A cavallo tra gli Anni ’70 e gli ‘80 a tenere alto il tricolore nel Mondiale c’era Pier Paolo Bianchi, vincitore di ben tre titoli in 125, i primi due dominati con la Morbidelli, l’ultimo con la grande rivincita sulla MBA. Una trentina d’anni fa il riminese ha appeso il casco al chiodo e oggi, 68 anni, commenta i passi da gigante fatti dal mondo del motociclismo e lo fa da pilota di quegli anni, ovvero senza peli sulla lingua.

Quanto è cambiato il mestiere del pilota?

"Moltissimo rispetto ai miei tempi: per come sono arrivati a gareggiare, per come vivono lo svolgimento di una gara o un risultato. Una volta, il pilota che non otteneva un risultato lo vedevi più arrabbiato, ora invece li vedi seduti e quando vengono inquadrati da una telecamera fanno segno con la mano 'Andrà meglio la prossima'".

Dovizioso tutto o niente: sostituto di Marquez per l'intera stagione

Quali sono gli italiani che più ti emozionano?

"Non li conosco personalmente, cito Enea Bastianini perché chi vince ha sempre ragione, non si discute. Poi c’è Franco Morbidelli che è bravissimo in MotoGP, come lui anche Pecco Bagnaia e Danilo Petrucci".

In quale pilota ti rivedi?

"Difficile da dire, perché io ero già molto diverso anche dai piloti del mio tempo. Ero chiuso, riservato, correvo soltanto per il risultato. Non vedevo l’ora di correre e di concretizzare. Prendevo tutto anche troppo sul serio. Da come me l’hanno descritto, forse Casey Stoner era un po’ come me".

Com’è cambiata negli anni l’immagine del pilota?

"Ora sono tutti professionisti. C’è un giro diverso nel fare i contratti, si fanno con largo anticipo ed è un aspetto che non condivido. Una volta il motociclismo era uno sport ancora sano, ora viene tutto manovrato. È un giro chiuso. I nuovi piloti non hanno l’occasione di farsi vedere. Se non sono sotto l’occhio di qualcuno che li porta lì, invecchiano senza aver provato a correre".

Cosa manca oggi ai piloti e cos’hanno di troppo?

"In generale penso non abbiano sentito il valore dei sacrifici, per loro li ha fatti la famiglia. Non hanno vissuto la fatica di arrivare lì. Tanti giovani corrono, ma passano gli anni pagando".

"Cos’hanno di troppo è che una volta che entri in quel cerchio, al 99% non esci più. Vieni manovrato e spostato. Ci sono piloti ormai nella stessa classe da sette-otto anni, che hanno girato molti team, non vincono ma non spariscono".

La Moto3 non insegna a correre in modo troppo garibaldino?

"Questa è una cosa che non mi piace. I piloti si sorpassano, si toccano, si stringono e non viene detto nulla. Per qualunque cavolata che fai dalle altre parti, che magari non porta un miglioramento, si viene penalizzati soltanto perché si tocca un po’ l’asfalto verde. Sono d’accordo sulla sicurezza, ma al di là del cordolo lascerei l’erba o la ghiaia. Con l’erba non si scherza, se sbagli vai fuori".

MotoGP, Jarvis: "Morbidelli pilota ufficiale? Sono contento delle scelte Yamaha"

Come valuti il lavoro dello Steward Panel?

"Dovrebbero penalizzare tutti alla stessa maniera. Pensiamo a quando Valentino Rossi ad Assen tagliò la chicane nel
2015 e gli lasciarono la vittoria, due anni dopo in Moto2 Mattia Pasini ha fatto la stessa cosa e l’hanno retrocesso. Queste cose lasciano il segno. Ci vorrebbero poche regole e chiare, ora ce ne sono troppe e facoltative".

Oggi c’è una forte esposizione mediatica, cosa comporta per i piloti?

"Una volta un vincente poteva anche dimostrarsi incompetente quando faceva due chiacchiere con un giornalista, ora invece vincenti o meno sono tutti pronti a far fronte a qualunque situazione. Diventa un aspetto automatico,
non si possono tirare indietro".

Com’è cambiato il rapporto tra pilota e tifoso?

"Sicuramente va tutto a vantaggio dei piloti, dà una carica in più sapere che c’è tanta gente che ti segue. A volte però è l’opposto, magari pensi di aver raggiunto un certo livello e invece non sei ancora arrivato. Adesso anche il pilota che non ha mai vinto niente ha la sua popolarità, invece ai miei tempi le persone che erano nelle retrovie mica si
conoscevano".

La preparazione fisica dei piloti oggi è varia e completa, pensi sia necessario anche il Motocross con i rischi che comporta?

"Ai miei tempi c’era anche chi lavorava, quindi magari non c’era la possibilità. Adesso è tutto più preciso e studiato, con gli allenamenti in palestra e il Motocross. Girare in moto è importantissimo. Ricordo che d’inverno, se non pioveva, passavo le giornate a Misano in moto, macinavo chilometri per non perdere l’abitudine a guidare. Mi organizzavo da solo".

Futuro Suzuki: Pablo Nieto candidato a sostituire Brivio

Cosa pensi del paddock odierno?

"Ora il 70% delle persone che sono lì sono coloro che mantengono il Circus, sono i proprietari che vanno a godere di quello che spendono, con famiglie e tante altre persone. Soltanto il 30% rappresenta i veri interessati. Una volta entravano proprio i veri amanti delle moto".

Cosa pensi delle MotoGP da un punto di vista tecnico, con tanta elettronica, il traction control e l’aerodinamica?

"I piloti d’oggi hanno tantissimo aiuto, anche se devono essere bravi lo stesso. Toglierei qualcosa, ma se togliessero davvero tutto Valentino potrebbe continuare a correre e vincerebbe ancora un Mondiale. È l’unico che ha corso e vinto anche quando non c’era tutta questa elettronica. Li fregherebbe tutti".

Qual è un aspetto che andrebbe migliorato in tutto il motociclismo?

"Mi piacerebbe vedere un po’ di quei piloti sconosciuti come una volta, che arrivano e vanno fortissimo. A lungo andare la stessa roba stanca".

In Moto2 domina la Kalex e tutte le moto hanno lo stesso motore Triumph. Sei favorevole a questa uniformità?

"È quasi un monomarca ma un Mondiale è la massima espressione del motociclismo, quindi sono contrario. Ci dev’essere più libertà rimanendo sempre nelle regole e nei limiti stabiliti. Non riesco a capire quei piloti che passano da primi a ultimi, o Thomas Lüthi, un pilota fortissimo, che non l’abbiamo visto per niente".

Quale pilota vedi oggi come il più simile a uno dei tuoi tempi come stile di guida e comportamenti?

"Zarco. Se n’è andato dalla KTM mollando un bell’ingaggio, per tornare a correre come voleva lui. E poi è uno che dà tutto. Quest’anno mi è piaciuto moltissimo Joan Mir, ha vinto poco, ma ha fatto gare belle. Oltretutto quando rimontava da dietro, non perdeva giri per superare i migliori, al massimo due curve e poi attaccava. È stato bravo e infatti ha vinto il Mondiale, se l’è meritato".

MotoGP: (solo) un mondiale per Ducati in 18 anni. Come mai?