Nella rapida correzione di rotta decisa dai vertici del Team Suzuki in vista del prossimo biennio si può percepire una sorta di ritorno alle origini del progetto; vi è un miscuglio di pragmatismo, avvedutezza, realismo, ma anche il senso di una sfida diversa ma non per questo priva di emozioni e soddisfazioni. C’è qualità, insomma, nella “politica dei giovani” che caratterizza la Suzuki. 

STRATEGIA FURBA - Quarantadue anni in due, Alex Rins e Joan Mir permettono alla Casa di Hamamatsu di posizionarsi in modo furbo, e per nulla in disparte, nello scenario della MotoGP. Ma per capire i fondamenti del progetto è necessario considerare le esperienze recenti, in particolare due: quella del primo biennio, con Maverick Viñales, e l’attuale, con Andrea Iannone (questa esperienza si concluderà alla fine di quest’anno). 
Queste due storie sono alla base dei ragionamenti compiuti dai vertici del racing Suzuki, nel momento in cui hanno impostato le stagioni 2019 e 2020. 

PADRONI DI SE STESSI - Scegliere di collocarsi al di fuori della zona incandescente – perché non si è ancora pronti per certi obiettivi – è una soluzione che deriva dalla mentalità con cui i vertici di Suzuki Motor Corporation (dunque un livello ben al di sopra della squadra ma anche del reparto corse) hanno sempre voluto impegnarsi nello sport: conta la passione, ma bisogna fare bene i conti. 
In fondo la Suzuki – per una precisa scelta aziendale – corre con le proprie risorse, perciò non deve rendere conto ad alcuno sponsor o investitore; il budget per finanziare il progetto MotoGP viene interamente dalle proprie tasche. Ecco, dopo mesi e mesi di riflessioni e valutazioni, i vertici della squadra hanno deciso che conviene utilizzare il denaro in modo sensato, spendendo per rafforzare il reparto corse, quindi per migliorare la moto. Il top rider, adesso, non è la priorità. Anzi, crea più problemi che vantaggi, come dimostra il caso-Iannone. E qui si arriva alle due esperienze di cui si è parlato prima.

A PICCOLI PASSI - oiché serve tempo per potersi porre certi obiettivi, la Suzuki ha scelto la strada della prudenza, avanzando a piccoli passi, puntando sui giovani; soltanto che il primo giovane, Maverick Viñales, era così talentuoso da aver stravolto i piani, spingendo la Suzuki a ragionare in termini molto più ambiziosi: in vista del biennio 2017-2018 il vertice dell’azienda era pronto ad aumentare gli investimenti, cercando di puntare alla vittoria del titolo, se il progetto fosse proseguito con Viñales; ma lo spagnolo ha scelto la Yamaha, un struttura già abituata a inseguire la vittoria, dato che il ragazzo aveva fretta. 

FLOP IANNONE - Ci sono rimasti male, ad Hamamatsu. Si sono sentiti traditi. E hanno  deciso di reagire ingaggiando un pilota che era già un top rider. Iannone sembrava adattato a far dimenticare Viñales, invece il ragazzo di Vasto si è rivelato l’uomo sbagliato. Non certo per mancanza di talento, ma perché Andrea aveva schemi mentali e automatismi sviluppati negli anni, dunque ha faticato a cambiarli; ma non c’è nulla di cui stupirsi, basta pensare a come si sono trovati Valentino Rossi e Jorge Lorenzo in Ducati. Per Iannone il problema è stato inverso: si era così abituato alla particolarità della Ducati, da non essere riuscito a “capire” la Suzuki. E forse il reparto corse, almeno all’inizio, non ha capito lui. Non era preparato per assecondare un pilota molto più esigente di Viñales, perché molto più esperto. 

A CACCIA DI TALENTI - Ecco, queste due esperienze hanno indotto i vertici della Suzuki a decidere di azzerare, ripartendo da quella posizione che le aveva portato fortuna: quella dei cacciatori di giovani talenti. Così come Viñales venne preso dalla Moto2 dopo una sola stagione, per poi essere trasformato in un top rider, ora lo stesso obiettivo lo si vuole raggiungere con Mir che seguirà l’identico percorso di Viñales: lascerà la Moto2 dopo una sola stagione, per andare in MotoGP con la Suzuki, e dopo avere vinto due anni prima il titolo della Moto3!

CAMBIO DI MENTALITA’ - La differenza risiede nella conseguenza, appunto, delle esperienze di cui sopra: va bene far crescere giovani talenti, ma questa volta bisogna prepararsi meglio a reagire all’attacco che arriverà dai top team. Perché l’obiettivo, per i prossimi anni, non è consegnare agli altri i talenti pronti per vincere (come accaduto con Viñales) ma far diventare quei talenti l’arma adatta a puntare veramente in alto.