Motomondiale, l'unione fa la forza: Italia da 10 e lode nel 2020

Motomondiale, l'unione fa la forza: Italia da 10 e lode nel 2020©  Milagro

Per la prima volta in 72 anni, l'Italia è andata in doppia cifra per numero di vincitori stagionali, surclassando la Spagna. Com’è lontano il fondo toccato nel 2013...

Sette anni fa un solo pilota in tutta la stagione del Motomondiale fece suonare l’inno di Mameli. Fu Valentino Rossi, vincitore ad Assen, un successo con cui interruppe un digiuno personale lungo quasi tre anni. Malgrado le 52 gare disputate in quel 2013 (Moto2 e Moto3 saltarono l’appuntamento di Laguna Seca), nessun altro italiano salì sul gradino più alto del podio. D’altro canto quell’anno ci furono addirittura 47 successi spagnoli, un record forse insuperabile: al primato contribuirono 11 piloti, da Jorge Lorenzo (otto vittorie) fino ad Alex Marquez e Jordi Torres, un successo a testa. 

Nel 2020 invece l’Italia ha surclassato la Spagna, 18 vittorie a 12, riscattando una serie di stagioni deludenti, fatta eccezione per il 2018 finito in parità (22 GP vinti a testa): l’anno scorso le Furie Rosse avevano doppiato gli azzurri, 32 vittorie a 16, mentre nel 2017 conquistarono otto trionfi in più (28 a 20), nel 2016 ci lasciarono a sei lunghezze (16 a 10), nel 2015 non ci fu partita (19 a 8) e nel 2014 ci umiliarono (34 a 6).  

Nonostante le 18 vittorie il 2020 non figura però tra le nostre dieci stagioni più vincenti: al comando c’è l’annata 2002 con 25 successi, seguita da 1969 e 1972 con 23, ma tutti e tre quei copiosi raccolti scontavano un “peccato” di base. Erano per lo più il frutto di un fenomeno - Giacomo Agostini prima, Rossi poi - che fece man bassa di successi, rispettivamente 18, 17 e 11. Fatta eccezione per le due leggende, in quelle tre stagioni soltanto altri tre italiani vinsero almeno una volta: nel 1969 Renzo Pasolini si impose in tre occasioni, Alberto Pagani e Silvio Grassetti una ciascuno. Nel 1972 il Paso e Pagani confermarono il loro bottino e a loro si unì Gilberto Parlotti con due successi. Nel 2002, invece, la seconda punta fu Marco Melandri con nove trionfi in 250 (in cui si laureò campione), Lucio Cecchinello vinse tre volte in 125 e Max Biaggi si aggiudicò due gare in MotoGP.  

Quest’anno invece per la prima volta siamo arrivati in doppia cifra: dieci diversi vincitori in una stagione non li avevamo mai avuti, nemmeno quando si correvano più categorie (come 50, 80 e 350). Per dirla tutta, fino al 2017 non avevamo mai superato quota otto: toccammo questo valore una prima volta nel 1951 quando a parte Bruno Ruffo e Alfredo Milani, che ottennero due vittorie, tutti gli altri (Umberto Masetti, Enrico Lorenzetti, Gianni e Guido Leoni, Dario Ambrosini e Carlo Ubbiali) gioirono pienamente soltanto una volta. I britannici che quell’anno vinsero 15 delle 16 gare restanti invece dovettero ringraziare cinque piloti, fra cui Geoff Duke che conquistò quattro GP in 500 e cinque in 350, aggiudicandosi entrambi i titoli.  

Negli anni seguenti, fino al 1991 compreso, l’Italia non ha mai avuto più di sei vincitori e il più delle volte si è trattato di appena quattro. Ci sono però state anche cinque stagioni negli anni Sessanta con un solo vincitore e persino un paio senza nemmeno una vittoria: memorabile, in negativo, il 1961 con i terzi posti di Silvio Grassetti al GP Spagna e Tarquinio Provini al GP Germania Ovest, entrambi in 250. Furono i soli podi italiani in tutta la stagione. Anche l’anno seguente il tricolore non sventolò mai sul pennone più alto ma l’Italia si consolò con due secondi posti (Provini in 250 e Remo Venturi in 500) e cinque terzi.  

Poi dal nulla spuntò Agostini che per 10 stagioni consecutive, dal 1965 al 1974, fu l’italiano con più vittorie stagionali. Nel 1992 la famiglia si allargò arrivando a otto diversi vincitori, anche se nessuno nella classe regina: monopolizzammo la 250 con sette vittorie per Luca Cadalora (iridato), tre per Pierfrancesco Chili, due Loris Reggiani e una Biaggi (alla sua prima volta), in 125 fece poker Ezio Gianola, due successi e il titolo per Alessandro Gramigni, una vittoria per Bruno Casanova e Fausto Gresini, per i quali quei trionfi furono rispettivamente il primo e unico, e l’ultimo nel Mondiale.  

In seguito ci siamo assestati intorno a una cinquina di vincitori, anche se nel 1997 furono soltanto due, le nostre punte di diamante in pista e fuori: Rossi vinse 11 GP nell’ottavo di litro e Biaggi cinque nella 250, e si laurearono campioni del Mondo. Da quell’istante, fatta eccezione per il 2000 in cui venne superato da Roberto Locatelli (cinque vittorie e il titolo della 125), Valentino (due vittorie all’esordio nella classe regina) è stato ininterrottamente il primattore italiano fino al 2009, quasi sempre in solitario. Il pesarese si è trovato a condividere il trono di più vittorioso soltanto nel 2007 con Mattia Pasini (in 125) e due anni dopo con Marco Simoncelli (in 250).  

Ma già nel 2010 le fondamenta hanno iniziato a scricchiolare, a partire dalla 125 che a lungo era stata il terreno di caccia privilegiato dei nostri piloti: quell’anno il migliore dei nostri è stato Simone Grotzkyj soltanto 19° nella classifica finale e mai fra i primi otto all’arrivo di un Gran Premio. Nella neonata Moto2 l’esordiente Andrea Iannone ha vinto tre volte e un’altra volta si è imposto Roberto Rolfo con l’esordiente Italtrans, mentre in MotoGP Valentino, vittima del primo grave incidente della carriera, si è dovuto accontentare di due vittorie.  

Tre vincitori sembravano pochi, ma nel biennio seguente, con il passaggio del Dottore in Ducati, sono scesi a due: nel 2011 Iannone ha vinto tre GP e Michele Pirro ha reso omaggio al SIC, scomparso a Sepang (una tragedia che ha tolto al motociclismo italiano un grande personaggio nonché un top rider emergente in MotoGP), facendo sua la gara di Valencia.  

Ritrovato il numero 46 nel 2013 con il ritorno da mamma Yamaha, si trattava di ritrovare gli italiani. Il primo a dargli man forte è stato Romano Fenati, che già nel 2012 aveva evitato di lasciare solo Iannone (autore di due successi all’ultimo anno in Moto2). Nel 2015 il valore è salito ancora, con quattro vittorie in MotoGP del Dottore e altrettante in Moto3 ripartite tra Niccolò Antonelli (due), Fenati ed Enea Bastianini (1). La stagione seguente c’è stato l’ulteriore raddoppio e per la prima volta dal 2009 siamo tornati a festeggiare almeno una volta in tutte le classi: in MotoGP con Rossi (a Jerez e Barcellona) e i due Andrea della Ducati, Iannone e Dovizioso; in Moto2 con Lorenzo Baldassarri a Misano; in Moto3 due volte con Pecco Bagnaia e una a testa per Antonelli, Fenati e Bastianini. In soltanto 36 mesi eravamo passati da un GP vinto all’anno a otto vincitori per complessivi 10 successi, un’impennata frutto del lavoro delle strutture come la VR46 Riders Academy e l’attenzione di team come Gresini Racing, visto che tra gli otto vincitori italiani del 2016 cinque erano Under 21.  

Nel 2017 le vittorie sono diventate 20, anche se più concentrate: otto per Franco Morbidelli, campione della Moto2, sei per Dovizioso e tre per Fenati, una per Rossi, Pasini e Andrea Migno. 

Nel 2018 siamo saliti a nove vincitori, vetta mai raggiunta nella nostra storia mentre la Spagna ha totalizzato anch’essa 22 vittorie ma con cinque portacolori, anche se entrambi i Paesi hanno schierato 30 piloti. Trenta sono stati anche gli italiani scesi in pista l’anno successivo wild card comprese (12 in Moto2, 11 in Moto3 e 7 in MotoGP) ma quelli saliti sul gradino più alto del podio sono diminuiti di un’unità.  

Nel 2020 al contrario, malgrado l’impiego di “soltanto” 27 italiani ben 10 sono arrivati alla bandiera a scacchi prima di tutti i rivali: tre volte Luca Marini, Bastianini e Morbidelli, due Marco Bezzecchi e Celestino Vietti Ramus, una Dennis Foggia, Tony Arbolino, Fenati, Danilo Petrucci e Dovizioso. Non avremo forse un Marc Marquez, ma le 10 punte dimostrano la forza della scuola italiana. E i 24 anni di età media dei vincitori suggeriscono che non è finita qui...

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