Il 7 giugno 1949, quando si corse all’Isola di Man la storica prima gara del Mondiale 500, furono 59 i piloti a partecipare. 35 di loro arrivarono al traguardo, e i primi cinque classificati furono tutti anglosassoni. Alla fine di quella stagione, dei 14 piloti che andarono a punti nei sei GP disputati per la top class, cinque furono italiani, otto del Regno Unito, compreso il primo campione del Mondo, Leslie GrahamNelle successive 17 annate, i piloti di Sua Maestà hanno vinto tutti i titoli a eccezione di tre, con gli italiani – Umberto Masetti e Libero Liberati – a spezzare l’egemonia britannica.

A sorpresa, però, dopo l’ultimo trionfo di Mike Hailwood in 500, nel 1965, il motociclismo britannico ha perso il ruolo di riferimento, sgonfiandosi come una vela senza ossigeno. E dopo il secondo Mondiale di Barry Sheene in 500, nel 1977, non si è più intonato "God Save the Queen" per onorare il campione del Mondo della classe regina. Sono passati 42 anni, e non si scorge la luce in fondo al tunnel. Nel frattempo, i padroni della classe regina hanno cambiato indirizzo varie volte: prima con l’era degli americani e degli australiani, poi con quella italiana per mano di Valentino Rossi, ora il regno è spagnolo.

Già, ma cosa è successo agli inglesi? Dove sono finiti? Si potrebbe rispondere che ci sono sempre stati. Senza però essere grandi protagonisti. Ma secondo la Legge di Murphy può sempre andare peggio, e i britannici hanno preso una china negativa: da riferimento a piloti di rincalzo, fino al rischio di estinzione. E non stiamo scherzando.

Il motociclismo britannico ha perso i pezzi in MotoGP nelle ultime stagioni, con le aspettative frustrate di Sam Lowes e Scott Redding, oltre che di un Bradley Smith che però potrebbe tornare “titolare” in virtù del caso-Iannone. L’unica certezza per il 2020 è Cal Crutchlow, che però ha già compiuto 34 anni, e sfoglia la margherita di fronte alla possibilità di continuare o meno. Se il pilota della Honda-LCR dovesse ritirarsi a fine stagione per andare a vivere in California con la famiglia, la Union Jack potrebbe uscire dalla MotoGP.

Tuttavia non si riduce tutto alla MotoGP: il panorama alle spalle di Crutchlow, nei GP, è desolante. Non si vede infatti un pilota impegnato in Moto2 o in Moto3 con la prospettiva di arrivare, un giorno, in MotoGP. Una situazione paradossale per un’area che non ha certo smarrito la passione per le due ruote – come dimostra il pubblico sempre numeroso a Silverstone per il GP – e che domina in Superbike, non soltanto con Jonathan Rea, nordirlandese che ha raccolto il testimone da Tom Sykes, e prima da James Toseland, Neil Hodgson e, soprattutto, Carl Fogarty.

Abbiamo sempre pensato che dietro la progressiva estinzione dei britannici ci fosse la filosofia da “isolani”. Per i quali il Mondo inizia e finisce nel Regno Unito, e quindi non vale la pena recarsi nel Continente. Non a caso la Superbike del BSB è un autentico punto di riferimento tra i campionati nazionali in giro per il Mondo: vi partecipano numerose Case, c’è un regolamento ad hoc, e le gare sono intense ed emozionanti, attirando di conseguenza grande pubblico. E sarebbe immediato pensare come, a livello economico, per un pilota britannico sia più conveniente correre nel campionato di casa piuttosto che cercare la fortuna nei GP.

Invece, un esperto come Mat Oxley corregge il tiro alla nostra teoria. E nemmeno di poco. Il giornalista di gare motociclistiche più influente d’Inghilterra – senza dubbio Oxley è tale – fornisce una spiegazione che merita di essere letta.

E come spesso accade, la risposta alla domanda "Dove sono finiti coloro che l’hanno inventata?" è nella frase che i nordamericani ripetono come un mantra quando cercano risposte per risolvere un mistero: "Follow the money". Segui il denaro….

"Infatti il grande problema in Gran Bretagna è legato ai soldi" dice Oxley. "Viviamo in un’era in cui, nello sport, il denaro è molto importante. In Italia e in Spagna, dove il motociclismo è uno degli sport principali, i soldi non mancano mai. Anche per piloti non di primo piano, è possibile raggranellare 200.000 Euro per fare una stagione. In Inghilterra, invece, è impossibile. Questo perché da molto tempo è calato l’interesse per le moto. Che non è paragonabile a Italia, Spagna e sud-est asiatico, che è un’area immensa dove è permesso guidare uno scooter a 12 anni. E se a quell’età guidi il primo mezzo a due ruote, poi te ne innamori per la vita. In Inghilterra, il motociclista è una specie di cittadino di seconda classe, che deve avere qualcosa che non va. Quanti sponsor britannici vedete in MotoGP? Nemmeno uno".

Parole significative, che però non fugano un dubbio: la massiccia presenza ai vertici del mondiale Superbike, nel quale l’anno scorso cinque dei primi otto classificati sono stati britannici, e a loro nel 2020 si aggiunge Redding sulla Ducati ufficiale, segno che alla qualità si unisce il ricambio generazionale.

La spiegazione di Oxley è singolare: "La ragione è semplice da ricercare, e viaggia parallela alla vita di tutti i giorni. In Gran Bretagna, l’inizio degli anni ‘80 fu caratterizzato da una pesante recessione. Le Suzuki RG e le Yamaha TZ erano diffusissime, ma da un giorno all’altro non c’erano più soldi. Quindi tutte le concessionarie di moto chiusero, e gli sponsor si allontanarono dalle corse. La reazione? La Superstock nata nel 1985: si correva con moto fondamentalmente stradali, senza silenziatori e con gomme slick. Fu un successo istantaneo e quando, tre anni più tardi, nacque il mondiale Superbike, i piloti inglesi erano già pronti per quel tipo di categoria e la invasero. Fu un percorso naturale, che spiega l’amore tra i britannici e la SBK. L’eccezione è stato Cal Crutchlow: è stato coraggioso a passare in MotoGP dopo una sola stagione 'vera' in Superbike, si è preso un rischio grosso anche perché in SBK avrebbe avuto guadagni garantiti".

Sarebbe però sbagliato pensare che in Inghilterra la Superbike sia vista come la MotoGP in Italia e Spagna. Jonathan Rea, cinque volte detentore del titolo Superbike, non è in patria ciò che Valentino Rossi è nel sud-ovest dell’Europa. "La SBK è popolare tra i piloti ma non tra i fan - prosegue Oxley - due anni fa Tom Sykes andò a Donington per una manifestazione di moto d’epoca, e disse di avervi trovato più persone che per la gara del mondiale Superbike… Se citiamo Rossi, è proprio per merito suo se oggi la MotoGP è più popolare della Superbike tra i fans inglesi. Anzi, la SBK iridata, che pure i nostri piloti dominano, viene anche dopo il BSB a livello di seguito".

Il BSB è un punto di riferimento per parecchie Federazioni che vogliono ravvivare il proprio campionato nazionale. Ma attenzione a pensare che la Superbike britannica sia l’idillio. "Non ci sono tutti quei soldi..." aggiunge Oxley, sfatando un luogo comune. "I primi quattro-cinque piloti guadagnano, ma gli altri… Non ci sono premi in denaro, quindi potresti in teoria vincere ogni gara e il titolo senza introitare un penny. Jonathan Palmer, ex pilota di Formula 1, è il proprietario della MSV, la compagnia che possiede tutti i circuiti: arriva a ogni gara in elicottero, però poi dice ai piloti che non può permettersi di pagarli. Poi riparte, sempre in elicottero...".

Paradosso è la parola che meglio fotografa la situazione: i piloti inglesi dominano il mondiale Superbike che però non interessa ai fan britannici, i quali preferiscono la MotoGP, dove però non ci sono connazionali in pista. "Sì, perché non ci sono i soldi per intraprendere il percorso che potrà portare fino al Mondiale GP, quindi si vira su Supersport e Superbike. Vediamo se con la British Talent Cup cambierà qualcosa. Rory Skinner l’ha vinta, per esempio, ma poi non ha trovato sponsor, quindi ha acquistato una 600 da un concessionario e ora correrà in quella categoria con il sogno di andare nel mondiale Superbike".

Qual è il futuro, allora? "È ormai dalla fine degli anni ‘80 che vanno tutti in Superbike, a meno di non essere coraggiosi e persino spavaldi come Crutchlow. Ma in pochi hanno quella voglia di rischiare: la SBK può garantire soldi per almeno quattro-cinque anni e magari una moto ufficiale, inseguire la MotoGP è un rischio. Chi può biasimare coloro i quali non rischiano?" conclude Oxley. "In Inghilterra, poi, i piloti vengono in molti casi dalla 'working class', quindi se arrivano a guadagnare un paio di milioni, sono a posto per la vita. Tutti dicono che Rea meriterebbe la MotoGP, ma secondo me è una bugia: il discorso va girato in un’altra prospettiva. Chi, fra i piloti britannici della SBK, ha avuto gli attributi per mettersi in gioco nei GP? Crutchlow l’ha fatto,

Perché Rea non l’ha seguito? La questione è che qui si preferisce rimanere nella “comfort zone”, invece che andare in MotoGP in un team satellite, dove puoi anche arrivare 12°. Ma poi chi valuta, nei team ufficiali, non guarda i risultati, perché sa chi ha le qualità necessarie. Prendo a esempio Chaz Davies: ci ha provato per molto tempo nei GP, ma è stato un incubo. Ha faticato con l’Aprilia 125 e poi con la 250, non appena è andato in Superbike, ha trovato posto in poco tempo nel factory team Ducati: se guadagni più di mezzo milione l’anno, per cinque stagioni, ti sistemi per la vita".

L’idea di rifugiarsi in una zona confortevole che possa assicurare il futuro è certamente umana, ma sbatte contro la mancanza di spirito di competizione. Crutchlow è un’eccezione, paragonabile a Casey Stoner e Jack Miller, che hanno lasciato l’Australia per inseguire un sogno: entrambi si erano stabiliti nel Regno Unito, ma invece di sognare BSB e mondiale Superbike, hanno inseguito i GP, anteponendo l’obiettivo sportivo alla voglia di assicurarsi un futuro economico. A costo di lasciarsi alle spalle patria, casa, famiglia e amici.

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