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La crisi dei piloti inglesi

Gli inglesi nella top class sono quasi una specie in via di estinzione: dove sono finiti coloro i quali hanno grosso modo inventato il Motomondiale assieme agli italiani?

"Bella domanda...". 

I media inglesi sostengono che tu sei stato l’unico a lasciare la “comfort zone” del mondiale Superbike per andare a sfidare i migliori piloti del Mondo in MotoGP. 

"Sì, ero il miglior pilota britannico in quel momento, e sono stato quello che si è preso il rischio".

Potevi avere vita più facile in Superbike. 

"Forse, ma è confortevole anche la vita in MotoGP. Anzi, più che confortevole". 

Però poteva andare anche in un altro modo. 

"Sì, sono stato anche fortunato. Debuttai nel 2011, l’ultimo della cilindrata 800, con la Yamaha Tech 3 di Hervé Poncharal. A metà di quel primo anno andai da Hervé e gli dissi “Voglio tornare in SBK”. E lui rispose fermo “No, ce la faremo, lavoreremo meglio”. Chiusi il 2011 con il quarto posto a Valencia, cominciai il 2012 con un altro quarto in Qatar, e questo fu incoraggiante. Da allora, mi sono sempre trovato bene in MotoGP. Penso di aver effettuato la scommessa al momento giusto". 

Scommessa?

"Sì, è stata una scommessa, ma non ho mai avuto rimpianti. Ho corso più o meno in ogni campionato: Supersport e Superbike prima in Inghilterra poi nel Mondiale, poi la MotoGP. La mia è stata una scalata, cambiando categoria quasi ogni anno, e in una scalata del genere la MotoGP è la vetta. Averla raggiunta è stato un motivo di felicità, ma gli inizi non furono facili, non per l’ambiente e le piste, ma perché non mi trovavo con la moto. Ma una volta completato l’adattamento da una Superbike a una MotoGP, è andato tutto bene".

Tra i piloti britannici vedi qualche potenziale erede di Crutchlow?

"Penso che tanti piloti abbiano le capacità giuste, è anche questione di opportunità. E di quanto si vuole raggiungere un risultato". 

Qualche nome?

"Non saprei. Sam Lowes è stato in MotoGP ma non era in una buona situazione. Ma lui sa guidare una MotoGP. John McPhee sarebbe bravo, ma sta invecchiando in Moto3. Non è facile, io supporto i giovani britannici, supporto la British Talent Cup. Desidero che ci sia un futuro per i nostri piloti". 

Come ti spieghi questa difficoltà?

"Non so il motivo, ma è difficile portare i piloti britannici nel Mondiale. Forse perché il nostro campionato Superbike, il BSB, è decisamente di alto livello. Molti piloti competitivi non si muovono da lì perché è un campionato importante e non cercano l’opportunità di correre nel Mondiale". 

Nessuno ci prova oppure a nessuno è concessa un’opportunità?

"Credo che in molti abbiano avuto un’opportunità. Penso per esempio a Eugene Laverty, però non l’ha avuta nella situazione ideale. Ma poi una situazione è buona o meno buona anche per il modo in cui il pilota la sfrutta. Ripenso al mio primo anno con la Yamaha Tech 3, le cose non andavano bene ma trovai il modo per far funzionare tutto. Dipende anche da quanto sei determinato. Per stare con gli spagnoli, gli italiani o Quartararo, non è soltanto questione di talento, serve volerlo fortemente. Io l’ho voluto, anzi a volte ho peccato di troppa determinazione, e l’ho pagato con certe cadute, ma ho sempre cercato di andare oltre il talento puro".

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