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Se c’è una qualità che non manca a Joan Mir, è la fiducia nei propri mezzi. Il maiorchino ha fatto parte di una classe di rookie in cui tutti – compreso il pilota reduce dal titolo della Moto2, Pecco Bagnaia – sono stati messi in ombra da Fabio Quartararo. Ma non ditelo a Mir, che nel 2016 fece meglio del francese a parità di moto (KTM) e team (Leopard) in Moto3, sebbene Joan fosse al primissimo anno nel Mondiale: "Quartararo? Bravo ma non credo abbia qualcosa più di me, perché non l’ha mai avuto. E non credo abbia imparato ad andare in moto in un anno" ha detto il campione del Mondo della Moto3 nel 2017.

Il ventiduenne della Suzuki, però, ricorderà la prima stagione nella classe regina soprattutto per lo spaventoso incidente nei test di Brno. Una caduta ad altissima velocità che ha causato una contusione polmonare e che non ha soltanto costretto lo spagnolo a saltare i successivi due GP, in Austria e Gran Bretagna, ma ha condizionato anche il suo stato fisico nella seconda parte dell’annata. "È andata meglio nel trittico, il clima abbastanza freddo del Giappone mi ha aiutato molto, infatti non sono mai stato bene a fine gara come a Motegi, e poi in Australia è arrivata la prima Top 5 in MotoGP, mentre invece in Malesia ho sofferto moltissimo il caldo e l’umidità".

Come si recupera la capacità polmonare? È un processo progressivo?

"Con l’allenamento. Per esempio, avevo smesso di allenarmi in bicicletta sin dagli anni della Moto3, perché finivo sempre disidratato. Ho ripreso soltanto dopo la contusione polmonare, giusto per svolgere un po’ di lavoro aerobico, e questo mi ha aiutato. La verità è che ho avuto poco tempo per recuperare dalle conseguenze della caduta di Brno".

Della caduta ricordi tutto, oppure c’è il classico “vuoto”?

"No, no, ricordo perfettamente, sono sempre rimasto cosciente. È stato tutto molto rapido, a volte non sai perché o come, l’importante è che stia bene".

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