Le stagioni 1998-1999, quando il ciclone Rossi si è abbattuto sulla 250

Le stagioni 1998-1999, quando il ciclone Rossi si è abbattuto sulla 250© Milagro

Due stagioni, con un secondo posto da rookie e poi con la marcia trionfale del 1999, furono sufficienti al pesarese per lasciare una traccia indelebile. Con i successi e le trovate che lo resero popolare tra il grande pubblico, la 250 fu il trampolino di lancio per l'epopea di Valentino

Inquadrato l’obiettivo, Valentino Rossi esibì il sorriso e si fece avanti. Nell’altra direzione, di corsa, stava arrivando una ragazza. Il pesarese si fermò e la invitò all’abbraccio. Ma quando la giovane si allungò, lui la schivò per poi precipitarsi dallo scooter Aprilia SR. Era la primavera del 1998 e la trama di quello spot avrebbe dovuto aprirci gli occhi: davanti a tutto, anzi a tutte, Valentino avrebbe sempre messo le due ruote. La pubblicità era in linea con lo scanzonato Rossi della 250: casco e tuta con i loghi di Sole e Luna, orecchino al lobo sinistro e impiego su carene e vestiario di una serie di figure fumettistiche esistenti soltanto nell’immaginario della sua compagnia, dalla Tribù dei Chihuahua a Valentinik, passando per RossiFumi. Un teenager capace di invenzioni a getto continuo, in pista e fuori.

Uno spettacolo difficile da contenere, conteso dai pubblicitari, oltre che da Italia 1 e Radio Deejay che gli affidarono spazi settimanali. Che il ragazzo ci sapesse fare anche in moto si era visto già nel 1997, quando conquistò il titolo della 125 con 11 vittorie stagionali, record tutt’ora imbattuto (anche includendo la Moto3).

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Dalla 125 alla 250


Il salto di categoria lo vide passare sotto le cure di Rossano Brazzi, con il dirottamento di Mauro Noccioli da Loris Capirossi mentre Giovanni Sandi restò con Tetsuya Harada. Il figlio di Graziano mostrò le sue qualità nei primi test sull’asciutto, in novembre a Jerez, nonostante il passaggio da una moto di 71 kg e 47 cavalli a una da 96 kg e altrettanti CV: "Mi sono davvero divertito e ho già un buon feeling con l’avantreno – disse a fine giornata – sto migliorando in frenata e mi sento più a posto in percorrenza di curva". Se ne rese subito conto Marcellino Lucchi, ai tempi quarantunenne: "Brazzi mi aveva chiesto di aiutare un po’ il ragazzino, insegnandogli qualche traiettoria. Ora dovrò chiedergli se mi fa fare qualche giro dietro di lui". Quando poi, sempre a Jerez, a febbraio del 1998 il fresco diciannovenne abbassò di oltre un secondo il record del circuito per le 250 appartenente a Max Biaggi (1’44”249 a fronte di 1’45”270), il rookie Valentino sembrò già pronto per il bis iridato.

Le difficoltà e l'ascesa


Ma poi all’esordio in gara, a Suzuka, il motore della sua Aprilia lo abbandonò. Due settimane dopo in Malesia, era al comando quando all’ultima curva lasciò uno spiraglio per Harada e nel tentativo di resistergli fu disarcionato dalla RS250. Il duplice zero risultò alla fine decisivo perché Valentino chiuse la stagione con un filotto di quattro vittorie (oltre alla prima, ad Assen, che dedicò a tre amici scomparsi in un incidente d’auto), arrivando a 23 punti da Capirossi, ma davanti al nipponico, vittima dell’autoscontro di Buenos Aires. Per evitare altri strascichi, l’Aprilia fece uscire due dei tre galli dal pollaio: Harada salì in 500 mentre Capirossi – dopo la brusca separazione dall’Aprilia – si accasò con il Team Gresini che disponeva delle Honda NSR 250.

Eppure l’avvio del 1999 di Rossi fu inferiore alle attese: a Sepang, complice un problema elettrico, finì quinto, e a Motegi, sotto l’acqua, settimo. In classifica era quarto con 20 punti, la metà di Tohru Ukawa e 21 in meno di Capirossi e Shinya Nakano. Liberatorio, in tutti i sensi, fu il successo in solitaria (oltre quattro secondi su Ukawa e 14 su Capirossi) di Jerez. Il marchigiano festeggiò entrando nel giro d’onore in uno dei WC chimici a bordo pista (“Mi scappava, non potevo aspettare il podio”), beccandosi un’ammenda di duemila franchi svizzeri dalla direzione gara. Le Castellet sembrava l’ideale per proseguire la striscia vincente e invece la fuoriuscita della catena dal pignone lo fermò all’ultimo giro quando conduceva senza patemi: Ho fatto una gara prudente. Volendo, avrei dato 7-8 decimi al giro a tutti. Ma non serviva. Capirossi era caduto, Ukawa lo controllavo bene. Poi è uscita la catena, ho provato a rimetterla su, come si fa con le bici. Ma era uscita davanti e lì le dita non entrano”.

Con 40 punti da recuperare al regolarista Ukawa, il Mondiale pareva in forte salita. Invece Rossi vinse al Mugello, approfittando del terribile impatto tra Lucchi e Capirossi (fermato con la bandiera nera), e concesse il bis al Montmeló, anche se non fu esente da spaventi. Sulle colline toscane fìnì a terra dopo la bandiera a scacchi per un contatto con il nostro Gigi Soldano, a seguito dell’invasione di pista che impedì di effettuare la scenetta architettata con il fans club: avrebbe impersonato Arturo Toscanini intento a dirigere l’orchestra nell’inno di Mameli. Nel GP Catalunya invece se la dovette vedere con un’ape entratagli nel casco nel corso della bagarre con Ukawa. La beffa di Assen, con Loris che gli tolse la vittoria per soltanto 180 millesimi, fu addolcita da Jeremy McWilliams che con l’altra Aprilia scippò il podio a Ukawa per tre millesimi. A Donington ci fu un altro uno-due italiano, a parti invertite con Rossi vincitore, e con il capoclassifica giapponese nuovamente 4°.

A metà stagione, Ukawa conduceva con 147 punti, Rossi 140, Nakano 112 e Capirossi 102.

In Brasile l'incoronazione


Il girone di ritorno vide però il pilota di Tavullia infilare al Sachsenring la sua prima doppietta pole-vittoria in 250 che, combinata alla caduta di Ukawa, gli garantì il sorpasso in classifica, con un vantaggio di 18 punti. Sul podio, per scimmiottare i berretti con i loghi dei tabaccai, in auge ai tempi, si presentò con un cappello di paglia con la scritta “Nazionali esportazioni senza filtro”, una trovata che fece il paio con la maglietta dedicata alla “Polleria Osvaldo”, finto sponsor personale sfoggiato l’anno prima dopo il successo a Imola. Rossi proseguì la cavalcata del 1999 trionfando a Brno, al rientro dalla pausa, poi a Imola si accontentò del secondo posto ("Mi è venuto il 'braccino', mi sono messo a pensare al Mondiale") dietro Capirossi, mentre Ukawa autore di un anonimo 12° posto sprofondò a -43. L’ultimo moto di orgoglio del pilota del Sol Levante fu la vittoria di Valencia ma i 17 punti lasciati al Ricardo Tormo per colpa di un guasto tecnico ("Stavo per rientrare ai box perché la moto andava a un cilindro ma all’improvviso è ripartita") Valentino se li riprese con gli interessi, con i capolavori in Australia e Sud Africa, malgrado il 6° e il 7° posto in qualifica. Per l’aritmetica, con 47 punti di vantaggio gli sarebbe bastato un tredicesimo posto in Brasile, ma il via a Rio de Janeiro fu disastroso: dalla seconda posizione in griglia si ritrovò 12° alla fine del primo giro con 4” di ritardo.

A partire dalla terza tornata iniziò però uno show: in tre giri mangiò ai battistrada 3”5, dopo otto giri era in testa ma poi fu sopravanzato da Stefano Perugini e Ukawa. Il podio sarebbe stato più che sufficiente ma Rossi non si accontentò e con gli ultimi tre giri da urlo andò a conquistare il nono centro stagionale e il secondo Mondiale. Poi caricò in moto l’amico Franco, travestito da Angelo Custode: "In tutte le gare del 1999 era presente, tranne che in Francia" quando il diavolo lo fermò sul più bello. Nemmeno lui però poté nulla contro Valentinik. E pensare che si autodefiniva “Supereroe non invincibile come Superman”

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