La trattativa che ha portato Joan Mir ad accettare la sfida della Suzuki si è risolta, di fatto, durante il GP Francia. Ora è ufficiale: per le prossime due stagioni, 2019 e 2020, il ventenne sarà in MotoGP con la Suzuki. Il talento spagnolo, campione del mondo Moto3 nel 2017, oggi stella in ascesa in Moto2, si unirà al non molto più “anziano” Alex Rins, 22 anni, facendo così del Suzuki Ecstar Team la squadra più giovane della MotoGP. 
È un progetto interessante, anche se rischioso. La Suzuki ha rinunciato a ingaggiare almeno un pilota già consacrato in favore di due ragazzi. La Suzuki dimostra di voler fare le cose a modo suo, e lo illustra Davide Brivio, team manager della squadra, toccando anche diversi temi di interesse generale. 

Quello con Mir sembra essere stato un lungo negoziato. 
«In realtà con Joan è stato tutto molto rapido; c’è stata invece una fase di lunghi colloqui con diversi manager che sono venuti a chiedere notizie sulla situazione della nostra squadra, chiedendo se fossimo interessati ai loro piloti. Con Joan abbiamo iniziato a parlare all’inizio della stagione cercando di capire cosa volesse fare per il futuro, ed è stato soltanto un primo approccio. Poi, dopo i test invernali e le prime tre gare, abbiamo deciso di provare a parlare sul serio con lui, proponendogli il nostro piano. E la negoziazione non è stata difficile». 

Ci sono stati fondamentalmente tre nomi, nella lista Suzuki per la prossima stagione. Almeno per il secondo pilota, perché la continuità di Alex Rins è stata chiara fin dal primo momento. 
«Con Alex avevamo la possibilità di rinnovare per il 2019 e il 2020 perché c’era un’opzione a nostro favore. Avremmo anche potuto aspettare a esercitarla, ma Alex è un investimento per la Suzuki; a noi, così come a lui, interessava continuare assieme e così raggiungere un accordo con Rins è stato molto semplice. Siamo contenti, perché siamo tutti convinti che Alex abbia un talento vero, e io credo che in futuro potrà diventare uno dei top rider della MotoGP. Abbiamo puntato su di lui due anni fa, e in questo periodo nessuno di noi ha cambiato idea sul suo potenziale, così il progetto prosegue con soddisfazione di tutti». 

Cosa vi rende così sicuri circa il potenziale di Rins? Fate verifiche con i dati degli altri piloti? 
«Sì, quello è un modo. Analizziamo come sta guidando lui, e confrontiamo i dati che abbiamo su Viñales, Aleix Espargaró e Iannone». 

Allora è da lì che si capisce se un pilota ha qualcosa di speciale?
«È anche da lì, poi ci sono ovviamente altre cose. Comunque i dati ti permettono di capire dove un pilota è più forte, quali sono i punti in cui deve migliorare. Nel complesso, i dati dicono che Rins fa le cose giuste. E penso che il suo stile di guida sia adatto alla Suzuki: ha il talento per andare forte con questa moto, ed è un fattore importante. Sappiamo quali sono i suoi punti forti, conosciamo le aree in cui deve migliorare: insieme lavoriamo su questo, per farlo crescere in modo costante. Ma c’è anche un altro dato significativo…». 

Di cosa si tratta?
«L’anno scorso è stato molto difficile per Alex, causa infortuni. È tornato in buone condizioni soltanto ad Assen, in giugno, e alla fine dell’anno è arrivato quinto a Motegi e quarto a Valencia. Ha chiuso in progressione, ha mostrato che avrebbe potuto avere la stessa velocità anche da metà stagione, senza gli infortuni. Sono cose che vanno analizzate e considerate quando si parla di giovani». 

Torniamo al secondo pilota. Perché avete rinunciato a Iannone?
«Uno dei problemi è che oggi il mercato piloti inizia troppo presto. Se, come è accaduto in effetti, il mercato inizia alla prima gara dell’anno, si può soltanto giudicare le prestazioni di un pilota considerando la stagione precedente. Quindi questo non è un bene per i piloti, ed è negativo per le squadre. Questo mercato, fatto così, non permette ai piloti di mostrare i propri progressi; lo stesso accade con le moto e le squadre. Se si inizia male la stagione, e dopo tre o quattro gare si migliora, è già troppo tardi. I team hanno già compiuto la propria scelta, o hanno preso una decisione». 

La decisione di non confermare Andrea deriva dalla stagione 2017? 
«Fondamentalmente è così. Ma bisogna compiere delle riflessioni. Devo dire che nel 2017 la nostra moto non era perfetta. Abbiamo commesso alcuni errori nella scelta della configurazione del motore, quindi appena ci siamo resi conto che avevamo bisogno di un propulsore diverso, eravamo bloccati dal regolamento che impone il “congelamento” del motore per tutta la stagione. Così abbiamo compiuto un grande sforzo per migliorare il resto della moto, lavorando sui componenti su cui si poteva intervenire in corso d’opera: frizione, trasmissione, telaio... È per questo che la nostra moto è migliorata quest’anno, perché abbiamo potuto mettere tutto assieme. Aggiungendo il motore giusto, diciamo con le corrette specifiche, al miglioramento compiuto negli ultimi anni su altri componenti della moto, penso che siamo riusciti a creare un buon pacchetto». 

L’anno scorso Andrea ha fatto fatica ad adattarsi alla Suzuki.  
«Pare che non fosse mai stato a suo agio su questa moto. E, a essere onesti, avevamo iniziato a pensare che probabilmente questa non era la sua moto. Infatti durante i test dell’ultimo inverno, quando abbiamo iniziato a parlare del futuro, abbiamo detto ad Andrea: “Dobbiamo capire se la Suzuki è una buona moto per Iannone, e se Iannone è un buon pilota per questa Suzuki. Se possono, come dire, amalgamarsi”. Ma poi, come dicevamo, il mercato dei piloti è iniziato in fretta e non c’è stato tempo per Andrea per mostrare se la risposta a quella domanda era un “sì” o un “no”. Questa è la situazione, pazzesca, che abbiamo con questo tipo di mercato. Dobbiamo giocare con le regole. A volte, se si è creativi e si riesce ad anticipare, si possono trarre dei vantaggi, però a volte piloti o team si lasciano sfuggire situazioni appetibili per questione di tempi». 

Se il mercato inizia troppo presto, e crea problemi, perché non si cerca il modo di regolamentarlo? 
«Penso che si possa fare. Anzi, si dovrebbe fare. Se, per esempio, dovessimo stabilire che il mercato piloti può iniziare soltanto dall’1 agosto, in tutti i contratti che i team stipulano con i piloti ci dovrebbe essere obbligatoriamente una clausola a stabilire che tali contratti hanno una validità soltanto se approvati e accettati da IRTA o Dorna, rappresentanti del campionato MotoGP. Altrimenti possono essere annullati. Per ottenere questa autorizzazione, un rappresentante del team e il pilota devono presentarsi da IRTA, o Dorna, soltanto dall’1 agosto in poi e firmare congiuntamente una dichiarazione che dice semplicemente che sono d’accordo a collaborare l’uno con l’altro per un certo periodo. In mancanza di questo atto il contratto può essere invalidato se richiesto da una delle parti». 

Cosa succederebbe quindi? 
«Se anche un team e un pilota, tentando di anticipare tutti, firmano un contratto molto prima, ma poi il pilota oppure il team ci ripensano, non firmano quella dichiarazione con IRTA o Dorna e il contratto può essere annullato. Questo renderebbe inutile anticipare troppo, perché poi non si avrebbe mai la certezza del contratto fino a quella data. Tutto si calmerebbe, e con più calma si valuterebbero meglio le situazioni». 

In Suzuki avreste preso decisioni diverse, su Iannone, se ci fosse stato più tempo?
«Diciamo che avremmo potuto fare discussioni diverse, ma il fatto è che quando è arrivato il momento di decidere sembrava che il matrimonio tra Suzuki e Iannone non fosse riuscito, così abbiamo iniziato a pensare alle alternative. Quando abbiamo cominciato a intravedere la possibilità prendere Mir, ci siamo detti che quella era un’occasione d’oro che non potevamo farci scappare». 

Che dire dell’opzione Jorge Lorenzo: era una vera opzione oppure soltanto gossip?
«Era molto realistica. Quando abbiamo valutato la possibilità di non tenere Andrea, ci siamo chiesti quali fossero le alternative disponibili. Devo dire che questa situazione è stata molto interessante, perché la maggior parte dei top rider che non avevano già un accordo hanno mostrato interesse per la Suzuki. Sono stato molto felice di sentirlo dire». 

Quindi c’erano più dei tre nomi che abbiamo citato?
«Sì, erano di più. Abbiamo discusso in azienda, su cosa fare. Il nostro presidente, Toshihiro Suzuki, chi era coinvolto nel progetto, sono stati a favore della politica dei giovani. Piace l’idea di selezionare un giovane, farlo crescere e, si spera, farlo vincere. Questo è stato il progetto che avevamo avviato con Maverick. Purtroppo abbiamo dovuto fermarlo, ma sarebbe stato il nostro progetto perfetto: avevamo preso Maverick dalla Moto2, l’avevamo fatto debuttare in MotoGP, insegnandogli tanto, permettendogli di fare esperienza e andare a vincere il GP Gran Bretagna del 2016. Sarebbe stato bello continuare questo processo, ma sappiamo come è andata…». 

Così quel progetto lo avete ripreso con Rins. 
«Sì, e ora con Mir possiamo andare avanti. Ci piace questo tipo di progetto, ci piace questa sfida. È un altro modo di affrontare questo campionato. Quando abbiamo discusso, in azienda, sulla strada da percorrere con il nostro secondo pilota, naturalmente c’erano alcuni nomi sul tavolo; ma più che altro ci siamo chiesti cosa volessimo perseguire». 

Interrogativo interessante.
«C’è la strada di chi vuole prendere un top rider pronto per vincere, ma anche la via di chi fa crescere un talento che deve diventare un nuovo top rider; questa seconda attività è molto più vicina al nostro DNA, quindi Alex, e adesso Joan, sono un’opportunità perfetta». 

Ha il potenziale, Mir?
«Sì, penso che sia un pilota di grande talento. Per lui vedo davvero un grande futuro. Abbiamo deciso che sarebbe stata un’occasione d’oro, per la Suzuki, provare ancora una volta il tipo di progetto che lo spirito aziendale ama seguire». 

Però con questa politica non stai inviando il messaggio secondo cui così si smette di pensare a lottare per il titolo?
«Non credo. Naturalmente non ci disinteressiamo alle sfide del campionato. Siamo in MotoGP perché questa è una grande sfida. Ma il nostro messaggio è che la Suzuki vuole vincere con i suoi piloti. È una scommessa impegnativa, ma noi aspiriamo a vincere le gare, a vincere il campionato, un giorno, con un pilota Suzuki, cioè cresciuto in Suzuki. Non con un pilota strappato a un altro team al momento opportuno, cioè dopo che è stato fatto crescere da altri». 

Insomma, una storia in stile-Kevin Schwantz?
«Esatto. Tutti ricordiamo la storia di Schwantz all’interno della Suzuki. Kevin è l’emblema della Suzuki. Un pilota che è sempre stato Suzuki. I tifosi l’hanno amato molto. Lui ha avuto successo, ha vinto molte gare e il titolo della 500. Questa è la storia perfetta, per spiegare il senso della sfida della Suzuki con i giovani. Ora vogliamo provare a ripetere qualcosa di simile con Rins e Mir». 

C’è una linea molto sottile tra la trasformazione di un progetto da vincente a disastroso...  
«Stiamo prendendo una strada rischiosa ma abbiamo il coraggio per provarci. Penso che se riusciremo a tenere insieme Rins e Mir per molti anni, finiremo per avere una squadra molto forte che potrà lottare con entrambi i piloti regolarmente nella Top 5 del campionato. Questo è l’obiettivo». 

Ma è anche un processo lungo per una nuova squadra. 
«Ne siamo tutti consapevoli, ma ci piace così. Ci piace raggiungerlo nel nostro stile. Non siamo come la Honda o la Yamaha: loro stanno vincendo e devono continuare a vincere, noi dobbiamo ancora arrivare a certi livelli. Inoltre, siamo di fronte a una fase di ricambio generazionale. Fra pochi anni rimarranno Marquez e Viñales, forse Lorenzo e Dovizioso. Ci sarà una nuova generazione di top rider e noi pensiamo che Rins e Mir ne possano legittimamente far parte. Ripeto: se rimarremo tutti uniti avremo un team fortissimo».

Il vertice aziendale cosa pensa?
«Sostiene totalmente questo modo di pensare. Infatti non è stata una mia scelta, ma una decisione aziendale». 

Come eviterete che si ripeta la situazione che avete vissuto con Viñales, cioè un talento che avete aiutato e che dopo due anni è andato su una moto potenzialmente migliore, proprio per il desiderio di vincere?
«Certe cose non si possono evitare, ma l’esperienza insegna: il contratto di Joan è più “sicuro” di quello che aveva Maverick; il contratto di Mir supera i due anni; possiamo definirlo “due più due”». 

È così anche per Alex?
«Sì, certo». 

Come affronterete lo sviluppo delle moto, con due piloti inesperti come Rins e Mir? 
«Nella prossima stagione Alex avrà già due anni di esperienza in MotoGP. E devo dire che già adesso i suoi commenti sono precisi e pertinenti. Già quest’inverno Alex ha svolto un buon lavoro nello sviluppo. Avevamo diversi telai, diverse configurazioni di motore e abbiamo fatto un ottimo piano di test. Alex ha compiuto la sua strada, scegliendo il proprio telaio, il proprio motore, il proprio forcellone e tutte le altre parti. Ha avuto un ottimo inizio di stagione, e questo dimostra che ha messo assieme una buona moto per sé». 

E gli ingegneri cosa pensano?
«Anche loro apprezzano i suoi commenti, perché Rins “capisce” la moto. Quindi pensiamo di compiere un buon sviluppo con Alex. C’è l’idea di potenziare il Test Team: abbiamo Sylvain Guintoli, e siamo soddisfatti perché è un collaudatore molto bravo, che offre commenti precisi sulla moto. Con l’esperienza di Alex e il supporto di Sylvain svolgeremo un ottimo sviluppo». 

C’è ottimismo, quindi. 
«Più che altro c’è un piano ragionato. Pensiamo di essere coperti a livello di sviluppo, e abbiamo due piloti di talento, veloci. È così che stiamo costruendo il nostro futuro. Poi vedremo...».