Max Biaggi: “La 250? Era una goduria”

Max Biaggi: “La 250? Era una goduria”© Milagro

Il racconto esclusivo del Corsaro: "L'Aprilia era un prolungamento del mio corpo. Le lezioni di Kanemoto e i duelli con Capirossi e Romboni: che ricordi"

29.12.2021 ( Aggiornata il 29.12.2021 16:37 )

Negli anni Novanta, lo strapotere italiano nella 250 si concretizzò con otto titoli e 86 GP vinti tra 1990 e 1999. A quel clamoroso bottino, nessuno contribuì quanto Max Biaggi, quattro Mondiali consecutivi – eguagliando il record di Phil Read – e 29 successi in sei stagioni intere con Aprilia e Honda.

Biaggi approdò direttamente nella classe di mezzo del Mondiale, senza la classica “gavetta” nella 125, e già al terzo tentativo trionfò con l’Aprilia, aprendo un triennio da dominatore. E dopo la clamorosa separazione da Noale, vinse con la Honda, quasi a voler sottolineare che a fare la differenza, in quegli anni, era proprio lui, il Corsaro.

Perfezionista e attento ai dettagli tanto nella messa a punto della moto quanto in gara, Max è stato un pioniere sotto diversi aspetti, inventando traiettorie nuove in pista, ma anche sdoganando il Motomondiale dalla settorialità in cui era franato nel nostro Paese nel periodo dello strapotere degli americani. La sua amicizia con Fabrizio Frizzi portò il motociclismo in prima serata nelle case degli italiani e i suoi duelli con Loris Capirossi e Doriano Romboni – ovviamente prima del dualismo con Valentino Rossi in 500 e MotoGP – divennero argomento di conversazione anche fra chi non era mai stato un appassionato.

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Il poker di Max


Il debutto nel Mondiale fu nel 1991, come wild card, sull’Aprilia. Nei quattro Gran Premi disputati, andò a punti due volte, ritirandosi per una caduta a Jarama e per un guasto tecnico a Donington quando era in sesta posizione. L’anno successivo, il primo intero nel Mondiale, ecco i primi podi – due secondi e due terzi posti – e soprattutto la prima vittoria, nell’ultima gara della stagione, in Sud Africa, per il quinto posto in classifica a fine Mondiale.

Nel 1993 ereditò la Honda del campione uscente Luca Cadalora e concluse quarto, con una vittoria, due secondi e due terzi posti. Nel 1994, con il ritorno all’Aprilia, iniziò il dominio assoluto: cinque vittorie, quattro secondi e un terzo posto su 14 Gran Premi gli valsero il primo titolo davanti a Tadayuki Okada e Capirossi sulla Honda. L’anno successivo Biaggi si confermò siglando ben otto vittorie, tre secondi e un terzo posto su tredici Gran Premi e s’impose su Tetsuya Harada su Yamaha e Ralf Waldmann su Honda.

Nel 1996 il numero delle gare salì a 15, e Biaggi con l’Aprilia infilò nove vittorie, un secondo e un terzo posto, conquistando il titolo davanti alle Honda di Ralf Waldmann e Olivier Jacque. La stagione seguente, in sella alla Honda, al termine della stagione di 15 GP, Max collezionò cinque vittorie, tre secondi e due terzi posti, prendendosi il quarto Mondiale consecutivo, davanti ancora alla Honda di Ralf Waldmann e all’Aprilia di Harada. Quel percorso aprì la strada a Biaggi verso la 500 – con il debutto vincente a Suzuka – e la MotoGP, ma il Corsaro tornò iridato in Superbike, nuovamente con l’Aprilia, nel 2010 e nel 2012, a 41 anni compiuti. Una carriera straordinaria, quella di Max, a conferma che la 250 era anche una bella scuola.

Max, cosa aveva di speciale la 250?

“Era fantastica, con un rapporto peso-potenza incredibile. Era leggera, reattiva a e quasi sempre sincera. Dopo la fase di frenata la portavi alla corda al solo pensiero. I cambi di direzione erano estremamente veloci e avevi l’impressione di poter fare qualunque cosa. Ciò che la rendeva un po’ complicata, è che spesso quelli che erano i suoi punti di forza potevano rappresentare anche un limite. In alcuni casi, infatti, veniva meno la stabilità e si perdeva facilmente il controllo. Ecco perché, in tutte le fasi di gara, era necessario mantenere sempre alta la concentrazione”.

Quanto era istruttiva per chi poi voleva salire di categoria e correre in 500?

“Tantissimo. Proprio questa sua elevata reattività forgiava il fisico e la mente, ti avvicinavi con naturalezza alle indomabili 500”.

Perché negli anni ‘90 la 500 era la classe degli americani e degli australiani, e la 250 era nostra?

“Credo sia una questione di corsi e ricorsi storici. Dipende sicuramente dal modo in cui i giovani piloti venivano formati. Gli americani provenivano dalla Superbike AMA, per cui fin da piccoli erano allenati alle potenze elevate, mentre il percorso degli europei era il canonico 125-250-500. Inoltre, allora come oggi, tutto era influenzato dal supporto che i piloti riuscivano a trovare per poter salire di categoria. Le moto ufficiali erano poche e senza un buon mezzo era difficile emergere. Negli anni successivi gli europei sono diventati molto forti anche nella classe regina”.

I tanti confronti tra i piloti italiani nella 250, forse, ci hanno tolto anche qualche vittoria, come nella corsa al titolo del 1993?

“Potrebbe anche essere, però fa parte del gioco. Il motociclismo è uno sport individuale e non si fa molta attenzione alla nazionalità del tuo avversario. Non si ha voglia di arrivare dietro a nessuno!”.

Il titolo più importante 


Tra i tuoi quattro titoli mondiali in 250, qual è quello che ti sei goduto di più?

“Sicuramente il 1994. È stato il primo, per cui è quello a cui si è accompagnata la gioia più grande. Però devo dire che anche l’ultimo in Superbike, nel 2012, me lo sono goduto non poco!”.

Quanto fu importante il 1993 con la Honda e con Erv Kanemoto? Fu in quel periodo che affinasti le doti di collaudatore?

“Quell’anno fu molto importante, e il metodo appreso è stato determinante. Ogni pilota ha la voglia di primeggiare, ma è il metodo che fa la differenza. Ancora oggi, dopo tanti anni, quell’approccio lo utilizzo per organizzare il mio lavoro”.

Oggi sei ambassador Aprilia, Casa con cui hai vinto cinque titoli tra 250 e Superbike, ma nel mezzo ci fu anche la rottura di fine 1996...

“Tutto ha un inizio e una fine. Il problema non è la fine, ma il modo in cui ci si arriva. Per me fu molto difficile il distacco da un ambiente ormai familiare. Oltretutto, per colpa di chi aveva orchestrato tutto, tenendo all’oscuro il patron dell’Aprilia Ivano Beggio, rischiai anche di rimanere a piedi. Il tempo poi è stato galantuomo, visto che la Philip Morris mi seguì nella mia avventura con la Honda, con il quarto titolo consecutivo in 250”.

Qual è stato il tuo avversario più duro tra Capirossi, Harada e Waldmann?

“Parliamo di tre grandissimi campioni. Ognuno aveva le sue caratteristiche e ognuno di loro era davvero molto forte. Sicuramente il più duro da battere è stato Loris che, come ha poi confermato nel prosieguo della sua carriera, non mollava mai. Oltretutto la medesima nazionalità aggiungeva quel pizzico di pepe in più, che rese la sfida ancora più accesa”.

L’Aprilia 250 è stata la moto che più ti sei goduto e che più hai sentito tua?

“Con l’Aprilia 250 ero praticamente in simbiosi: la moto era un prolungamento del mio corpo! Tutto rasentava la perfezione. Anche la grande alchimia che si era creata con tutto il team, capitanato da Giovanni Sandi, era qualcosa di incredibile. Negli anni della Superbike, comunque, ho riprovato sensazioni del tutto simili, oltretutto con molti degli stessi attori. Infatti con la mia RSV4 nel 2010 sono riuscito a fare una stagione incredibile e ancora oggi, quando salgo in sella alla mia Aprilia RSV4 X, mi sento a casa”.

Oggi che con Capirossi il rapporto è migliorato, come ricordi i duelli con lui e con Romboni?

“Non eravamo grandi amici, ma l’amicizia tra piloti che ambiscono alla vittoria non esiste. È pura ipocrisia dire il contrario. Però una cosa è certa: ci si rispettava! Con Capirex e Rombo di Tuono abbiamo dato vita a battaglie epiche. È un vero piacere ricordarle con Loris. Anche soltanto dividere la pista insieme, accende la mia passione e mi fa comprendere quanto entrambi siano stati importanti per me. Purtroppo Doriano ci ha lasciato prematuramente, togliendoci la possibilità di ricordare da adulti quelle esperienze passate”.

Senti di essere stato protagonista di un’epoca irripetibile?

“Non credo sia un’epoca irripetibile. Come dicevo, è soltanto una questione di corsi e ricorsi storici. Credo anche che il differente momento storico in cui si è realizzata, abbia reso meravigliosa quell’epoca”.

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