Valentino Rossi e Andrea Dovizioso all’inseguimento di Marc Marquez, e ai suoi lati sul podio: l’emblema di una rivalità, quella tra Italia e Spagna, che caratterizza questa era del Motomondiale, con gli iberici padroni del presente grazie anche all’otto volte iridato. Si potrebbe dire, alla romana: "Italia o Spagna, e nessun altro magna". Da oltre tre lustri il Mondiale è diventato una sorta di duopolio tra le due scuole, con incursioni per lo più occasionali degli altri Paesi. I dati sono evidenti: nel 2019, conteggiando le tre classi, i piloti spagnoli hanno vinto 32 GP (16 in MotoGP, 8 in Moto2 e altrettanti in Moto3) e quelli italiani 16 (8 in Moto3, 5 in Moto2 e 3 in MotoGP), ossia 48 in tutto. Ciò significa che tutte le altre Nazioni messe insieme, pur schierando 63 piloti, non sono arrivate nemmeno a 10 vittorie: cinque per il Sud Africa (tutte con Brad Binder), due per il Giappone (con Kaito Toba e Tatsuki Suzuki) e una a testa per Gran Bretagna (John McPhee) e Svizzera (Thomas Lüthi).

Quota 48 successi stagionali, le due superpotenze l’avevano raggiunta anche nel 2013 e nel 2017: nel primo caso però gli azzurri vinsero una sola gara (peggior risultato italiano dal 1964), con Valentino Rossi ad Assen, mentre le furie rosse si presero 47 GP con 11 vincitori differenti. Quell’anno la Spagna fece l’en plein in Moto3 (17 su 17), lo sfiorò in MotoGP (17 su 18) mentre in Moto2 si accontentò – si fa per dire – di fare 13 su 17. Nel 2017 invece l’Italia ha contribuito con 20 vittorie (con sei piloti diversi, capofila Franco Morbidelli con otto trionfi buoni per riportare un titolo all’Italia dopo otto anni) mentre la Spagna si è “fermata” a 28 GP vinti (10 Joan Mir).

Il doppiaggio (32-16) della Spagna nel 2019 è stato una risposta al pareggio azzurro del 2018: 22-22. Quota 40 complessiva, Spagna e Italia la raggiunsero pure nel 2014 (34-6 per la Spagna) e nel 2010, quando si arrivò a 42 (36-6 per gli iberici).

Ancora più impressionante è il dato del decennio appena concluso. Dal 2010 al 2019, i piloti spagnoli hanno vinto nelle tre classi 293 gare (82 con il solo Marc Marquez, più 42 con Jorge Lorenzo e 23 con Dani Pedrosa e Maverick Viñales, per citare i più vincenti) ossia quasi il 55 percento di tutte quelle disputate. Nello stesso intervallo di tempo gli italiani hanno conquistato poco meno di 10 vittorie di media a stagione, esattamente 96: 13 Andrea Dovizioso, 12 Rossi, 11 Romano Fenati e 10 Pecco Bagnaia, i soli dei nostri in doppia cifra.

Sommando i due bottini il totale sfiora le 390 vittorie ed equivale a oltre il 72 percento delle gare disputate nel decennio tra MotoGP, Moto2, Moto3 e 125. Al resto del Mondo non sono rimaste che le Briciola: la terza forza degli anni Dieci è infatti stata l’Australia con appena 26 vittorie, ma 18 di queste le ha maturate Casey Stoner nel triennio 2010-2012. Quarta è stata la Francia con 21 vittorie e i transalpini devono ringraziare il due volte iridato Johann Zarco che ne ha prodotte 16. A seguire Gran Bretagna con 20, Germania con 18 e Sud Africa con 16. Gli Stati Uniti, fino a dieci anni fa quarta forza del pianeta, complice l’unica vittoria del decennio (siglata da Ben Spies al GP Olanda 2011) sono stati superati nella classifica di tutti i tempi da Australia, Germania e Giappone.

Nell’ultimo decennio hanno ottenuto i loro primi successi nel Mondiale Portogallo (passato da zero a 12 in cinque anni grazie a Miguel Oliveira), Malesia e Turchia, portando così a 30 le Nazioni capaci di vincere almeno una volta. Diciotto di queste ce l’hanno fatta in 500-MotoGP, a fronte delle 23 Nazioni che invece hanno conquistato almeno un Gran Premio di Formula 1.

Tornando al duopolio Italia-Spagna, non esistono precedenti di questa portata nelle decadi precedenti, nemmeno considerando altre Nazioni. Il picco erano state le 312 vittorie dei primi anni Duemila, con gli stessi protagonisti: in quel decennio l’Italia vinse 175 volte (77 con Rossi, 15 Marco Melandri, 14 Marco Simoncelli, 10 Max Biaggi, Mattia Pasini e Dovizioso) non scendendo in nessun anno sotto quota 12 (con il picco di 25 nel 2002), mentre la Spagna, partita a rilento (sei vittorie nel biennio 2000-2001) si fermò a 137 vittorie.

Gli ultimi due, sono stati i soli decenni in cui due (o più) Nazioni hanno conquistato almeno 100 vittorie l’una. Negli anni Novanta, infatti, il motociclismo spagnolo era finito ai margini dell’impero: Angel Nieto, Ricardo Tormo e Sito Pons, che avevano portato la Spagna davanti a tutti negli anni Ottanta, si erano ritirati e le nuove generazioni, con l’eccezione di Jorge Martinez e Alex Criville, faticavano a emergere.

L’italia ha invece primeggiato, oltre agli anni Duemila, anche nei Settanta e Novanta, mentre la Gran Bretagna fu insuperabile nei ‘50 e ‘60, grazie a leggende del calibro di Mike Hailwood, Phil Read, John Surtees e Geoff Duke. Nel 2015 e 2016 il risveglio britannico sembrava prossimo con 12 vittorie (sei per Danny Kent con un titolo, tre Sam Lowes, due Cal Crutchlow e una McPhee) ma è stato un fuoco di paglia perché nelle ultime tre stagioni soltanto 2 volte la Union Jack è stata sul pennone più alto. Un peccato, perché un Mondiale monopolizzato dai piloti latini rischia di suscitare scarso interesse nei Paesi anglofoni, con ovvie ripercussioni sui ricavi della Dorna e, indirettamente, sullo stato di salute del campionato.

Nella maratona sono keniani ed etiopi, nello sci alpino svizzeri e austriaci con qualche nostra incursione, nel Motomondiale italiani e spagnoli. Diverse discipline sportive presentano un duello ai vertici tra due Paesi. Tutto ciò non significa che questa situazione non possa essere cambiata, anzi. Per trovare possibili soluzioni abbiamo interrogato un quartetto di piloti che hanno fatto la storia del motociclismo italiano. "Ai miei tempi - attacca Giacomo Agostini, l’uomo dei record con 15 Mondiali - c’era lo squadrone inglese, con Hailwood e Read e prima ancora Duke e Surtees. In altri momenti l’America è diventata fortissima, poi è sparita, non so se per i costi elevati o perché non hanno trovato un pilota in grado di imitare Eddie Lawson o Kenny Roberts. Non capisco perché non abbiano qualcuno che possa paragonarsi ai nostri, forse non sono interessati al Mondiale. Ricordo che una volta Kenny disse che lui si riteneva campione del Mondo soltanto perché aveva vinto a Daytona. Per fortuna noi italiani siamo sempre stati vincenti".

Luca Cadalora lo segue a ruota: "Ogni epoca ha i suoi dominatori. In passato gli americani erano forti perché Roberts aveva un team e con il suo ranch creava qualcosa per i piloti più giovani: ha fatto emergere Rainey e Kocinski che sono stati protagonisti per un decennio. Probabilmente la situazione attuale deriva dallo scarso impegno sui giovani delle altre Nazioni rispetto a Spagna e Italia. Senza investimenti da parte delle Federazioni nazionali o delle Case i piloti non ci sono, e per cogliere i frutti servono anni. Honda e Yamaha, per esempio, stanno curando molto i Paesi del Sud-Est asiatico perché sono mercati importanti e un pilota forte potrebbe catalizzare l’attenzione".

Loris Reggiani non le manda a dire: "In America la velocità non è considerata perché evidentemente l’AMA non ha troppo interesse a promuovere questo sport. Credo che lì si faccia ancora tutto in casa e scaturisca dalla passione per esempio dei genitori. Per di più si praticano a lungo il Dirt Track e la Superbike, e soltanto se uno va forte si considera l’ipotesi di passare al Mondiale, ma ciò avviene troppo tardi. Il problema in ogni caso non è trovare la moto giusta al pilota ungherese o russo, ma trovare il pilota che va forte. A me però non preoccupa il duopolio, che credo sia destinato a durare a lungo, questo è un problema della Dorna, non del motociclismo. A me preoccupano i successi degli spagnoli!".

La superiorità della scuola latina è da attribuire, secondo Ezio Gianola, al settore giovanile: "Oggi a 6-8 anni si inizia con le Minimoto, e si impara già a 12 anni ad andare forte perché farlo a 15 anni, come accade in altre Nazioni, è tardi. Ma soltanto la Spagna, che a inizio anni Duemila era indietro, e in parte l’Italia assicurano queste condizioni: assieme al CEV si disputa l’ETC (European Talent Cup), un campionato con moto da 47 cavalli, preparate molte volte dagli stessi team del Mondiale. Il materiale garantito è superiore e così i dodicenni si mettono alla prova. In più nella penisola iberica si spende poco per girare in pista e il clima permette di farlo in ogni periodo dell’anno. E poi c’è la Dorna che fa i suoi interessi".

Per l’egemonia dell’Italia invece Gianola tira in ballo la cultura motociclistica di lunga data: "Da noi ci sono costruttori di moto, produttori di componentistica, abbigliamento tecnico e caschi, e un buon numero di team. Ciò aiuta i giovanissimi ad avere ottimo materiale. Al contrario in Francia e nei Paesi nordici i trofei e i campionati nazionali sono modesti, sia agonisticamente che per le moto schierate".

Alcuni sostengono che la colpa sia dell’elevato numero di sponsor spagnoli e italiani. "È nato prima l’uovo o la gallina? Secondo me prima c’è il pilota vincente e poi arriva lo sponsor del suo Paese, non il contrario" argomenta Reggiani.

Agostini respinge al mittente l’ipotesi di assegnare un numero di posti garantiti per Nazione: "Noi non possiamo farci nulla. Se un pilota non va è inutile farlo correre, se non è all’altezza non ha senso. Credo che se le Case avessero sott’occhio un grande pilota americano o che ne so, svedese o tedesco, non esiterebbero a dargli una moto. Ma il grande pilota non arriva tutti i giorni".

Nemmeno a Cadalora il limite di piloti per Nazione piace: "Dovrebbero cambiare le regole di questo sport, dovrebbe essere organizzato dal Coni, come le Olimpiadi. Non credo sia fattibile". Reggiani è ancora più tranchant: "La Dorna sponsorizza molto i piloti delle Nazioni poco rappresentate ma con scarsi risultati. Io vado a una gara del Mondiale per vedere i 30 piloti più forti al Mondo, non vado perché ci sono i cinque più forti italiani, i cinque più forti spagnoli e i cinque più forti indonesiani. Limiterei piuttosto il numero di piste del Mondiale per Nazione. Non mi piace che ci siano quattro circuiti spagnoli in calendario perché anche se non è come il calcio, correre in casa un po’ aiuta. Stabilirei un tetto di una o due gare per Nazione".

Il confronto: Italia, Spagna, resto del mondo


ULTIMO DECENNIO: I SUCCESSI ANNO PER ANNO

2010 - Spagna 36, Italia 6, Resto del Mondo 10 

2011 - Spagna 26, Italia 4, Resto del Mondo 21 

2012 - Spagna 33, Italia 3, Resto del Mondo 16 

2013 - Spagna 47, Italia 1, Resto del Mondo

2014 - Spagna 34, Italia 6 ,Resto del Mondo 14 

2015 - Spagna 19, Italia 8, Resto del Mondo 27 

2016 - Spagna 16, Italia 10, Resto del Mondo 28 

2017 - Spagna 28, Italia 20, Resto del Mondo

2018 - Spagna 22, Italia 22, Resto del Mondo 10 

2019 - Spagna 32, Italia 16, Resto del Mondo 9

LE VITTORIE COMPLESSIVE DI ITALIA E SPAGNA NEGLI ULTIMI CINQUE DECENNI

Anni Settanta: 233 

Anni Ottanta: 174 

Anni Novanta: 175 

Anni Duemila: 312 

Anni Dieci: 389

Marquez - Rivera, è finita la “love story”? - FOTO