sachsenring nel terzo turno delle libere feci segnare il miglior tempo. A Valencia persi il podio a tre-quattro giri dalla fine, un peccato ma feci il massimo".

Nel 2013 sei approdato in Ducati, nel duplice ruolo di tester e wild card.

"Finalmente una vera MotoGP. Sono orgoglioso di aver contribuito a rendere la Desmosedici competitiva, equilibrata e veloce. Cerco di essere di massimo supporto ai ragazzi del test team e con l’arrivo di Gigi Dall’Igna, Paolo Ciabatti e Davide Tardozzi finora ci è mancato soltanto il Mondiale, ma ci scontriamo con un fenomeno come Marquez". 

Due anni fa a Valencia sei stato quarto, segno che la pista ti piace.

"Invece devo ammettere che non è una pista che mi entusiasma perché con le mille non riesci a sfruttare tutto il potenziale. Diciamo che mi piace come altre piste, ma non mi fa impazzire".

Hai vinto sette titoli italiani. Dove vuoi arrivare?

"Dipende. Vedremo per quanto ancora correrò nel CIV: essendo del gruppo sportivo Fiamme Oro è importante, perché dimostro che impegno e dedizione vengono premiati. L’Italiano è cresciuto e spero nella partecipazione di gente sempre più forte perché mi serve per quando correrò in MotoGP".

I primi tre titoli li hai vinti con la Yamaha gestita dal Team Lorenzini, gli ultimi con il Team Barni e la Ducati. 

"Con il team bergamasco è iniziata quasi per gioco, per tenermi allenato: sono cinque anni che mi supportano e sopportano, e se non fosse stato per la squalifica del 2016 saremmo imbattuti".

Quale risultato manca alla tua carriera?

"Un podio in MotoGP".

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Cosa invece ti è mancato per raccogliere risultati migliori? 

"Se hai un genitore che ha vissuto in questo mondo è più facile. Io invece vengo da un paese privo di cultura motociclistica, è stata tutta una scoperta, ho fatto da “cavia”: a 13 anni pensavo a mangiare le merendine nel negozio di mio padre, non seguivo le moto". 

E poi?

"Decisiva fu una vacanza a Cattolica con mio fratello, senza i genitori. Vidi le piste di Minimoto, su cui non ero mai salito, e scattò qualcosa. Feci le mie prime gare a 14 anni, con le 125".

Che voto dai alla tua carriera?

"Mi resta il dubbio di cosa avrei potuto fare se avessi fatto il pilota tutto l’anno. Non significa che non sono contento, svolgo con piacere e amore il mio ruolo, devo molto a Dall’Igna e ai ragazzi Ducati. Inoltre vedere che altre Case hanno copiato il format Ducati per i test è una grande soddisfazione. E considerando che mi mancano alcuni automatismi, non avendo corso da bambino, mi merito un 7 e mezzo. Meglio che a scuola, dove non andavo sopra il 6...". 

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