Misano 1989: il boicottaggio e la vittoria di Chili

Misano 1989: il boicottaggio e la vittoria di Chili© Fraternali

Il bolognese ottenne l’unico successo nella top class in un GP passato alla storia. Dopo l’arrivo della pioggia, Chili fu il solo pilota ufficiale a ripartire: "Per tutta la gara pensai alle possibili ritorsioni dei colleghi"

Domenica 14 maggio 1989, a Misano, la classe 500 del Motomondiale annegò in un mare di polemiche. La pioggia si abbatté sulla pista che all’epoca - 31 anni fa - era ben diversa da quello odierna: non soltanto per il senso di marcia, antiorario, ma soprattutto per l’asfalto inadeguato in caso di pioggia. Tanti dettagli, come sala stampa e servizi, rendevano il circuito di allora molto diverso dal presente dell’autodromo-gioiello intitolato a Marco Simoncelli. La pioggia rese quel giorno l’asfalto viscido e troppo insidioso, a detta della maggior parte dei piloti, che si rifiutarono di ripartire. Già, perché la gara era cominciata sull’asciutto, e prometteva grande spettacolo, con i big USA e australiani (più il francese Christian Sarron) a dare subito fuoco alle polveri con i sorpassi nei primi giri.

Ma di fronte alla pioggia, cambiò tutto, e i 70.000 spettatori paganti furono costretti ad assistere a un pomeriggio che non avrebbero dimenticato.

Misano 1982: Franco Uncini, in volo verso l'iride

Asfalto insicuro per tutti. O quasi


Gli stessi specialisti del bagnato “condannarono” Misano e il suo asfalto: Randy Mamola, Sarron, Kevin Schwantz, furono tutti concordi nel sottolineare la pericolosità del circuito sul bagnato: i troppi tipi diversi di asfalto rendevano insicuro il tracciato. Uno scroscio di pioggia aveva preceduto il via della 500. La cui griglia si schierò sperando di correre una gara sull’asciutto. Mike Trimby, rappresentante dell’IRTA, l’associazione del team del Mondiale, si fece portavoce dei piloti e chiese al direttore di gara Alberto Fantini di prevedere un turno di 10 minuti di prove libere prima della gara. Il benestare arrivò velocemente, ma i tempi si allungarono, piloti e squadre temporeggiarono, ignorando i tentativi del direttore di gara di procedere all’allineamento. Il secondo giro di ricognizione arrivò dopo un’ora, a pista finalmente asciutta, tranne che sotto il ponte della Brutapela. Ulteriore attesa. Roberto Gallina – team manager di Pierfrancesco Chili – sollecitò la partenza. Quando si arrivò finalmente al sospirato via, dopo quattro giri ricominciò a piovere. Schwantz, al comando, alzò il braccio indicando a tutti che era il momento di rientrare. Gara sospesa.

Alberto Fantini diede a tutti il tempo di preparare la moto per una seconda manche, ma soltanto 12 piloti decisero di scendere in pista. E tra loro soltanto un ufficiale: Pierfrancesco Chili. Un po’ perché il bolognese non voleva rinunciare a correre sulla pista di casa, un po’ per l’insistenza di Gallina. Per Chili, la posizione divenne difficile, da separatista: tutti i big, infatti, boicottarono la seconda fase di gara. Anche i piloti Cagiva, che andarono contro il volere di Gianfranco Castiglioni, intenzionato a schierare Mamola. La Honda lasciò libertà di scelta a Lawson, e il campione in carica fu il più illustre tra i 16 piloti che si rifiutarono di ripartire.

Lo scenario divenne surreale: gli americani dai box ad applaudire e incitare in segno di scherno chi era sceso in pista, sotto il diluvio. Alla prima curva, Vittorio Scatola si presentò davanti a tutti ma scivolò in una maniera che parve persino goffa. Inevitabile, dato che con la sua Suzuki privatissima disponeva soltanto delle gomme da asciutto, ma volle provare il brivido di qualche metro in testa alla gara della 500...

 

Chili e il segnale mandato ai piloti americani


Chili prese subito il comando e lo mantenne per tutta la manche, concludendo con 15’’1 di vantaggio su Michael Rudroff e 20’’2 su Simon Buckmaster. Al termine venne fatta la somma delle due frazioni di gara, e Chili vinse con un vantaggio di 32’’27 su Buckmaster e 32’’5 su Rudroff. I tempi sul bagnato confermarono le difficoltà anche soltanto a rimanere in pista: 1’48’’218 fu il giro veloce di Chili, ovvero quasi mezzo minuto più alto dell’1’19’’169 firmato da Eddie Lawson nella prima frazione. Ma come disse lo stesso Chili, la sua non fu una gara, bensì una contestazione. “Così facendo, magari mi sono dato la zappa sui piedi, perché gli altri piloti potrebbero negarmi la possibilità di parlare con loro in futuro”, fu il dubbio che espresse a Motosprint subito dopo la bandiera a scacchi. “Però potrei anche aver dato uno scossone a una situazione da tempo poco chiara. Gli americani fanno gruppo e ci impongono le loro decisioni. Mamola non deve parlare di sicurezza e poi, una volta fermata la gara alle prime gocce di pioggia, mettersi a fare le impennate. Se non ci sono le condizioni per correre è pericoloso anche guidare su una ruota. È stato anche questo suo comportamento a convincermi a fermarmi sulla linea di partenza e a dire a Roberto Gallina di montare le gomme rain per continuare la gara”.

“So bene che sportivamente questa vittoria non vale niente, che le vittorie vere sono quelle sudate, mentre io non ho certo guidato al limite. La mia è stata una contestazione a una presa di posizione che non condivido”, aggiunse Chili.

Una gara difficile per il bolognese, che continuò a pensare per tutto il tempo alle conseguenze del suo gesto. “Mi tormentava la possibilità di cadere", spiegò Chili. "Tutti gli altri avrebbero riso di me. Non pensavo certo alla vittoria o alla classifica. Non mi importa niente di questi punti, pensavo piuttosto alle ritorsioni degli altri piloti. E il pensiero che qualcuno possa danneggiarmi nel paddock o in pista mi disturbava e mi disturba”.

La giuria Internazionale comminò una sanzione a chi si rifiutò di scendere in pista. Il Codice Sportivo della FIM recita infatti che “Un pilota iscritto a una manifestazione, se non può prendervi parte, deve informare gli organizzatori non appena gli è possibile fornendo una valida e accettabile giustificazione”. Vennero multati 15 dei 16 dissidenti: Lawson, Rainey, Christian e Dominique Sarron, Mackenzie, Haslam, McElnea, Valesi, Spencer, Kneubühler, Fujiwara, Doohan, Broccoli, Roche e Schwantz. Nessuna contravvenzione a Mamola, l’unico a sbrigare le formalità burocratiche. Ulteriormente differente fu la posizione di Fred Merkel, schierato per l’occasione da Gallina: l’americano, campione del mondo Superbike, cedette alle pressioni dei connazionali e rientrò ai box dopo il giro di ricognizione sul bagnato.

Mamola disse: “La FIM deve garantire la sicurezza a ogni pilota perché la mia vita vale quanto quella di Chili o Buckmaster. Non ha senso metterla a repentaglio per la pericolosità di un tracciato. Prendere il via della gara non avrebbe certo salvato lo spettacolo, perché non può esserci spettacolo girando 30” più piano del tempo record”. Lawson, che nel 1989 vinse il quarto e ultimo Mondiale della carriera, sottolineò che fermarsi fu l’unica opzione. “Chi ha preso il via sotto la pioggia è andato a passeggio perché sul bagnato il tempo sul giro deve salire di 10 secondi, non di una quarantina. Non c’erano le condizioni per correre in sicurezza e ci siamo fermati; su altri circuiti puoi montare le gomme rain dopo aver provato sull’asciutto e scendere in pista. A Misano non puoi farlo”.

E sul concetto del ritmo da “passeggio” tornò anche Sarron: “Ho sempre tratto vantaggio dalla pioggia, ma qui a Misano guidare sul bagnato è impossibile perché le caratteristiche dell’asfalto cambiano continuamente. Un pilota privato può disputare una gara sicura, ma un ufficiale se prende il via lo fa per correre, non per andare a spasso”.

Fabrizio Pirovano, l'uomo che regalò il titolo Supersport alla Suzuki

  • Link copiato

Commenti

Leggi motosprint su tutti i tuoi dispositivi