La piccola Derbi 125 era appena rientrata nel box e ed il suo pilota scuoteva il capo, urlando e sbraitando come un ossesso. I ragazzi della squadra, soprattutto nel 2002 - l’anno in cui il maiorchino si affacciò nel Motomondiale - ebbero un gran daffare per tenere a bada il carattere focoso del giovanissimo Jorge, pilota con tante ambizioni da soddisfare.

Lorenzo era così: già agli esordi, avrebbe voluto vincere. Il primo successo riuscì ad ottenerlo in Brasile nel 2003 e fu per lui il primo trofeo serio da appoggiare sulla mensola di casa; nell’ottavo di litro trionfò in ulteriori tre Gran Premi, ma il più bello doveva ancora arriva.

FENOMENO con la 250

Lo stile di Lorenzo era, ed è, preciso, composto in sella, gentile e mai violento. Le traiettorie esibite da Jorge sembrano quelle già viste da un certo Biaggi: lui, come Max, ama staccare morbido, entrano in curva con una traiettoria larga, facendo scorrere la moto e “compassando” la traiettoria.

Nell’apertura del gas, uguale. Dolce, raffinato, moderato. Questo modo di guidare ed una competitiva Aprilia RSV 250 lo posero come tra i protagonisti assoluti della quarto di litro, classe in cui egli dominò, centrando due titoli consecutivi.

Tra l’altro, in quel periodo, all’ispanico venne appellato il primo nickname che lo celebrò come autore di sorpassi all’esterno: Porfuera.

Collezionati due allori e 17 vittorie con la moto più formativa del paddock, Jorge decise di passare nel mondo dei grandi.

Moto GP, Jorge Lorenzo in conferenza stampa: si ritira

 L’ESORDIO folle in MotoGP, le cadute e la paura

Quel muro a Lorenzo non piaceva, ma dovette accettarlo. Una paratia divisoria tra il suo staff e quello di Valentino Rossi non fece che incrementare il livello di rivalità tra i due.

Il numero 46 temeva Jorge, a ben vedute ragioni: nonostante lo spagnolo debuttasse nella classe Regina su una Yamaha M1 tutta da scoprire, con freni in carbonio e gomme Michelin tanto criticate, andava forte.

Fortissimo: primo podio per lui nella notte del Qatar, tappa inaugurale della stagione. Terzo gradino a Jerez e, udite udite, affermazione perentoria all’Estoril. Il mondo sembrava già suo ma, intorno a metà cammino, i voli (cruenti) gli infortuni e i dubbi. Riuscì a riprendersi ed il 2009 fu ancor meglio. Secondo posto finale ed obiettivo titolo ormai annunciato.

Eccolo, il numero 1. Nel 2010 Jorge bastonò tutti, da Rossi con la stessa moto a Stoner con la Ducati. Pedrosa? Praticamente sempre battuto. Già che c’era, ricevette in carica un altro soprannome - mantequilla - burro, proprio per il suo stile di guida morbido. Inoltre, un terzo nickname: martillo, martello. Perché la sua tattica preferita era fuggire dallo spegnersi del semaforo, seminando gli avversari, aspettandoli poi nel parco chiuso.

 Questa strategia e tanti duelli gli regalarono un secondo campionato della MotoGP, conquistato nel 2012. Possiamo dire che la 800 gli piaceva, ma anche la 1000.

Non appagato, ecco il trionfo 2015, anno dell’episodio negativo tra Rossi e Marquez a Sepang e conseguenti polemiche a Valencia.

 ROSSO come la Ducati - Le difficoltà

A Borgo Panigale vollero Jorge e lo presero. Moto particolare la Desmosedici, diametralmente opposta alla M1. L’insuccesso di Valentino in Ducati stimolò Lorenzo a fare meglio, tuttavia, i risultati arrivarono più in là.

Nell’anno di esordio con la Rossa, lo stesso pilota era rosso, in volto. Paonazzo, stanco, a volte affranto. La fisicità da mettere per portare al limite la moto era notevole, come la capacità di adattamento richiesta. L’opposto di quanto era abituato. Per andare forte, doveva frenare violento ed all’ultimo istante, piegare tanto ma per un solo attimo, rialzare il primo possibile ed aprire tutto. Come una 500, più o meno.

E poi, quante richieste agli ingegneri della Casa bolognese. Una volta accontentato (l’esempio più eclatante fu un serbatoio a lui dedicato, con tanto di sella personalizzata) la quadra fu trovata e per gli avversari furono dolori.

Doppietta tra Mugello e Catalunya, secondo a Brno, vittoria in Austria, poi le botte prese, ancora una volta. Ducati, nel frattempo, decise di liberarsene, la luce si era spenta ancora.

 LA PAURA e l’approdo in HRC

Lo disse nel 2008: “Ho paura di morire e spesso ci penso”. Dannazione, non bello sentire un pilota parlare così. I fantasmi furono cacciati e Jorge tornò più forte di prima, in effetti, ripensandoci, l’unico vero rischio fu per lui quello di Jerez 2010, dove vinse e poi si tuffò nel laghetto di Jerez. Intutato, con stivali e tutto quanto, non riusciva a nuotare e l’aiuto in suo soccorso fu provvidenziale.

La paura l’ha rivissuta quest’anno, stagione da “dream team” che, per dirla in breve, è stata un incubo. Scarso feeling con la Honda, incomprensioni coi tecnici HRC, infortuni, assenze e divario da Marquez incolmabile.

Jorge Lorenzo è sempre stato abituato a dire ciò che pensava, sin dall’esordio con la 125. Lui voleva e vuole vincere, diversamente non gli interessa. La conferenza stampa di oggi sarà liberatoria per lui, uomo e pilota interessato solo al numero 1?