Un anno: tanto, o poco, è bastato a Fabio Quartararo per trasformarsi da “oggetto misterioso” in aspirante anti-Marquez: il suo ingaggio da parte della Yamaha-Petronas aveva lasciato straniti parecchi osservatori, perché il francese che aveva dalla sua l’età, in quattro stagioni tra Moto3 e Moto2 aveva vinto soltanto un GP. Proprio lui che era arrivato al Mondiale circondato da enormi aspettative.

Poi, però, con la M1 Quartararo ha impressionato tutti, prima sul giro secco e poi in gara. E dopo un debutto da sei pole position, sette podi e almeno due successi sfiorati nei GP San Marino e Thailandia - tutto accompagnato dal sorriso e da un entusiasmo spontaneo - il salto nel factory team di Iwata è parso uno sviluppo naturale. Uno sviluppo che, affiancato dall’estensione di Maverick Viñales, ha però fatto rumore perché ha accompagnato Valentino Rossi fuori dal team ufficiale.

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E così il francese ha impostato il 2020 come un ponte verso il salto nel factory team: un anno da vivere con l’obiettivo di ottenere il primo successo in MotoGP.  

Fabio, hai rilasciato mille interviste nell’ultimo anno, anche durante il lockdown. Qual è la domanda che ti hanno fatto più volte, in modo da non ripetersi? 

"Sono tante...".  

Ma di fronte a quale hai pensato 'cavolo, un’altra volta?!'? 

"Ho pochi dubbi: 'cosa farai nel 2021?'. Me l’hanno chiesto tante volte e ho sempre fornito la stessa risposta. Questa domanda credo sia stata la più gettonata, ma non è stata l’unica ripetuta tante volte".  

Gli italiani che ti chiedono sempre delle tue origini... 

"Anche quello è un argomento che ricorre spesso… (sorride)".  

Oppure la pronuncia del cognome: all’italiana o alla francese?  

"È all’italiana, senza l’accento sull’ultima 'o'. Anche quella è una domanda ricorrente".  

Sei stato rookie dell’anno e ancora prima dei primi test dell’inverno 2020 - e ovviamente della pandemia - hai firmato come ufficiale per il 2021. Ma tu, quanto senti di essere cresciuto nel 2019? Quanto, il pilota in corsa a Valencia era migliore di quello che aveva gareggiato in Qatar? 

"Mi sono reso conto della portata dei miei progressi, in particolare grazie all’esperienza. Anche all’inizio del campionato facevo segnare buoni tempi. Ma rispetto alla seconda metà della stagione c’era una differenza".  

Quale? 

"Se all’inizio mi avessi chiesto come arrivavano quei tempi, avrei fatto più fatica a rispondere e a motivare certe prestazioni. Ora invece sono perfettamente in grado di spiegare come mai arrivino certi tempi".  

E poi cosa hai imparato? 

"A 'giocare' con le mappature e a gestire il ritmo della gara. Il 2019 mi ha fatto maturare parecchio, mi ha fatto imparare tante cose anche a livello tecnico, e non soltanto. Sono diventato più “professionale”, questo ha aiutato il pilota ma anche la persona".  

Stai diventando grande… 

"Sì, esatto (sorride)".  

Lo scorso anno avevi illustrato i benefici del lavoro con uno psicologo sportivo. Quando ti sei rivolto a lui per la prima volta e quanto e come ti ha aiutato? 

"Iniziai nel maggio del 2018, poche settimane prima di vincere il mio unico GP, a Barcellona in Moto2. Mi rivolsi a questo tipo di figura perché tendevo ad arrabbiarmi con troppa facilità quando le cose non andavano bene. Mi ha fornito le linee guida per fare qualche esercizio utile quando mi accorgo che sto cominciando a perdere il controllo. Mi ha aiutato, perché nel primo anno in MotoGP mi sono infuriato poche volte. Nei weekend di gara mi sentivo più tranquillo, soltanto dopo qualche gara mi sono arrabbiato. E non perché qualcosa fosse andato per il verso sbagliato, ma perché ripensavo ai miei errori".  

Misano, Buriram, con i duelli vinti in volata da Marquez, che con te ha giocato al gatto con il topo. Immaginiamo che siano state gare frustranti, oppure ha prevalso la sensazione di aver corso un bel GP? 

"Entrambe le cose: prima la frustrazione e poi l’orgoglio. Dieci minuti dopo aver tagliato il traguardo, prevaleva la rabbia, naturalmente. Poi, però, passata qualche ora, era la soddisfazione per la buona gara disputata a prendere il sopravvento".  

In futuro, perderai ancora gare come Misano e Buriram? 

"Se penso a Misano, direi di sì. Buriram, con l’esperienza che ho acquisito… non saprei, dovessi perdere lo farei ancora di stretta misura".  

Marc ha paragonato la tua guida a quella del miglior Jorge Lorenzo sulla Yamaha. Tu, prima della stagione 2019 oppure durante l’annata, avevi studiato la guida di Lorenzo negli anni sulla M1? 

"Sì, e tante volte! Ho visto parecchie gare di Jorge con la Yamaha. Le circostanze erano differenti, perché c’erano altre gomme (le Bridgestone, dato che le Michelin sono tornate nel 2016, nde), ma il modo in cui guidava era clamoroso…".  

Cosa ti colpiva? 

"Ho sempre detto che, vedendolo guidare, sembrava sempre nel giro di rientro ai box, e invece faceva tempi da “casco rosso”… sembrava viaggiare a velocità di crociera e invece faceva il miglior crono. Mi colpiva questo, ed è ciò che ho provato a riprodurre. Senza copiarlo forzatamente, ma cercando di rendere quello stile il più naturale possibile. Magari ora guidiamo in maniera più aggressiva, ma penso di essere abbastanza “smooth” nella mia guida".  

Ami guidare in modo fluido.  

"Sì".  

Com’è il tuo stile di guida comparato a quello del tuo futuro compagno di team, Maverick Viñales? 

"Lui è più aggressivo. Io cerco di essere più dolce possibile, perché con questa moto più fluido sei e meglio vai. È così che ho guidato lo scorso anno, soprattutto in gara". 

Finita la stagione 2019, in cosa ti sei sentito forte e cosa hai sentito di dover ancora correggere? 

"Il punto forte è stato innanzitutto il giro secco: mi riusciva con grande facilità. Il problema è stato spesso legato alla potenza: quando ero alle spalle di moto con motori più performanti, facevo fatica a sorpassare. Dobbiamo trovare una soluzione per evitare di perdere tempo alle spalle di questi piloti, a quel punto otterremo risultati anche migliori. A livello di passo gara posso crescere ulteriormente. Ma nei test ho visto di essere migliorato in questo aspetto".  

Sorpassare con la Yamaha non è semplice, almeno così è parso lo scorso anno.  

"No, per niente, la moto sul rettilineo andava forte ma meno rispetto ad altre. Era frustrante vedere che ciò che si guadagnava in curva magari veniva perso sul dritto. Si è visto con Maverick in gare come Aragón e l’Australia, con me a Misano e Buriram. Però la Yamaha ha lavorato intensamente in questo ambito, nei mesi passati". 

Non ci sono dubbi su quale sia l’odierno riferimento della MotoGP. Ma prima di arrivare in top class su una M1, con quale pilota ti identificavi? 

"Lorenzo e poi Valentino Rossi, che è sempre stato il mio idolo. Ma al tempo stesso ho sempre apprezzato Dani Pedrosa e Marc. Il quale oggi è ovviamente il riferimento, e serve analizzare ciò che Marquez fa meglio di noi e i suoi punti deboli. Forse, più che di punti deboli, dovrei parlare di punti meno forti, perché di debole ha poco...". 

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Quando un pilota punta a detronizzare il riferimento, per prima cosa lo imita, o lo copia, cercando poi di superarlo in alcuni aspetti, un po’ come Marc fece nei confronti di Valentino. Tu, che sei l’astro nascente, seguirai il tuo percorso personale oppure emulerai Marquez per poi superarlo? 

"Io credo che dopo le dieci vittorie iniziali di Marquez nel 2014 tutti abbiano cercato di seguire il suo modello a livello di allenamento, con il Flat Track, e di stile di guida. Oggi l’allenamento migliore per un pilota di MotoGP è legato alla guida: più stai in sella, che sia facendo Motocross, Dirt Track o Flat Track, e meglio è. Naturalmente è imprescindibile anche un fisico che ti permetta di arrivare in fondo alla gara nel modo giusto, perché la stanchezza ti fa perdere la concentrazione. Ho lavorato molto su questo, ma la priorità è legata agli allenamenti in moto nei periodi senza GP". 

Dovrai inventarti qualcosa per generare una differenza con Marc.  

"Inventarsi qualcosa è difficile, con lui. Sarà necessario cercare un suo punto 'meno forte' per lottare con Marc in tante gare".  

È più difficile gestire la pressione per un giovane pilota che non sta ottenendo risultati – come nel tuo caso in Moto3 e Moto2 – o le aspettative di un ruolo da protagonista sul palcoscenico principale? 

"Entrambe le cose hanno un peso, ma c’è una differenza sostanziale: un tipo di pressione è di carattere negativo, l’altra è generata da risultati positivi. In un caso pensi 'devo fare risultato', nell’altro ti dici 'sono là davanti, sto facendo bene, devo soltanto calmarmi'. Finora, però, la pressione legata alle aspettative in MotoGP non l’ho ancora avvertita. Sì, è vero, c’è tanta gente che mi chiede certe cose e che si aspetta che vinca, ma non è cambiato niente: continuo a voler fare il massimo e continuare su questo percorso".  

La popolarità ti disturba in qualche modo? 

"No, se c’è, significa che sto facendo cose positive. Quindi, va bene". 

Sei approdato alla MotoGP un po’ per caso, c’era una moto libera e hai ricevuto una chiamata, benedetta chiamata. La tua posizione, in un anno, è cambiata sensibilmente, con un contratto da ufficiale per le prossime due stagioni. Cosa hai chiesto a Iwata, visto che è facile pensare che avrai ricevuto numerose offerte? 

"La miglior moto possibile".  

Hai detto “la miglior moto per i miei gusti”? 

"Se fosse possibile, lo chiederei. Ma non è ancora il momento, perché non sono al livello di Marc. In tutti i modi, credo che tutti i piloti Yamaha abbiano avuto la stessa richiesta: maggiore velocità di punta".  

Un campione ha il diritto di essere egoista? Per intendersi, il pilota vuole la moto “su misura”? 

"Il campione ha quel tipo di diritto, sì. Se è lui a vincere, non vuole che qualcosa venga modificato. Prendiamo Marquez: se è l’unico a volere la Honda così, mentre gli altri piloti chiedono all’HRC di cambiare, io credo che la Honda non stravolgerà la moto". 

Un francese che ha debuttato in MotoGP sulla Yamaha del team satellite: prima di te c’era stato Johann Zarco, com’è il vostro rapporto? 

"Non è un amico con cui trascorro il mio tempo fuori dai GP, ma se ci incrociamo nel paddock, ci fermiamo a conversare. Un rapporto normale, né troppo stretto, né cattivo".  

Ti ha fatto i complimenti per il tuo debutto? 

"Sì, questo sì. C’è grande rispetto tra noi".

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