In quella domenica dell’ottobre 2006, vinsero in due. La ruota di Valencia si fermò sui numeri 69 e 12, appartenenti a piloti arrivati, entrambi, da Oltreoceano. Mentre Nicky Hayden celebrò in lacrime di gioia un traguardo ambito da anni, il sorriso di Troy Bayliss fu l’immagine del classico sassolino tolto dalla scarpa, o meglio, dallo stivale. Kentucky Kid - neo campione MotoGP - dopo essersi “smarcato” dall’abbraccio di famigliari e ragazzi del team, andò a cercare l’australiano di Taree, dominatore della corsa, con una Desmosedici GP, lasciata libera dal titolare infortunato Sete Gibernau, rimasto fermo ad ammirare il proprio sostituto in una impresa che (quasi) nessuno aveva pronosticato. Troy, una volta espletata la pratica SBK, bissando il titolo colto nel 2001, arrivò nel Sud della Spagna con la mente sgombra da pensieri accessori di classifica, la voglia di riscatto necessaria ed un ingrediente rivelatosi fondamentale: per la prima volta nella Classe Regina, egli ebbe a disposizione i “suoi” uomini, quelli che ne avevano condiviso successi e podi nelle derivate di serie.

VECCHIO A CHI? - Nell’anno del debutto, infatti, Bayliss dovette relazionarsi ed ambientarsi con gente e paddock per lui tutti da scoprire, oltre alla moto, ovviamente diversa dalla 998 R. Tra Ducati e Honda, in tre stagioni, arrivarono quattro podi, diversi infortuni e molti rospi da ingoiare, indigesti e mai buoni. Provate ad immaginare come si sentisse lui dopo aver seminato il compagno di squadra, Loris Capirossi, che della Rossa 2006 conosceva ogni segreto: motore, sospensioni, gomme Bridgestone. In 30 giri, il canguro spazzò via tutti i commenti negativi sentiti prima: “Bayliss è vecchio per la MotoGP ed ha uno stile troppo ancorato alle meno precise e sofisticate Superbike. E poi, tutte ste scintille... No, non vincerà mai coi prototipi”. Eppure, proprio quel suo stile ginnico ed agitato, condito da derapate e pieghe con il corpo avvitato, fecero la differenza in gara, nella quale ridimensionò Capirex e incontrò sul podio Hayden, l’unico avversario che, onestamente, ammise come Troy fosse davvero imprendibile.