Chissà se Freddie Spencer è rapido nel soffiare le candeline sulla torta quanto lo fosse nel guidare la motocicletta. Oggi “The Fast” compie 59 anni, essendo nato il 20 dicembre 1961 a Shreveport, cittadina appartenente allo Stato della Louisiana.

Lui, tre volte iridato nel Motomondiale, è attualmente impegnato in qualità di Presidente del Panel Stewards FIM MotoGP. In pratica, l’americano deve prendere decisioni subitanee. E pure giuste. Proprio come faceva in sella.

Quella (S)volta Che: il mistero di Spencer

Fenomeno USA


Quelle pesanti moto derivate di serie piacevano al mingherlino Frederick Burdette, e le conduceva con grande maestria su tutti i circuit a stelle e strisce, ovale di Daytona incluso. Però, le gesta che convinsero Honda a portare in Europa il giovane Spencer furono quelle esibite nella classe 250, categoria a due tempi, all’epoca la “regina d’America”.

HRC, entrante nel Mondiale ed istigata da Kenny Roberts, convocò “Freddie”, spiegandogli bene cosa dovesse fare: “Guarda, è molto semplice. Tu vai là, batti tutti e poi torni a casa”. Andò esattemente così.

A seguito di assaggi e massaggi - ovvero, ambientazione e cura a rimediare qualche botta - Spencer trovò la giusta dimensione. Cioè, il camion (non immaginatevi una mega hospitality, bensì un normalissimo camper), il box, la pista. Con questi passi e la testa sempre nel casco, lo statunitense si muoveva nel paddock, interfacciandosi il giusto. Quasi con nessuno.

Parlava con Erv Kanemoto, senza nemmeno alzare la visiera. Il nippo americano non riusciva a scorgere lo sguardo del suo pilota che, magicamente, non faceva appannare la visiera stessa: “Come fa? Boh” i tanti commenti uditi. Ma le imprese erano ancora più notevoli.

Triplice corona


La NS 500 tre cilindri era veramente difficile da portare al limite, inoltre, lo gomme Michelin andavano capite. Altro che i dubbi di Dovizioso sulla copertura posteriore: all’epoca bisognava fidarsi e basta. Tradotto, ci volevano due palle così, perché di elettronica non se ne usava ed il polso destro faceva la differenza.

Pure le spalle facevano risultato. Lo pneumatico anteriore della Honda di Spencer veniva sfruttato nel migliore dei modi. Era questo che gli permetteva di creare un gap dai rivali. La capacità di scappare a coperture fredde, dopo una partenza avvenuta a spinta.

Derapate, curve ridotte al minimo essenziale di percorrenza, riapertura lesta del gas. Il primo titolo ottenuto in 500 nel 1983 fece felici molti giapponesi, i quali, però, ne volevano di più: “Adesso arriva il bello”. Ed il bello arrivò, per un progetto che annichilì ogni avversario.

Due anni più tardi, il doppio impegno, costituito da 250 e mezzo litro. Moto simili, moto diverse. A dire il vero, tra i due modelli dell’ala dorata, c’erano pochi particolari in comune. Il numero 19 sulla dueemmezzo, il quattro sulla 500. In ogni Gran Premio, Fast Freddie si alternava su una e sull’altra, vincendo entrambi i titolo di categoria. L’opera riuscì talmente bene da disorientare la concorrenza. Ma un “ma” era dietro l’angolo ed attendeva proprio il nuovo Re.

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Fuga dopo la vittora


Stanco, esauirito e, forse, distratto. Ecco come si presentò nel 1986 Freddie Spencer. Poteva essere compresa la sua nostalgia da casa, era capita la fatica da lui infusa per conquistare il doppio iride Mondiale, però, alcuni episodi lasciarono segni indelebili.

Anzi, a lasciare fu proprio il pilota. Se non lo avete visto direttamente in azione, consultate Wikipedia: dal 1986 al 1989, il talento USA ha solo collezionato dipartite, ritiri, fughe e fugaci apparizioni.

Alcuni lo definirono il “fantasma” di sè stesso. Memorabile il Gran Premio di Spagna 1986, il primo stagionale. Mentre comandava il gruppo, il numero 1 rientrò nel box HRC, lasciò la moto nella mani di Erv e... non si fece più vedere. Nemmno sentire.

Oggi è un uomo diverso


Maturo, esperto e più sereno. Il Freddie Spencer di oggi è riuscito a colmare i tanti buchi lasciati vuoti dal fine carriera alle tante improvvisazioni professionali. Adesso l’americano è il Presidente di un organo importante, giudicante. Il ruolo ricoperto, gli piace, anche se precisa spesso che, probabilmente, correre in moto era addirittura più semplice.

 I piccoli cerchi disegnati nel fango di Shreveport ci hanno regalato un corridore che, stando a qualche leggenda, sapeva vedere in quale senso ruotasse la palla da tennis colpita dai colpi più decisi. Freddie si allenava nel giardino di casa con moto dalla inesistente potenza, girando intorno come Giotto. Girando attorno al Mondo, Spencer insegnò a tutti come vincere i Gran Premi.

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