Non è stato soltanto il fascino della prima volta a rendere storica l’impresa di Jorge Lorenzo nel 2010. Il primo titolo di uno spagnolo in MotoGP, che avviò una sequenza di nove titoli iberici in dieci stagioni nella top class, fu arricchito dal contesto: il maiorchino - già due volte iridato in 250 - fu capace di vincere il Mondiale da compagno di team del dominus Valentino Rossi, rovesciando la situazione nella top class, ma anche all’interno del team ufficiale Yamaha. Al punto da spingere il pesarese a scommettere sulla Ducati. Una vicenda che, anni dopo, si sarebbe rovesciata, con Lorenzo a sentirsi di troppo a inizio 2016, puntando su Borgo Panigale per il biennio successivo.  

Battere Rossi, che a 30 anni era tornato padrone e si sentiva pronto per la Decima, non appariva semplice. Ma Lorenzo aveva lavorato su se stesso in ogni aspetto: per esempio, aveva arginato la propria timidezza frequentando un corso di recitazione durante l’anno da rookie in classe regina. Anche se la “nuova versione” ebbe i suoi effetti collaterali: "A volte ho dichiarato certe cose semplicemente per mostrarmi più sicuro di quanto non fossi realmente...". 

Jorge imparò dai momenti negativi dei primi due anni in top class: prima metabolizzò le botte tremende generate dall’approccio con la MotoGP - quando dopo traumi cranici e caviglie fratturate ammise di aver avuto paura di morire - poi fece tesoro della bruciante sconfitta in casa a Barcellona, dove Valentino lo superò all’ultima curva con uno dei sorpassi più belli di sempre. A differenza di Casey Stoner, che nell’avventura ducatista non seppe riannodare il filo spezzato sul sorpasso subito al Cavatappi di Laguna Seca da Rossi, nel 2010 Lorenzo si ripresentò più agguerrito. Forte anche di un team preparatissimo, con Ramon Forcada capotecnico e Davide Marelli prezioso aiuto al reparto degli elettronici, fino al fondamentale inserimento di Wilco Zeelenberg come team manager. "Wilco ha corso ad alti livelli, mi fornirà preziosi consigli di guida". Il maiorchino fu buon profeta.  

Lorenzo iniziò il 2010 dopo aver recuperato da un infortunio alla mano destra rimediato in inverno, e iniziò a vedere il compagno di team soffrire per guai fisici. E ben prima del Mugello, perché se è vero che la gamba fratturata impedì a Rossi di disputare quattro gare, fu soprattutto la spalla infortunata allenandosi con il Motocross - pochi giorni dopo aver vinto il GP inaugurale in Qatar - a condizionare Valentino. Tanto che a fine stagione, quando venne operato, si disse che la spalla venne trovata in condizioni peggiori di quanto preventivato.  

Lorenzo seppe approfittarne, e non si limitò a trionfare a Jerez - dopo una lunghissima rimonta - e Le Mans. Perché decise di vincere su tutta la linea: in pista, nel peso all’interno del team e persino nella… festa.  

Il ventitreenne, infatti, celebrò nel giro d’onore con trovate ispirate alle celebri gag di Valentino: in Spagna si gettò in un laghetto a bordo pista, e con la tuta inzuppata d’acqua e il casco faticò a riemergere, in Francia si sedette davanti a un maxischermo gustando dei pop corn come se fosse al cinema. Al predominio in pista, forte anche di una M1 al punto più alto dell’era delle 800, Lorenzo unì l’ironia, leggibile anche come scherno, e per la prima volta in un duello generazionale, Valentino si ritrovò dalla parte sbagliata: quella del veterano da spodestare. L’incidente del Mugello accelerò il processo: Lorenzo fece tripletta a Silverstone (dove ad attenderlo in pista c’erano tre amici vestiti da Beatles...), Assen e Barcellona, poi rivinse a Laguna Seca - dove festeggiò al Cavatappi vestito da uomo sulla Luna, piantando la canonica bandiera “Lorenzo’s land” - e Brno, dove salì a sette successi nei primi dieci GP. Un dominatore assoluto in una MotoGP che pure aveva tutti gli ufficiali - i due piloti Yamaha, e le coppie Pedrosa-Dovizioso e Stoner-Hayden – sulle stesse moto dell’anno precedente, più una promettente infornata di rookie, con Marco Simoncelli e Ben Spies. 

Il titolo era ipotecato già in piena estate, quando scoppiò la bomba del passaggio di Rossi alla Ducati. Di fatto, il maiorchino divenne ciò che Phil Read aveva rappresentato per un’altra leggenda, Giacomo Agostini. "Non so perché Valentino abbia lasciato la Yamaha - dichiarò Lorenzo - sicuramente stava bene prima del mio arrivo, ma quando il mio rendimento è cresciuto lui si è ritrovato in una posizione meno comoda".  

Rossi annunciò l’addio a Ferragosto, e scese dalla M1 non prima di un’ultima impresa, a Sepang, nel giorno in cui però Lorenzo, terzo al traguardo, conquistò il titolo: era il 10 ottobre 2010 quando al quartultimo GP celebrò con le magliette “Game Over” e i figuranti vestiti da Super Mario Bros.

E da 10 fu la sua stagione da nove vittorie, otto delle quali per distacco. Già, perché Jorge era preciso, veloce, bellissimo da vedere in sella, ma meno da “corpo a corpo” rispetto a Rossi e Marquez. "Migliorerò la partenza, vedrete" aveva detto alla vigilia della stagione, unendo l’atto alla parola, generando però più di una gara povera di pathos. "Lorenzo si merita il Mondiale, ma con me avrebbe avuto vita meno facile" disse Valentino. In effetti, il suo compagno vinse con 148 punti su Pedrosa, mentre Rossi, con due gare in meno rispetto a Dani, chiuse a soltanto 12 punti dal pilota Honda. "Forse vincerò ancora - disse Lorenzo a Sepang - ma nessun altro titolo sarà come questo, perché ho battuto Rossi, il più forte pilota della storia, con la sua stessa moto".  

Una settimana prima del titolo di Jorge, però, Rossi si era tolto un sassolino dallo stivale, aggiudicandosi a Motegi un duello in famiglia da mezzogiorno di fuoco. I due piloti Yamaha non corsero per un (misero) terzo posto nel GP Giappone, ma per marchiare il territorio. Vale prevalse e Jorge si infuriò: "Rossi non ha giocato pulito, ho temuto per la mia integrità fisica, mi ha toccato tre volte, non è normale se a farlo è il tuo compagno mentre tu ti stai giocando il titolo. Mi sono riunito con lo staff Yamaha, mi hanno garantito che gli faranno un richiamo". Quella presa di posizione annunciata da Lorenzo nei confronti del pilota che da solo aveva rimesso la Yamaha al centro del Motomondiale, ma che poi era stato spinto verso la porta, sintetizzò quanto e come le cose fossero cambiate, in quel solo 2010...

Lorenzo: “Rossi-Marquez? Dall'Argentina 2015 è cambiato tutto”