Vincere ha sempre un dolce sapore, ma vincere dopo aver passato le pene dell’inferno (forse) ha un sapore ancora più delizioso, grazie a quel senso di rivalsa che rende tutto più bello. Ad qualsiasi appassionato di motociclismo queste parole potrebbero far venire in mente tanti piloti, primo fra tutti (forse) Michael “Mick” Doohan. Questo perché l’australiano, nato per la precisione il 4 giugno 1965 a Brisbane, ha dimostrato come un essere un umano possa vincere cinque titolI mondiali di fila dopo aver rischiato seriamente di non salire mai più in sella ad una moto. Ma andiamo per ordine.

L’ascesa


Doohan sbarca nel mondiale 500 nel 1989, salendo in sella ad una Honda (casa che lo accompagnerà per tutta la sua carriera) e mettendosi subito in mostra per il suo stile di guida, ruvido ma allo stesso tempo pulito. Il primo podio arriva già nella stagione da rookie, mentre il primo successo giunge l’anno successivo, nel penultimo appuntamento della stagione in Ungheria.

Nel 1991 Mick inizia a sentire odore di titolo, ma incontra sulla sua strada un altro talento puro come lo statunitense Wayne Rainey, che per nove punti sale sul trono della categoria. Nella stagione successiva Mick sembra ancora più vicino all’alloro, forte di cinque vittorie e due secondi posti nelle prime sette gare, ma ecco arrivare l’ormai celebre infortunio di Assen.

La caduta e la risalita


Durante le qualifiche del GP d’Olanda Doohan cade, rimanendo bloccato sotto la sua Honda numero 2, e procurandosi la frattura di tibia e perone della gamba destra. Un colpo tremendo, che rischiò di diventare addirittura fatale: dopo l’operazione (effettuata nelle ore successive all’incidente) una terribile infezione attaccò la gamba durante la notte, mettendo a rischio la vita del pilota e portando i medici a pensare all’amputazione dell’arto.

Qui entra in scena un personaggio chiave nella carriera di Mick Doohan, il Dottor Claudio Costa. Rapimmo Mick nel cuore della notte – ha raccontato negli anni Costa – portando con noi anche Kevin Schwantz, anch’egli infortunato”. Costa prende sotto la sua ala protettrice l’australiano, scommettendo su una soluzione medica particolare: l’idea (rivelatasi poi vincente) fu quella di legare insieme le due gambe per circa 15 giorni, in modo che l’arto sano potesse irrigare quello malmesso.

Questa folle quanto ardita manovra rappresentò la salvezza per Doohan, che due mesi dopo la grande paura tornò in sella per il GP del Brasile, terminato 12°, e per quello di fine stagione del Sudafrica, concluso in 6° piazza. il 1993 è un anno di transizione per Mick, caratterizzato dalla tragica uscita di scena di Wayne Rainey in seguito all’incidente di Misano e dalla vittoria del titolo mondiale di Kevin Schwantz, dove l’australiano riesce comunque a tornare alla vittoria (proprio a Misano).

La rinascita definitiva verso la leggenda


Dopo tante sofferenze, momenti difficili risalite, ecco per Doohan arrivare la tanto merita ricompensa. Corre l’anno 1994, ed in sella alla sua Honda numero 4 l’australiano non ha essenzialmente rivali: vince nove gare sulle quattordici in calendario, laureandosi per la prima volta Campione del Mondo esattamente due anni dopo il suo ritorno alle competizioni dopo il terribile infortunio di Assen.

Una volta sbloccatosi Doohan diviene inarrestabile, riconfermandosi campione anno dopo anno. Nel 95 piega la resistenza del connazionale Daryl Beattie, nel 96 e nel 97 quella dei due compagni di squadra Alex Criville, mai particolarmente amato e Tadayuki Okada.

L’ultimo a doversi genuflettere a Re Mick è Max Biaggi, in una stagione (quella 1998) caratterizzata dall’ancora oggi discussa bandiera nera data al romano nel GP di Barcellona. La carriera di Doohan si chiuderà l’anno dopo, quando la malasorte tornerà a bussare in quel di Jerez, dove Mick finisce fuori gioco a causa della frattura di polso, spalla e soprattutto gamba destra, quella stessa gamba che, in qualche modo, ha aiutato Doohan ad entrare nella leggenda.

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