Gigi Dall’Igna, a dieci mesi dal suo insediamento a capo del racing Ducati, si gode in modo moderato il periodo favorevole. Si può dire che sei già riuscito ad interrompere il trend negativo? Era uno dei tuoi obiettivi primari. «Mi sento di dire “sì”. Del resto basta guardare le facce all’interno del team: quelle dei meccanici e dei piloti, così come le loro dichiarazioni. Vuole dire che qualcosa è cambiato. Invertire la tendenza era la cosa più difficile, perché quando si comincia ad andare verso il basso diventa dura: bisogna mettere in campo tutta l’energia possibile. Abbiamo fatto qualcosa, è vero, ma resta ancora tanto da fare. Però stiamo guardando al futuro con maggiore fiducia». In questa seconda parte di stagione i risultati sono cambiati: ci saranno altri aggiornamenti importanti per la fine del campionato? «In realtà non molti. Ad Aragon abbiamo introdotto un telaio nuovo, che prevede la possibilità di fare delle regolazioni diverse rispetto a quelle permesse dai telai che usavamo prima; per capitalizzare queste modifiche serve del tempo, cioè altre due o tre gare, per provare degli assetti e capire bene certe cose: useremo le prossime gare per cercare le migliori soluzioni possibili con questo telaio, anche perché questo lavoro ci sarà utile per il prossimo anno. Cioè per il telaio che sarà davvero nuovo. E anche per tutta la moto». È vero che con la Desmosedici a volte non si può usare la gomma “speciale” in gara? «Fino ad ora l’abbiamo usata solo due volte. Utilizziamo quasi sempre la gomma degli altri, e qualche volta nemmeno quella: in Argentina e a Indianapolis gli altri hanno usato la gomma più dura, che funzionava meglio, ma noi non potevamo; quindi a volte per noi quell’agevolazione (la gomma più morbida) si trasformava in un limite. Ma ancora una volta voglio sottolineare che il vantaggio del regolamento Open applicato al nostro caso non è nella gomma, ma nella possibilità di fare lo sviluppo durante la stagione: è stata questa, la vera mossa che ci ha permesso di chiudere sempre un po’ di più il gap rispetto ai primi». È vero che state sviluppando la tecnologia del torsiometro, come sta facendo la Honda ormai da qualche anno? «Sì, ma noi per il momento non lo usiamo sulle moto da gara. Lo stiamo usando solo sulla moto laboratorio, nei test privati». È ancora valido il piano che consiste nel portare la moto nuova a Sepang ad inizio 2015, cioè a Sepang 1? «Diciamo che se non sarà Sepang 1, sarà Sepang 2. Vedremo». Sei in ritardo? «Io non mi nascondo: ci vuole del tempo per fare certe cose, e farle bene. Se per arrivare a mettere in pista il progetto giusto bisogna posticipare, ben venga. Io devo ragionare come un maratoneta, più che come un centometrista, perciò devo calibrare le energie perché ho davanti un percorso molto lungo. Ho un progetto completamente nuovo, che deve assolutamente partire bene». La moto nuova sarà più piccola? «Sarà più piccola e più compatta. Ma la carenatura sarà molto simile a quella di oggi: in questi mesi abbiamo fatto delle evoluzioni nell’aerodinamica, che all’inizio verranno portare sul progetto nuovo». Mentre tutto il resto... «Tutto il resto sarà completamente diverso, dal telaio al motore, dalle geometrie alla distribuzione dei pesi, dalla maniera in cui sarà posizionato il motore al modo in cui la moto sarà appoggiata al suolo. Per questo motivo, ribadisco che io devo fare le cose che mi permettono di essere a posto, senza farmi prendere dalla fretta. Meglio un mese dopo con la moto che va bene, che un mese prima con una moto che ha già dei problemi da risolvere. Se arriverò in ritardo, sarà perché prima non si poteva fare». Enrico Borghi L’intervista completa la potete leggere sul numero di Motosprint in edicola dal 14 ottobre. 1313_P01_DallIgna.2014