Una chiamata sul cellulare. Sul display appare “Massimo Tamburini”. Premo per ricevere, spero di sentire la sua voce, ma temo anche che non sia lui. È suo figlio Andrea; ascolto intuendo cosa sta per dirmi: “Purtroppo mio padre questa volta non ce l’ha fatta...”. Non è semplicemente una notizia triste: è un colpo durissimo per i suoi cari, per me e per il motociclismo internazionale. Non esagero. Come ho scritto altre volte, io non ho miti: il massimo che posso attribuire ad una persona è la mia sincera stima e ammirazione, e probabilmente in questo senso Tamburini era al primo posto fra i personaggi che ho avuto modo di conoscere in quarant’anni di questo mestiere. Per genio e per umanità. Con lui scompare il più grande fra i designer italiani di moto, un romagnolo con la stessa passione di tanti altri suoi conterranei, ma nato per progettare motociclette bellissime e velocissime in strada e in pista. Non aveva fatto studi particolari che lo indirizzassero su questa difficile via: era un bravo tecnico montatore di caldaie per impianti di riscaldamento, ma le sue vere doti si manifestavano quando metteva le mani su moto da trasformare secondo le sue personali idee in materia. Aveva cominciato con una MV 600 4 cilindri, non limitandosi all’estetica, ma intervenendo sul motore e soprattutto sulla trasmissione: eliminato l’albero cardanico, che giudicava inaccettabile su una moto discendente da quella guidata da Agostini e Hailwood, l’aveva sostituito con una trasmissione a catena di sua esclusiva ideazione e realizzazione.Aveva poi realizzato una magnifica Honda 750 special e il successo colto lo aveva convinto a fondare nel 1973, con Giuseppe Morri, la Bimota Meccanica. L’articolo completo del nostro Luigi Rivola lo potete leggere nel numero di Motosprint in edicola da martedì mattina