La morte di Nicky Hayden, a soli 35 anni, in un modo che sa di assurdo, è una di quelle notizie che non si vorrebbero mai scrivere. Lui, quel ragazzone americano che è riuscito a concretizzare un sogno, diventando pilota di moto e poi anche campione del mondo, è morto lontano dalla sua terra, in bicicletta... Aveva percorso chilometri e chilometri sulla piste pericolosissime degli Stati Uniti e ne era uscito sempre indenne. Aveva sfidato e battuto Valentino Rossi conquistando il titolo mondiale in MotoGP nel 2006, aveva fatto dirt track, aveva intrapreso una nuova avventura nel mondiale Superbike... aveva... aveva... ma adesso è finita. Il suo sguardo pulito che nel paddock sapeva conquistare tutti - anche chi tifava per altri piloti - si è spento per sempre. Destino beffardo quello che alle volte ci attende. Impossibile prevederlo.

Oggi sui social si rincorrono le foto di Nicky. I tifosi di qualsiasi scuderia manifestano il proprio dolore per la dipartita di un grande campione, di sport e di vita.

Lo vogliamo ricordare con un'intervista che aveva rilasciato a MotoGP.com lo scorso anno a Laguna Seca, e nella quale si raccontava.

"Sono cresciuto circondato dalle due ruote, mio padre correva e mia madre anche e così mio fratello maggiore; la mia terra il Kentucky è famosa per le corse di cavalli e la velocità. Non potevo starne fuori”, diceva Nicky.

“Le moto da corsa sono solo un modo per vivere, è quello che so fare, quello che ho sempre fatto e lo ha fatto anche la mia famiglia, così come i miei amici. È un lavoro, una passione. Tutto questo mi fa vivere, è il mio stile di vita”.

E tutto iniziò con il dirt-track.

"Questo è quello che faceva mio padre e anche io sono partito da quello. Ma in America non c’erano molte opportunità. L’eroe di mio padre è sempre stato Kenny Roberts, uno che dalla pista di terra è arrivato sull’asfalto. Vedendo il suo percorso abbiamo pensato che avrei potuto provare. Amo il dirt track ma mi sono subito innamorato della velocità sull’asfalto e le gare avevano molte più variabili. Mi sono piaciute da subito”.

Il suo sogno di diventare pilota iniziò presto.

Da bambino avevo un grande desiderio, non ho mai detto di voler diventare astronauta o presidente della repubblica, volevo essere un pilota di moto. La gente a volte dice a mio padre, ‘Avresti dovuto farlo allenare più duramente’, e lui risponde, ‘No, dovevo insegnargli altre cose e fargli fare i compiti, non guidare una moto’.

E correre in moto per lui significava essere una cosa sola con il mezzo.

“È come ballare insieme alla tua moto, seguirla e muoverti con lei. Bisogna essere naturali, essere guidati dall’istinto e dai riflessi, non hai molto tempo per pensare. Se a quelle velocità ti fermi a riflettere è già troppo tardi”.

Poi arrivò il passaggio in MotoGP.

“Un passaggio enorme, tutto per me è cambiato. Dalla mia casa, dal Kentucky e dalla famiglia al campionato del mondo. Sapevo solo che avevo molto da imparare non solo per quanto concerne la pista ma anche a livello culturale e mentale, non è stato facile all’inizio. Fortunatamente ho vinto il titolo di Rookie of the Year nel 2003. Diciamo che ho dovuto imparare a nuotare velocemente”.

La prima vittoria arrivò nel 2005.

“Laguna 2005, come un sogno. Tutto alla perfezione. Naturalmente nel fine settimana non sempre le cose vanno bene e si lavora tanto magari senza trovare il cerchio. Ma quel GP ogni cosa era ottima. Ricordo che la mia mente era focalizzata sull’obiettivo, ero rilassato e volevo solo sapere chi era secondo. Avevo la pole, il giro veloce e potevo vincere, poi il podio, l’inno nazionale e il festeggiamento con mio padre; quel giorno mi sono sentito imbattibile”.

L'anno dopo il titolo...

“In quella stagione la gara a Laguna è stata l’opposto. Tutto il fine settimana è stato difficile come molte altre volte. Un’immagine nitida che ho di quel 2006 è l’ultima curva a Valencia dove ho realizzato che sarei stato il nuovo campione del mondo, un altro sogno realizzato”.

Essere un pilota americano non lo aiutava.

“Non voglio dire che essere americano è più difficile ma ho capito che molte cose non aiutano. Gli americani e gli australiani sono diversi, hanno la famiglia più distante e c’è tanto di più da imparare. Inoltre ci sono molti circuiti con uno stile diverso da quello delle nostre piste”.

E quando gli era stato chiesto se battere Valentino Rossi aggiungeva qualcosa in più al suo titolo, lui, Nicky, aveva risposto da grande signore quale era.

“Assolutamente. Ho un grande rispetto per Valentino Rossi. Lui è uno che ha fatto tantissimo in MotoGP. Essere il suo principale avversario e poi essere meglio di lui rende tutto più grande”.

Alle famiglia e agli amici di Nicky Hayden le condoglianze di Motosprint.