Spesso capita, nel motociclismo come in tutti gli altri sport, che a lottare per un titolo siano due piloti di generazioni differenti. E se a vincere è il più giovane, diventa immediato pensare al passaggio di consegne. Ed è quanto effettivamente accadde a Misano nel 1985, quando nella 125 la lotta per il Mondiale fu una questione tra il trentatreenne Pier Paolo Bianchi e il ventiquattrenne Fausto Gresini. Il veterano contro il giovane. Il riminese contro l’imolese. Un tre volte campione del Mondo contro un pilota soltanto alla terza stagione del Mondiale, anche se già nel 1984 aveva mostrato grandi qualità. A renderli rivali, in qualche modo, contribuì il Team Italia, nato proprio quell’anno, che decise di puntare sul futuro – diventando il serbatoio per i talenti emergenti che in tre stagioni consecutive dominò la 125 con Gresini e Luca Cadalora – lasciando che il campione già affermato si trovasse una sistemazione da sé.

I tre successi di Fausto Gresini a Misano

Bianchi, l'impresa sfiorata


Ed è quello che Bianchi fece, arrangiandosi e riuscendo a mettere insieme un team, l’Elit (a cui il pilota contribuì anche economicamente) con il patron Luigi Ghisimberti, trovandosi così alla guida di una MBA. Lo stesso Bianchi racconta con amarezza: “Quell’anno sembrava non dovessi correre. Nacque il Team Italia e fecero di tutto per escludermi, tentando anche di portarmi via il posto nell’Elit. Fortunatamente il titolare credette in me e allora partimmo". Non fu l’inizio più semplice, quindi: "Moralmente non era il massimo e la Garelli con cui correva Gresini era più veloce. Noi avevamo la nostra piccola moto e la voglia di vincere e lottammo per tutto il campionato”. Invece di guidare una Garelli come Gresini e Gianola, il romagnolo – oggi collaboratore di Valentino Rossi per quanto riguarda i caschi – restò sulla MBA, moto che conosceva meglio. Quel giorno, però, fu il destino a mettersi di traverso e a decidere le sorti di quel duello. Bianchi stava disputando la sua gara senza problemi, lottando per quella seconda posizione che gli avrebbe garantito il quarto titolo iridato, dopo quelli ottenuti nel 1976, 1977 e 1980 sempre in 125. Invece, a pochi giri dalla fine, il colpo di scena: “La moto si fermò e non ripartì più – ricorda Bianchi – non era mai successo nel corso di tutta la stagione e capitò in quella situazione. Si vede che non dovevo vincere, che doveva finire così”.

Nonostante la cocente delusione, che a distanza di 35 anni non è ancora passata (“Mi dispiace più oggi che quel giorno”) per Bianchi quello è un anno da ricordare: “È stato uno dei più belli, con tutte le disavventure, per com’era partito, senza la fiducia di alcuni. Avrei dovuto smettere, poi mi sono arrangiato e sono arrivato a giocarmi il titolo. Ne avevo già vinti tre, ma quando ho perso quel Mondiale, gli altri non esistevano più. È stato un bel ricordo, sebbene sia uno dei più brutti. Avevo fatto un anno alla pari del Team Italia”. Il rammarico di Bianchi è legato anche a ipotesi circolate successivamente: “C’era chi sosteneva che qualcuno ricevette soldi perché mi si rompesse la moto, chi diceva che avevo preso dei soldi io, 100 milioni di Lire, pur di fermarmi e lasciar vincere gli altri. Non è così”.

L'incoronazione di Gresini


Per un pilota che raccolse una delusione, ce ne fu un altro che festeggiò e Gresini vincendo la corsa diventò campione del Mondo della 125: “Ero molto felice. È un po’ come quando hai un sogno quasi irrealizzabile, quasi non ci credi più e invece si avvera. È una cosa a cui non credi. Era come avere il mondo in mano, vivere su un altro pianeta, una roba incredibile. Vincere a Misano un titolo, poi, ha un sapore speciale”.

Ripensando a quel weekend, ci raccontò: “Era l’ultima gara, avevamo addosso lo stress di tutto un anno intenso, impegnativo, veramente difficile. Non potevo sbagliare, ma ero molto sicuro, determinato e sereno da quel punto di vista. La pista mi è sempre piaciuta, ero sempre andato forte a Misano”. Inoltre raggiunse un traguardo notevole anche per il Team Italia: “Era molto importante, per loro significava aver fatto una scelta giusta nel progetto sui giovani". E sul rivale, invece, racconta: "Bianchi era blasonato, io ero più giovane. Volevo diventare campione del Mondo e lui lo era già, lo rispettavo molto. Era un pilota veloce, un attaccante, uno che non mollava mai come tutti i campioni, che sapeva esattamente cosa voleva. Capace di combattere fino all’ultimo. È stato un avversario molto leale, batterlo non era scontato”.

Una rivalità che diede vita a un duello del quale, 35 anni dopo, si continua a parlare.

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