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Come definisci la tua progressione nella prima stagione in MotoGP?

"Sono contento, perché pian piano ho alzato la testa e ho ottenuto qualcosa di positivo. E questo nonostante l’infortunio, ma alla fine sono tornato più forte di prima. Speravo di raggiungere risultati più positivi, e senza i GP saltati magari ce l’avrei fatta, alla fine due gare di assenza pensano se sei un rookie.

E poi un infortunio a metà campionato porta sempre complicazioni superiori. Il dato confortante è che dopo sono andato meglio, ho disputato buone gare, come in Giappone, dove il mio ritmo è stato decisamente buono e dove sono stato in grado di rimontare, recuperando parecchie posizioni fino ad arrivare sul gruppo dei primi cinque. Mi sono avvicinato a Rins, e anche questo è un indice delle buone prestazioni. In questo, devo ringraziare la squadra, perché mi hanno sempre accontentato. Sto crescendo assieme a loro, perché non è facile essere a centro gruppo in MotoGP: emergere nella lotta del pacchetto tra l’ottava e la dodicesima posizione è complicato, perché è una vera giungla".

Quanto sei critico con te stesso? È una domanda che nasce dal fatto che raramente, i piloti ammettono di non aver vissuto il miglior giorno: il pilota sembra l’unico sportivo che ritiene di aver dato sempre il 100%.

"L’autocritica è una virtù, perché altrimenti finisci per ingannare te stesso. Puoi ingannare la gente che ti circonda, o credere di farlo, ma come pilota il tuo lavoro è registrato sulla telemetria, e i numeri dicono sempre la verità. Onestamente, alcune delle cose negative del 2019 sono successe per mie responsabilità, e mi sono assunto le colpe. Ma in altri casi no. Quindi so di dovermi prendere le responsabilità, quando è colpa mia".

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