Livio Suppo: “Contro Marquez non si vince”

Livio Suppo: “Contro Marquez non si vince”©  Milagro

"Il problema della Ducati è lo stesso di Yamaha e Suzuki: un rivale contro il quale  non si vince. oltretutto Marc non ha intenzione di lasciare la Honda. Rossi merita rispetto, ma non deve più pensare al decimo titolo"

7 giugno 2020

Per diventare top manager in un paddock come quello della MotoGP, servono idee e visioni in grado di abbagliare tutti. Livio Suppo non si è limitato a firmare una mossa in grado di identificare una carriera, ma si è spinto a due: la scommessa Casey Stoner ai tempi della Ducati, ripagata subito dal titolo del 2007, e il debutto di Marc Marquez sulla Honda MotoGP, e anche in quel caso i risultati furono immediati.  

Il piemontese ha deciso di lasciare il paddock a fine 2017, senza rimpianti, e di fronte allo stallo - e alla possibile crisi - per la pandemia del coronavirus, forse non rimpiange il suo vecchio ambiente: "È difficile prevedere quando si potrà tornare alla vita quotidiana. E per uno sport come la MotoGP, che prevede spostamenti in tutto il Mondo per 2000 persone che arrivano da tanti Paesi differenti, le cose sono ancora più complicate. Spero si corra un buon numero di gare a partire dall’estate".  

Le previsioni, finora, sono state tutte di carattere economico, con le possibili perdite: ma una pausa così lunga, cosa può comportare per un pilota? 

"Questa inattività avrà sicuramente il suo peso. Inoltre la situazione peserà sui piloti che non hanno ancora rinnovato per il prossimo biennio e per lo stesso Valentino Rossi che deve ancora decidere cosa fare del suo futuro".  

La tua carriera manageriale in MotoGP si può dividere in due parti: quella in Ducati e quella successiva in Honda. Hai lavorato con due piloti capaci di segnare le rispettive epoche, Stoner e Marquez.  

"Due dei talenti più grandi degli ultimi anni. Caratterialmente, direi che sono diametralmente opposti. Marc è molto Solare, Casey è incline a essere più chiuso, lui viveva in maniera più difficile qualunque cosa. Marc riesce a vivere la vita, non soltanto lo sport, con una positività incredibile, e secondo me è la sua forza principale".  

Hai un ricordo in particolare di entrambi? Partiamo da Stoner.  

"Con Casey ricordo la sera di Motegi 2007, quando si laureò campione del Mondo. Eravamo a cena e assaporò un calice di vino rosso, l’unico bicchiere di alcol dell’intera giornata. Mi disse che si stava rendendo conto di aver vinto il Mondiale e che avrebbe anche guadagnato un sacco di soldi. Era un ragazzino di 21 anni all’epoca, e invece di festeggiare come un matto per tutta la notte, era tranquillissimo".  

E Marquez? 

"Di Marc ricordo che quando firmammo il primo contratto, nel 2011, gli dissi che apprezzavo il suo essere così carino e spontaneo, ma che probabilmente sarebbe cambiato con il passare del tempo, i soldi e il successo. Quando ho lasciato la MotoGP lui, che aveva già vinto quattro titoli in cinque anni, non era assolutamente cambiato. È apprezzabile che un pilota che diventa ricco e famoso in pochi anni, mantenga i piedi così per terra". 

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Immaginiamoli uno contro l’altro, chi vincerebbe il titolo? 

"Credo che Marc avrebbe un vantaggio, proprio per la capacità di superare i momenti difficili con positività. Se Casey avesse vissuto le difficoltà in maniera meno angosciosa, avrebbe vinto di più. Se nel 2008 a Laguna Seca (dove cadde mentre duellava con Rossi, nde) fosse rimasto tranquillo, senza voler mostrare a tutti i costi di essere velocissimo, avrebbe potuto vincere il titolo. A livello di talento sarebbe stato bellissimo vederli assieme, e se Casey non si fosse ritirato a fine 2012 avrebbero corso assieme in Honda"".  

Immagini Marquez sulla Ducati, un giorno? 

"Marc lo vedo bene su qualunque moto, è un talento unico, in grado di adattarsi rapidamente. Come del resto è stato Casey, che passato dalla Ducati alla Honda andò subito fortissimo".  

Secondo te Marquez cambierà moto, prima o poi? 

"Ha appena firmato un rinnovo di quattro anni, verrebbe da dire che la sua intenzione è rimanere tutta la vita con la Honda. Se avesse avuto voglia di cambiare, questa probabilmente sarebbe stata l’età giusta. Chissà".  

Hai lavorato in Ducati, che ricordo hai di quell’ambiente? 

"Il ricordo più bello è che eravamo un’azienda veramente piccola, ed economicamente Ducati Motor non era così potente. Con Filippo Preziosi e Claudio Domenicali costruimmo l’avventura della MotoGP. Un’altra cosa che ricordo è la totale dedizione al lavoro di Filippo. Nel 2000, quando decidemmo che saremmo andati in MotoGP, ebbe l’incidente che lo relegò sulla sedia a rotelle. Appena gli fu possibile, tornò in ufficio e lavorava dalle nove del mattino alle nove di sera. Per una persona in quelle condizioni fisiche è un impegno veramente mostruoso. È stato un esempio dal punto di vista lavorativo ma anche come persona. Mi dispiace molto che dopo il periodo di Valentino in Ducati sia stato lui a pagare il conto. Filippo è passato dall’essere universalmente riconosciuto come un genio – nel 2007 sembrava il Dio della MotoGP – a essere dimenticato in pochissimo tempo".  

Secondo te oggi cosa manca alla Ducati per vincere? 

"La stessa cosa che manca alla Yamaha, alla Suzuki… Negli ultimi tre anni Andrea Dovizioso ha chiuso al secondo posto, cioè davanti a tutti gli altri. Il problema è che in questi anni con Marc non si vince. Quando c’è un pilota che ha quel qualcosa in più rispetto a tutti gli altri, fa una gara a sé. E se guardiamo i risultati delle altre Honda, è ancora più evidente la differenza che Marquez riesce a fare".  

Qual è stato il pilota che ha incarnato gli ideali per il tuo modo di intendere le corse? 

"Nicky Hayden. Eravamo diventati amici e se n’è andato troppo presto. Lui e la sua famiglia avevano un modo di vivere le corse veramente totalizzante. Nicky era maniacale, se vedeva che Stoner andava più forte sulla stessa moto e pensava che fosse un problema legato al peso, faceva di tutto per perdere qualche chilo, in maniera quasi ossessiva. Era una persona speciale, un vero signore. Aveva una gran voglia di farcela e credeva molto in se stesso. Ha vinto un Mondiale con costanza e abnegazione. Ricordo quando esordì in MotoGP nel 2003, all’inizio a Sepang prendeva due secondi al giro e da quello è poi arrivato a essere campione del Mondo".  

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Quando l’hai visto per l’ultima volta? 

"Quando sostituì Dani Pedrosa a Phillip Island, nel 2016, la domenica sera mi lasciò uno dei suoi caschi con scritto: 'Grazie per essere sempre stato al mio angolo'. È stato bello. A Nicky ho sempre voluto bene, l’avevo voluto io in Ducati". 

Cosa ti manca del paddock? 

"La parte che mi piaceva di più del mio lavoro, cioè scegliere i piloti su cui puntare e tutto ciò che ne derivava".  

Cosa non ti manca invece? 

"Il fatto di svegliarmi quasi tutte le mattine senza sapere dove fossi. Girare così tanto, dopo tanti anni è diventato molto pesante, in più negli stessi posti. Ho calcolato di aver trascorso a Sepang un anno della mia vita".  

Come pensi di aver contribuito all’evoluzione della MotoGP? 

"Forse sono stato uno dei primi a svolgere il lavoro di dirigente in un team senza avere un background da pilota o senza essere cresciuto in quel settore. Ho portato una visione un po’ più manageriale".  

Qual è stata la tua soddisfazione più grande? 

"In assoluto il Mondiale vinto con la Ducati. Adesso viene quasi criticata perché non vince, ma quanto fatto a quei tempi fu incredibile. Basti pensare alla KTM, che economicamente ha più risorse rispetto alla Ducati di quei tempi. La nostra fu un’impresa. Con la Honda, invece, vincere era il minimo sindacale. Quando Shuhei Nakamoto mi chiese di firmare con loro mi disse che dovevamo risvegliare l’HRC, perché era sempre rimasta la stessa e si era un po’ addormentata. La potenza di fondo c’era".  

Sei sempre stato dal lato dei rivali di Rossi: come hai vissuto Valentino? 

"Vale lo conosco dal ‘96, abbiamo “esordito” assieme nel Mondiale. Si parlò anche di una collaborazione, quando all’epoca lavoravo per la Benetton. Ho una grandissima stima nei suoi confronti, benché i social media, soprattutto nel 2015, mi vedessero come una sorta di anti-Rossi. Chiunque al mio posto avrebbe voluto lavorare con lui all’epoca. Se uno non apprezza quello che Valentino ha fatto e continua a fare, è semplicemente matto". 

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Pensi che per lui sia arrivato il momento del ritiro? 

"Oggi Vale sta nei primi cinque. Se si deve ritirare lui, allora lo dovrebbe fare anche la maggior parte della griglia. Credo si debba soltanto togliere questa sorta di condanna di vincere il decimo Mondiale. Non credo oggettivamente che possa ancora giocarsi un titolo, lui come tutti gli altri".  

Fossi ancora in Ducati, come gestiresti il mercato? 

"Questa situazione di stallo è un grosso problema per loro. Sui social, i 'leoni da tastiera' fanno in fretta a dire che il loro problema sono i piloti, ma nel 2019 la Ducati è stata in testa al Mondiale dei team fino all’ultima gara. Se si guardano i piloti disponibili in giro, credo che quelli attuali non siano assolutamente da cambiare. Purtroppo è molto italiano questo atteggiamento, è difficile dare a Cesare quel che è di Cesare, invece la Ducati sta svolgendo un ottimo lavoro".

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