Loris Capirossi: “Vi racconto la mia 250”

Loris Capirossi: “Vi racconto la mia 250”© Milagro

"Erano moto favolose, agili quanto potenti, il rumore del due tempi lo ascolto ancora oggi. Che ricordi i duelli con Romboni, Biaggi, Rossi..."

28.12.2021 ( Aggiornata il 28.12.2021 15:46 )

Loris Capirossi ha disputato sei stagioni nel Mondiale 250, divise in due parentesi: la prima, dal 1992 al 1994, quindi dopo due anni in 500 tornò nella quarto di litro, dal 1997 al 1999. Con due titoli iridati della 125 già in tasca, conquistò l’oro della 250 nel 1998, piazzandosi con mille rimpianti secondo nel ’93 e terzo nel ’94, posizione ripetuta nel ‘99.

Nella categoria, l’imolese conquistò 12 Gran Premi, con altrettante seconde posizioni e tredici terzi posti. Con la Honda nel primo triennio, poi per due anni con l’Aprilia (con cui la separazione fu burrascosa dopo il titolo vinto in Argentina, dopo il contatto con il compagno di Marca Tetsuya Harada) e uno ulteriore con la Honda, Loris è sempre stato un combattente, lasciando un segno indelebile nella classe di mezzo, che negli anni Novanta era più combattuta e seguita della 500. Quando Capirossi arrivò in 250, nel 1992, erano i tempi delle sfide fra Luca Cadalora, Loris Reggiani e Pierfrancesco Chili, che quell’anno monopolizzarono i primi tre posti del mondiale, e c’erano anche i talenti emergenti di Max Biaggi e Doriano Romboni.

“All’epoca era tutto molto più difficile – dice il tre volte campione del Mondo – basti pensare che io avevo vinto due Mondiali in 125 e per passare in 250 addirittura mi diedero una moto privata... Avevamo sì un kit, ma non rendeva quella Honda simile a quella ufficiale, che quell’anno era guidata da Cadalora. All’epoca la 250, soprattutto per l’Italia, era la classe regina perché in 500 non c’era nessun italiano in lotta per le prime posizioni. Era veramente un traguardo arrivare in 250”.

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Il due tempi, un motore irripetibile


La 250 cos’altro aveva di speciale?

“Le moto erano fantastiche: agili come biciclettine ma con 100 cavalli e andavano fortissimo. Soprattutto nel 1993, quando passai alla Honda ufficiale, la moto era bellissima, molto leggera, emozionante… Nel ’97, al ritorno in 250 dalla 500, al Mugello giravo in 1’52”, 1’53”... tempi spaventosi, e parliamo di oltre vent’anni fa! Ancora oggi ho quattro 250: ogni tanto le metto in moto e godo come un bambino”.

Il rumore del due tempi ti esalta?

“Sì, è qualcosa di straordinario. Il motore due tempi mi è sempre rimasto nel cuore e mi piace lavorarci ancora. Adesso sto montando un motore due tempi su un’Aprilia del 2021… Quando sarà finita ve la farò vedere! La cosa che mi fa un po’ tristezza è che il mondo sta cambiando, sta arrivando l’elettrico… È giusto, è il futuro, però magari tra una ventina d’anni i mezzi a benzina non potranno più circolare… ammetto che questa cosa mi fa una paura terribile!”.

Secondo te, perché negli anni ‘90 la categoria di mezzo era territorio degli italiani?

“È difficile da dire: un po’ forse perché in 500 i team più importanti erano americani, c’era Giacomo Agostini che aveva una bellissima squadra, ma con piloti americani. Non puntavano tanto sugli italiani, Chili era l’unico che dalle categorie più piccole era passato subito in 500. In 250, invece, c’erano tante squadre italiane forti. Alla fine degli Anni Novanta arrivò anche Valentino Rossi… capimmo subito che era un talento. Rispetto a quando era bambino, e io lo avevo ospitato a dormire nel mio camper a Brno, le cose erano cambiate parecchio…”.

I tanti confronti fra gli italiani ci hanno fatto vincere anche meno di quello che avremmo potuto?

“I risultati di un pilota alla fine dipendono da come si comporta in pista. Io sono sempre stato aggressivo: o tutto o niente. Sono felice di aver vinto tre Mondiali, ma avrei potuto conquistarne sei. Non dico che l’avrei fatto con facilità, perché nulla è facile, però i Mondiali del ’93 e del ’94 li ho proprio buttati via, perché sono caduto tanto, e non vincevo niente. E il 2006 poteva essere l’anno giusto in MotoGP. Fossi stato un po’ meno irruente forse avrei portato a casa qualcosa di più, però nello sport non esistono i ‘se’ e i ‘ma’, e io sono molto felice della mia carriera, che è stata lunga e bella”.

Honda e Aprilia erano le protagoniste della 250: tu hai corso con entrambe. Quale moto ti sei goduto di più e hai sentito più tua?

“Ho guidato la Honda prima di pasare in 500 nel ’95 e poi sono tornato in 250 nel ’97 con l’Aprilia. La Honda era più facile, quasi un giocattolino, e dire che al mio arrivo dalla 125 mi sembrava grande. L’Aprilia era più grossa, comoda, molto più difficile, più rigida, e aveva un motore esaltante… Mi sono piaciute tantissimo tutte e due”.

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In 250 chi è stato l’avversario più duro?

"Doriano Romboni: con lui ho combattuto di più ma mi sono anche divertito di più. Quando arrivai nella categoria, lui era al secondo anno, e già andava sul podio. Era il mio punto di riferimento e lo è sempre stato per tutta la mia carriera anche se a un certo punto abbiamo fatto strade diverse. Poi è arrivato anche Max (Biaggi), un grandissimo, che ha vinto tanto in 250 e quando devi combattere con dei piloti di quel calibro è sempre piacevole”.

A proposito di Biaggi: una volta c’era una forte rivalità, ora com’è il vostro rapporto?

“Oggi siamo amici. Da tanti anni siamo quasi vicini di casa, lui poi adesso ha una squadra nel Mondiale e io sono nell’organizzazione: ci sentiamo spesso, andiamo a girare in moto assieme con l’Aprilia… Quando correva aveva un carattere più ‘appuntito’, adesso si è arrotondato molto”.

Quanto era istruttiva la 250?

“Su alcuni circuiti, con i tempi eravamo molto vicini alle 500: è chiaro che la moto aveva un po’ meno della metà dei cavalli, ma era molto più agile. All’epoca erano moto comunque difficili: io feci un sacco di high side anche con la 250. Però poi quando passavi in 500… wow, ti trovavi una bestia che volava!”.

Oggi è tutto differente.

“Adesso con MotoGP e Moto2 a quattro tempi, chiunque può scendere in pista e divertirsi… All’epoca se non eri un professionista, era impossibile guidare la 500, e anche salire sulla 250 era difficile. Le marce lavoravano tantissimo sul cambio, avevamo centinaia di opzioni, in tutte le piste sostituivamo il cambio tre o quattro volte… Con le quattro tempi non è più così, il motore ha tantissima coppia, e se sbagli una marcia perdi soltanto due-tre decimi. All’epoca se sbagliavi una marcia perdevi tre-quattro secondi…”.

Qual era il segreto per essere forti in 250?

"Tra andare forte e piano c’era una linea di confine molto sottile: se non eri a posto con il cambio e le sospensioni, ti beccavi un secondo dal primo, poi sistemavi quella piccola cosa ed eri velocissimo… Dovevi avere tanto talento ma anche tanta grinta, perché la 250 andava guidata anche un po’ di cattiveria: dovevi sempre portarla al limite, essere perfetto anche con i giri del motore… Con le vecchie due tempi, infatti, non si usavano i tappi per le orecchie”.

E com’era il lavoro ai box?

“Con il due tempi il meccanico faceva la differenza, perché chi era bravo la teneva sempre carburata bene. Se la temperatura cambiava di cinque gradi, dovevi andare a lavorare sui getti del carburatore… Tutti i giorni il motore si apriva a metà, si toglievano i pistoni, si cambiavano le fasce… e allora i motori andavano anche rodati. Mi piaceva di brutto stare nel box… Ancora adesso riesco a smontare bene un motore due tempi. Anche il quattro tempi, ma devo fare molta più attenzione”.

Cosa ha significato per te vincere il Mondiale 250?

“Un titolo molto discusso: sono passati 23 anni e ancora si parla di quel sorpasso o incidente (con Harada, ndr), ma io penso che un titolo non si vince in una gara, si vince in un campionato intero. Fu una stagione difficile: correvo con l’Aprilia di Mauro Noccioli, che non era una moto ufficiale. Non combattevamo ad armi pari, quindi fu una bella soddisfazione. Mi presi la mia rivincita, vinsi tutte le cause e l’anno dopo gareggiai nel team di Fausto Gresini, con la Honda. Non era una moto vincente ma un po’ di gare le vinsi, ci divertimmo”.

Senti di essere stato protagonista di un’epoca irripetibile?

“Tutte le epoche sono diverse, di sicuro sono stato tra i protagonisti per una ventina d’anni… Non sono un nostalgico che dice che i campioni che guidavano le moto due tempi erano più bravi: un campione è un campione, che guidi un triciclo, una bici, un due o un quattro tempi: io ho guidato dal triciclo al quattro tempi, so cosa vuol dire. Se i campioni di oggi salissero su una 250 o una 500 invece di un anno ci metterebbero un anno e mezzo, ma sarebbero comunque dei campioni”.

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