La notte, quella notte. Jean-Louis Tournadre non dimenticherà mai le poche ore alla vigilia del GP Germania Ovest 1982. Come può dormire un dipendente delle Poste Francesi in permesso di lavoro, pilota privatissimo e squattrinato, mentre aspetta la mattina per giocarsi il Mondiale della 250 contro un gigante, che oltretutto gioca in casa? L’ultima prova del campionato era la gara della vita e il nostro Jean-Louis si accingeva al duello con Toni Mang – già tre volte iridato e in sella a una Kawasaki ufficiale – con una spada spuntata. Certo, aveva otto lunghezze di vantaggio, e con il sistema di punteggio allora in vigore gli sarebbe bastato arrivare quarto per conquistare il titolo; ma le chance erano pochissime.

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Una stagione dell'epilogo incredibile


Sulla pista di Hockenheim nella vecchia configurazione – due interminabili rettilinei che si inoltravano nella Foresta Nera e il tratto misto del Motodrom subito prima del traguardo – ci voleva un gran motore; Mang ce l’aveva, la Yamaha “clienti” di Tournadre proprio no. La classifica delle prove parlava fin troppo chiaro. “C’erano molte moto ufficiali – ricorda oggi il francese – Espie ed Estrosi guidavano le Pernod, Fernandez aveva un motore Bartol, Freymond la MBA del reparto corse. Andavano tutte molto forte e nelle qualifiche non avevo ottenuto un buon tempo perché la mia non era veloce e io sono grande e pesante”.

Eppure a una gara dal termine era in testa al campionato. Quella notte i pensieri volavano, ripercorrendo i passi che incredibilmente lo avevano portato fin lì. Il primo: l’amico vigile “faccia tosta” che aveva fermato in mezzo alla strada uno dei componenti della famiglia Michelin, proprio davanti alla fabbrica: “Ho un amico pilota piuttosto bravo, è in difficoltà perché non ha un gommista. Come facciamo?”. Incredibilmente a partire dalla gara successiva Jean-Louis aveva avuto l’assistenza del Bibendum – le gomme ufficiali – e nell’ultima gara del Mondiale 1981, in Cecoslovacchia, era arrivato terzo. Nell’inverno era stato chiamato a collaudare le coperture per l’anno successivo, pagato a chilometraggio come un tassista... Il secondo: Jean-Louis era responsabile della manutenzione veicoli delle Poste Francesi a Clermont-Ferrand e il sindaco, Roger Quilliot, aveva convinto Louis Mexandeau, Ministro delle Poste, a inserirlo tra gli atleti di alto livello che beneficiavano di sei mesi di licenza all’anno per svolgere la loro attività sportiva. Erano stati a scuola insieme...

Il terzo, il quarto, il quinto… Due Yamaha TZ in prestito, assolutamente di serie; un furgone, un meccanico, il papà e tanta buona volontà contro l’armata tedesca che invece schierava le Kawasaki ufficiali preparate dal mago Sepp Schloegl, e un pilota – Mang – pressoché imbattibile. Ma nel primo GP della stagione, a Nogaro, i big avevano scioperato contestando le pessime condizioni dell’asfalto francese, Tournadre invece aveva corso e vinto. Molti non sapevano nemmeno chi fosse. “Avevo già girato a Nogaro e sapevo cosa avrei trovato" dice Tournadre. "Io dovevo correre, mi serviva il premio di arrivo perché i soldi che avevo bastavano soltanto per fare un paio di gare. E poi era il GP Francia, erano venuti lì per vedermi diversi amici generosi che mi avevano aiutato. Quello era uno sciopero dei grandi, io ero uno sconosciuto e non c’entravo. Nessuno aveva chiesto il mio parere. E allora perché non partecipare? Conoscevo bene la pista, la moto funzionò bene…”.

Vinse, ma nessuno si aspettava che lo “sconosciuto” potesse davvero lottare per il titolo contro Mang. Tournadre stesso guardava il Kaiser con grande rispetto. “Per me è stato un avversario e anche un riferimento: dominava la categoria, aveva già vinto tre Mondiali (e il quarto sarebbe arrivato in quello stesso 1982, nella classe 350, nde), aveva moto veloci e una bella squadra. Era intoccabile”. In effetti il tedesco fece la stagione con ritmi da blitzkrieg, la guerra lampo: su 11 gare disputate, cinque vittorie, otto podi. Però non scherzava nemmeno il nostro ”postino” che non vinse più ma in totale fece otto podi senza mancare nemmeno un risultato. Mentre al contrario Mang in Cecoslovacchia sbagliò. “Molti parlano di Nogaro e riassumono in quella gara tutti i sacrifici di una stagione, è una cosa che mi dispiace. Ma io penso che Mang abbia perso il titolo proprio a Brno – ricorda Tournadre – ci trovammo fianco a fianco alla frenata di una chicane molto lenta in cui si passava uno per volta. Lui staccò dopo di me, ma io avevo frenato al limite e riuscii a fare la curva, lui arrivò troppo veloce e tirò dritto uscendo di pista. Finii la gara al secondo posto, dietro Carlos Lavado; Mang arrivò ottavo”.

Gioco di "squadra"


Restavano due corse soltanto. Arrivarono primo e secondo nel GP San Marino al Mugello. Tre settimane dopo, il 26 settembre, c’era Hockenheim. L’ultima sfida era in casa del tedesco e la gara cominciò male per la Cenerentola: Mang andava come il vento, Tournadre remava disperato tra l’ottava e la nona posizione. La sua moto era troppo lenta, non riusciva a recuperare e vedeva il titolo allontanarsi. Soltanto un miracolo avrebbe potuto salvarlo. Poi…

Per un momento il francese credette di avere avuto una allucinazione. “Patrick Fernandez e Christian Estrosi cominciarono ad affiancarsi in rettilineo davanti a me per crearmi la scia. Avevo davanti due moto che generavano un tunnel, era un’aspirazione terribile e il mio motore andava molto più forte. Alle chicane e all’ingresso del Motodrom si facevano da parte e mi lasciavano passare, all’uscita mi superavano e si mettevano di nuovo davanti a me per tirarmi. Andò avanti così per cinque o sei giri, io recuperavo posizioni, riuscii a risalire fino al quarto posto e a quel punto si misero dietro di me proteggendomi da Manfred Herweh che premeva”. Mang vinse facile ma Jean-Louis mantenne la posizione fino al traguardo conquistando il punto in più che gli serviva. Non c’era stato nessun accordo, prima, eppure il regalo insperato di quei due ragazzi significava il titolo mondiale.

La domanda è ovvia: eravate amici, vero? La risposta… molto meno. “No. Non prima di questi fatti. Loro erano piloti ufficiali, io invece avevo comprato le mie moto dall’importatore. Ero un privato, non avevo molte occasioni di parlare con loro. Li conoscevo, nulla più”. E allora perché lo hanno fatto? “Non lo so. Forse perché è partito come un gioco, durante la gara. Forse si è creato spontaneamente lo spirito di una ‘squadra nazionale della Francia’. Anche se in verità la ‘Nazionale’ non esisteva”

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